“Un pugno di Greci ci ha lasciato un Tesoro: custodiamolo!”

Dom, 15/04/2018 - 17:00

Un amore per la carta stampata avvertito sin da bambino, e poi la sua grande passione, l archeologia, che negli anni ha raccontato con competenza e trasporto, affascinando il grande pubblico. Pino Macrì, originario di Palmi, è un giornalista vecchio stile, distinto e assai sensibile, profondamente innamorato della sua Calabria.
Quando ha capito che il giornalismo sarebbe stata la sua strada?
Nella vita spesso bisogna fare delle scelte, e a un certo punto ho deciso di non intraprendere, per motivi personali, l iter per entrare nella redazione di un giornale che era Il Tempo di Roma. Nel contempo, paradossalmente, ho compreso che il giornalismo sarebbe stata la mia attività e, mutando obiettivi, ho realizzato quello che era il mio sogno continuando attraverso le collaborazioni con giornali, agenzie, televisione ad alimentare la mia passione.
Nasce prima la sua passione per l archeologia o quella per il giornalismo?
Forse sono sempre coesistite, perché è vero che se da ragazzino ero affascinato dalle storie e dalle leggende che ci raccontavamo tra di noi bambini, che altro non erano che la memoria popolare di affioramenti archeologici, è vero anche che ero attratto dai cartelli che a volte, nelle gare ciclistiche, vedevo sulle auto al seguito, che portavano la scritta servizio stampa . Piccoli segnali premonitori sulle preferenze che andavano nascendo.
Il suo primo articolo?
Fu frutto dell'insistenza di un compagno di scuola che ebbe occasione di vedere le pagine che scrivevo sui fatti di cronaca e sulle mie riflessioni. Il fatto mi diede fastidio ma lui, invece, incominciò a propormi di scrivere per il giornale col quale collaborava, perché, diceva, potremo guadagnare bei soldi , dal momento che il giornale dava 2 lire a rigo e noi studenti eravamo squattrinati. Prima ho rifiutato categoricamente perché ero convinto che i giornali modificassero a loro piacimento quello che veniva inviato dai collaboratori. Ma lui insistette a lungo e alla fine, per risolvere la questione gli diedi una paginetta scritta su una singolare riunione del consiglio comunale, tenutasi in un giorno di pioggia, in un aula del municipio dove scendeva acqua dal tetto. Il pezzo era ironico e chiudeva con la fatidica frase piove governo ladro . Era la mia sfida: Se lo pubblicano senza tagliare nulla ne riparleremo . Non so perché, l articolo venne interamente pubblicato e, a quel punto, decisi di continuare a scrivere.
Insieme al compianto Totò Delfino negli anni 70-80 è stato corrispondente per Il Tempo, allora diretto da Gianni Letta. Cosa ricorda di quegli anni?
Anche col Tempo fu un altro mio amico che mi propose di scrivere, presentandomi poi a Letta che, in un suo viaggio in Calabria, mi affidò la corrispondenza a Rosarno, guarda caso, sito dell'antica Medma. È stata l occasione per fare il salto dal livello locale a quello nazionale, dove potevo spaziare dalla cronaca alla cultura. L amicizia con Letta durò fino a quando il giornale non fu venduto. Fu così che conobbi Totò Delfino che scriveva da Locri e ci trovammo a essere i due principali punti di riferimento per il giornale sulle due sponde della Locride e della Piana. A noi, però, era concesso spaziare come credevamo opportuno. Spesso mi portavo sulla Riviera ionica, nelle aree archeologiche di Locri e Totò, apprezzava molto la mia passione per l archeologia e restava affascinato dai miei racconti. Viceversa, io restavo affascinato dai suoi racconti sull'Aspromonte che, per me, rappresentava un vero e proprio buco nero con i suoi misteri. Non scorderò mai la sua amicizia spontanea e quell'appuntamento, sempre rinviato, di andare a Polsi e mangiare la carne di capra. Forse per questo, quando vado a Locri alla casa di Persefone, mi fermo sempre a Moschetta, al ristorante La fontanella , nella corte del palazzo Scaglione, dove era ospitato Paolo Orsi quando scavava a Locri.
Silvio Berlusconi definì Gianni Letta come un dono di Dio all'Italia . Fece questa buona impressione anche a lei?
Non so se fosse un dono di Dio all'Italia, ma quello che posso dire è che è sempre stato un personaggio eccezionale, che curava i rapporti personali anche nei momenti di tensione. Una volta entrai in rotta di collisione con uno dei più quotati redattori del Tempo, lui ormai ne era il direttore. Inviai le mie dimissioni per telegramma e, completati gli impegni, smisi di scrivere. Quelle dimissioni lui non le ha mai accettate e, a distanza di un anno, inviò un ispettore del giornale per farmi tornare a scrivere. A quei tempi al giornale lavoravano centinaia di persone e molti di loro, hanno rimpianto gli anni che hanno visto Gianni Letta alla sua guida.
Tornando alla sua passione per l archeologia, la Calabria ha una serie di risorse sottovalutate come, appunto, i parchi archeologici che hanno un estensione anche maggiore di Pompei. Perché non si riesce a valorizzarli come meriterebbero?
Per molta gente i parchi sono dei recinti in cui vengono tenuti prigionieri miti, storia, monumenti. I Parchi, invece, hanno un anima! E consentono a quei miti, quella storia, quei monumenti, di mantenere viva la testimonianza di una civiltà che oggi rappresenta le nostre radici. Però è necessario che una nuova cultura si faccia strada e si aggiunga a quella che ha consentito di portare alla luce quanto un pugno di Greci fece nascere e costruì sul nostro territorio: un vero e proprio Tesoro, lasciato in eredità. Ma attenzione, è sbagliato pensare che questa sia una proprietà esclusiva del territorio in cui ricade. Il patrimonio dei Parchi, dei monumeni, dell'archeologia è un bene comune, patrimonio dell'umanità. Chi vive sul territorio deve esserne il custode attento ma anche colui che ne racconta la storia.
Sabato 7 aprile è stato inaugurato il Museo di Palazzo Nieddu a Locri. Ha seguito la querelle che ha visto protagonisti il sindaco Giovanni Calabrese e il direttore del Museo di Reggio Calabria, Carmelo Malacrino? Che idea si è fatto?
Ero anch’io a quell'appuntamento importante. Ho seguito le vicende che hanno caratterizzato la nascita di quel museo. È stato un bene che si sia cercato di stemperare i toni. Io ritengo che il problema non siano gli uomini e le loro beghe. Il problema è il tempo che attraversiamo. Purtroppo certe riforme hanno disarticolato lo Stato in maniera irrazionale e senza modelli. E questo è lo scotto che noi adesso pagheremo per molto tempo e con esiti imprevedibili.
Si riuscirà mai ad archeologizzare queste assurde beghe di quartiere?
Non è facile rispondere a questa domanda. Sono finiti i tempi in cui riformatori e protagonisti di azioni civili a tutto tondo, coinvolgevano società, politica e cultura. Gente che si chiamava Paolo Orsi, Umberto Zanotti Bianco. La speranza è che nel futuro i giovani di oggi possano ritrovare la strada per ricostruire un clima culturale che restituisca senso e valore al significato di Bene comune!

Autore: 
Maria Giovanna Cogliandro
Rubrica: 

Notizie correlate