“Con Loiero, Lanzetta e Minniti la Calabria non contava più di oggi”

Dom, 17/06/2018 - 11:40

Tre presenze calabresi nella passata legislatura: un ministro, Minniti, e due sottosegretari, Gentile e Bianchi. Nessun calabrese nel governo Conte. E pensare che proprio uno dei leader del nuovo esecutivo, Matteo Salvini, risulta eletto come senatore della Calabria. Regione in cui, tra l’altro, il Movimento 5 stelle ha sfondato il 40% dei voti. Ne abbiamo discusso con l’onorevole Saverio Zavettieri, deputato calabrese in tre legislature (dal 1983 al 1994) sotto il simbolo del Partito Socialista.
Onorevole Zavettieri, dobbiamo preoccuparci per questa assenza dei calabresi tra i ruoli che contano?
Per la verità la Calabria non conta da un quarto di secolo. Pur avendo avuto ministri importanti - Loiero, Lanzetta e Minniti - nessuno di loro ha rappresentato gli interessi della Calabria. Hanno avuto altri meriti, altri ruoli. La Calabria è l’ultima ruota del carro di un Sud diventato suddito. Il referendum del 22 ottobre ha segnato una svolta in negativo: le regioni forti del Nord si sono confezionate un referendum per avere più autonomia, più potere, più soldi, facendo venire meno il discorso dell’unità nazionale, della solidarietà nazionale e aprendo un confronto con lo Stato nel quale prevalgono le regioni più forti. Il Sud non ha reagito, gli intellettuali tanto meno, ora ci troviamo dinnanzi a situazioni che sono la conseguenza di questo processo che ha radici lontane. Rispetto all’assenza della Calabria nel nuovo governo, Salvini e Di Maio hanno il merito di aver portato allo scoperto un’amara realtà: la regione conta zero. Com’è possibile che il M5S, che ha eletto in Calabria 18 parlamentari, 18 su 31, non rivendichi di avere una presenza calabrese? Non per contare qualcosa ma quanto meno per seguire i processi, le scelte. Io lo leggo come un tradimento dell’elettorato meridionale. Se il Mezzogiorno non ritorna protagonista con un partito che ha avuto quella messe di voti, che, a nostra memoria, non ha avuto mai nessuno, neppure la DC negli anni ’50, vuol dire che il suo peso non esiste e che i voti non contano allo stesso modo: il voto del Nord ha un peso, quello del Sud un altro. Nella Prima Repubblica DC e PSI erano accusati di aver meridionalizzato la politica, dal momento che il Sud contava molto. Ma allora si trattava di una sorta di difesa, di contro bilanciamento: il Sud non aveva alcun potere forte, nessuna banca, nessun centro di produzione importante, non aveva intellettuali o presenze politiche di rilievo, pertanto compensava con la politica. La Calabria e il Sud o tornano protagonisti o il destino è abbastanza segnato.
Quindi, considerando, nell’ultima legislatura, l’operato di Minniti  e dei sottosegretari Gentile e Bianchi a favore della Calabria, l’assenza calabrese nell’attuale esecutivo non determinerà drastici cambiamenti?
Minniti è stato un ottimo ministro degli Interni che ha affrontato il problema dell’immigrazione con criterio ma non è stato un ministro calabrese. La rappresentanza della nostra regione era nelle mani del governatore che è stata un’altra figura di scarso peso e di scarsa considerazione. Se un presidente di regione minaccia di incatenarsi a Palazzo Chigi contro un presidente del consiglio e un governo dello stesso partito per rimuovere il commissario della sanità, dimostra tutta la scarsa considerazione che si ha della Regione. Sono cose mai viste. Un tempo con i partiti veri, se avevi ragione venivi aiutato, non avevi bisogno di incatenarti.
Nel contratto di Salvini e Di Maio, nel capitolo dedicato al Sud (sette righe e mezzo!) si legge che è stato deciso di non individuare specifiche misure con il marchio “Mezzogiorno”, dal momento che tutte le scelte politiche sono orientate verso uno sviluppo economico omogeneo per il Paese. Poi, però, per la prima volta, viene nominato un ministro del Sud. A che serve se si intende avviare uno sviluppo economico omogeneo?
Il ministro del Sud deve semplicemente monitorare se si spendono i soldi e come si spendono, così come fa già l’Europa con i suoi comitati di sorveglianza che controllano come vengono spesi i finanziamenti europei per il Mezzogiorno. Si tratta, quindi, di un ministero superfluo che va a svolgere il ruolo già svolto da un altro organismo. Il Ministero del Sud dovrebbe programmare le risorse insieme alle regioni e individuare dei progetti, degli interventi che diano al Mezzogiorno una funzione. Un territorio conta se ha una funzione – produttiva, di servizio – all’interno di un’economia generale. Si parla di mezzogiorno come una sorta di infrastruttura naturale per tutta l’area del Mediterraneo, ma se non c’è un sistema di collegamenti che comprenda strade, porti aeroporti, come fa a svolgere questa funzione? Deve accontentarsi del ruolo che gli viene assegnato dalle aree forti del Paese che è quello di area da assistere e non di area che può entrare in competizione. E, poi, un ministro del Mezzogiorno che si pone i problemi dello sviluppo dovrebbe poter partecipare a tutte le scelte del governo. Si parla di Zes, di incentivi… ma come si crea lo sviluppo, solo con gli incentivi? È necessario affrontare anche la partita dei disincentivi. Mi spiego. Anche il massimo incentivo finanziario viene neutralizzato dai disincentivi che contraddistinguono le zone meridionali: burocrazia lenta che risponde ad altri input, assenza di infrastrutture e di servizi alle imprese,  presenza della criminalità organizzata, sanità scadente, giustizia altrettanto scadente per via dei suoi tempi infiniti. Quando un imprenditore mette su un piatto della bilancia gli incentivi economici e sull’altro piatto i disincentivi di varia natura, come può scegliere di impegnarsi nelle regioni meridionali? Morde e fugge: se c’è da prendere contributi a fondo perduto, se li piglia e se ne va. Una politica di sviluppo si fa guardando all’insieme delle questioni.
Se il M5S con tutti i voti conquistati al Sud non sarà in grado di tutelare al minimo le regioni meridionali è chiaro che bisogna essere preoccupati e organizzare una mobilitazione effettiva, altrimenti vorrà dire che le regioni del Sud avranno per sempre il compito di essere esclusivamente regioni di accoglienza.
Non è un mistero il suo forte disappunto nei confronti della legge sugli scioglimenti dei comuni. È tra coloro che da tempo ne invocano la modifica di quella che è diventata la strategia principe con cui liquidare il Sud. Ma se non è stato prestato ascolto dall’ex ministro degli Interni Minniti, calabrese, adesso ci si aspetta che lo faccia Salvini?
I comuni è giusto che diano segni di vita, dovrebbero essere protagonisti: sono l’ultimo presidio di democrazia. L’addebito che faccio a Minniti è l’aver pensato di curare le piaghe della regione solo con l’intervento repressivo: c’è la mafia quindi dobbiamo impedire ogni anelito di vita democratica e mettere tutto sotto controllo per estirpare questo male. Questo male va estirpato, è chiaro, ma la cura che è stata somministrata, non solo non è stata efficace, è stata controproducente. Lo stesso scioglimento dei consigli comunali, le commissioni di accesso, le interdittive antimafia, hanno avuto l’effetto contrario: rispetto a evidenti ingiustizie o evidenti abusi da parte degli organi dello Stato e delle Prefetture, è cresciuto paradossalmente il consenso alle organizzazioni criminali. E per combatterle, alle organizzazioni criminali bisogna sottrarre il consenso di cui godono nella società. Si tratta di un fenomeno ben radicato, non stiamo parlando di un gruppo di delinquenti che si arrestano e tutto finisce lì. In assenza di democrazia, di strumenti di partecipazione, di partiti, sindacati queste organizzazioni criminali finiscono per avere un ruolo egemone. Quando si è cambiata la legge elettorale, si sono annullati i partiti, il voto di lista, il voto di preferenza, sono sparite le sedi di confronto nei comuni si è fatto il più grande regalo alla mafia, perché i gruppi criminali emergenti nei vari territori hanno preso il sopravvento su tutto. Va ripensato l’insieme delle misure istituzionali, delle misure economiche e sociali, perché la ‘ndrangheta è, sì, un fenomeno criminale ma soprattutto sociale.
Pensa che Salvini abbia la giusta conoscenza del fenomeno?
Non lo so, ma la posizione di Minniti è ingiustificabile. Come ministro degli Interni, non come ministro calabrese, avrebbe dovuto dimostrare rispetto a 51 comuni che gli chiedono un confronto. Era suo dovere istituzionale, politico, ascoltarli. Non ricevendoli ha lanciato un messaggio inequivocabile agli apparati burocratici ovvero “fate quello che vi pare nei confronti delle amministrazioni locali tanto avete la mia copertura”. Mi sembra un atteggiamento che fa parte di una cultura autoritaria, accentratrice, è la morte delle possibilità di ripresa delle regioni che stanno poco bene. Io ho l’impressione che Salvini li riceverà, ovviamente non risolverà alcun problema perché ha una cultura che definirei più “rozza”. Minniti aveva una cultura autoritaria ma mascherata da un politicamente corretto. Salvini è così come lo vedi.

Autore: 
Maria Giovanna Cogliandro
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