‘Ndrangheta nel basso Piemonte

Sab, 13/06/2015 - 17:09

Nella complessa attività di indagine esperita nell’ambito dell’operazione antimafia denominata “Maglio”, gli inquirenti, in particolare i magistrati della Dda di Torino, ritengono che vi sia una conversazione che non lascerebbe spazio a dubbi in ordine all’esistenza della ’ndrangheta nella zona del basso Piemonte.
Ripercorrendo i passi salienti della lunga conversazione, che è stata registrata in un agrumeto della Piana di Gioia Tauro, e rilevandosi come nei dialoghi captati ricorrano termini tipici della consorteria mafiosa, espressione del linguaggio convenzionale utilizzato dagli affiliati, quali locale, crimine, formare la società, sgarro, capo locale, ‘ndrina, distaccare la ‘ndrina, mandamenti e capo crimine, che hanno un significato particolare e tipico della struttura criminale, si desume, secondo gli investigatori, innanzitutto, che gli interlocutori riferiscono di una sorta di anticipazione della manifestazione di volontà volta ad aprire un nuovo locale che, a giudizio degli interlocutori, aveva costituito un “problema” per un soggetto, il quale si era trovato in difficoltà con il proprio capo locale tanto da essere stato da costui redarguito per la sua intraprendenza. Di particolare rilievo è l’intenzione di questo soggetto Z. R., di costituire una realtà autonoma (indicata come ‘ndrina), circostanza non gradita da P. B. che si è sentito scavalcato nel suo potere, essendo stata inviata la richiesta direttamente alle realtà ‘ndranghetistiche situate in Calabria. L’idea di creare una struttura territoriale diversa e autonoma da quella coordinata precedentemente da P. B. era già da qualche tempo condivisa da diversi sodali, soprattutto da quelli residenti nella zona di Asti.
Secondo gli interlocutori l’unica possibilità di definire una nuova struttura territoriale è quella di creare un nuovo locale autonomo di ‘ndrangheta nel territorio circoscritto tra Asti, la provincia di Cuneo e il “vecchio” locale di P. B., zona piemontese sprovvista fino a quel momento di aggregazioni territoriali. Per convincere il capo società, si sarebbe proposta una rigida suddivisione territoriale degli affiliati, basata unicamente sulla distanza geografica tra la residenza dei sodali e il luogo di insediamento dei locali: solo quelli residenti nel territorio limitrofo ad Asti e Alba verranno incardinati nella nuova struttura, mentre gli altri rimarranno (o si incardineranno) nel precedente locale.
Per la decisione definitiva della questione si è rimandato, comunque, alla riunione di Polsi, dove verrà deciso l’argomento (cfr. le frasi: “solo questo… si può fare… ora… io non so… voi non calate a Polsi… non calate? Così usciamo ‘sto discorso qua… avete capito?”) insieme agli altri esponenti apicali dell’organizzazione (v. l’espressione: “…io per la Madonna, la sera della Madonna ci sono i riggitani e quindi si chiarisce con loro”), promettendo a Z. R. che, in tale sede, fornirà l’appoggio nel convincere P. B. a dare il suo assenso alla creazione del nuovo locale (“Avete capito? Io non vi prometto niente… ma però… B. non si deve dispiacere, perché di giusto, B. deve essere con le famiglie, pure lui… deve essere coscienzioso, e dire, questi qua, per arrivare qua, devono fare 100 km… e non è onesto… certo che non è onesto, perché ci sono tutti i pericoli per la strada, spese di benzina, e di cose per arrivare, in un certo senso…”).
L’incontro termina con l’impegno di un presunto boss a informare anche gli affiliati liguri, onde acquisire il loro assenso e non creare inutili incomprensioni. Egli, infatti, afferma: “Ora vediamo… vediamo… (inc)… nella Liguria, gli mando l’imbasciata… per farti parlare con… Z., siccome Z. è proprio… quale possibilità… chi c’è, che lo sappia”.

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