11 Marzo 1977

Dom, 17/03/2019 - 16:40

Ero a Locri. Avevo festeggiato il ventottesimo compleanno con mia madre. Giunse una telefonata drammatica dalla sezione Fergnani.
“Ci sono stati violenti scontri durante un corteo studentesco. La polizia ha sparato.
Hanno ucciso uno studente. La Città è in subbuglio. Rientra subito”. Rientrai immediatamente.
Lo studente era Francesco Lorusso. Studiava medicina. La polizia sparò ad altezza d’uomo.
Iniziò così il ’77 a Bologna. Un anno terribile, concluso dal convegno di Settembre sulla repressione con Guattari.
Il ’77 segna uno spartiacque nella storia politica del PCI e di Bologna. Allora i giornali con una certa fretta titolarono: La vetrina rotta.
Sintesi perfetta dei fatti e del vulnus alla Città simbolo del PCI.
Gli anni ’70 segnarono il massimo sviluppo del Partito. Berlinguer, nel ’72, viene eletto segretario. Nel ’68 media al Congresso che si tenne a Bologna, tra Amendola e Ingrao. Fu eletto vice-segretario. Di fatto sostituì Longo, già malato.
Nacque, con i famosi articoli su Rinascita, la strategia del Compromesso Storico. La necessità dell'incontro tra le masse comuniste e quelle cattoliche, per salvare la democrazia già minacciata, e promuovere lo sviluppo del Paese. I fatti del Cile, offrirono a Berlinguer l'argomento per affermare che con il ’51 per cento non si governa. Il mondo era ancora segnato dalla divisione in blocchi. La liturgia comunista esigeva che questa radicale inversione di linea fosse fatta vivere in assoluta continuità con le teorie di Gramsci e la politica di Togliatti, dopo la svolta di Salerno. In parte era vero, ma non convinse molti. Tuttavia quella linea si dimostrò vincente, almeno fino al ’77. Fu radicalmente contestata quando divenne Solidarietà Nazionale. Finì nel ’79, sepolta dalle macerie del terremoto in Irpinia. A Salerno, di fronte ai tragici ritardi del Governo a guida democristiana, ed al forte j'accuse di Pertni, Berlinguer annuncio' la fine della Solidarietà Nazionale, e collocò il PCI sul terreno dell'Alternativa.Di lì la questione morale, il discorso di Genova, i cancelli della Fiat a Torino.
Gli anni ’70 anni di crescita tumultuosa. Il divorzio, le elezioni del ’75, con l'appello al voto di Pasolini sul Corriere della Sera, la conquista di Roma con Argan, Napoli con Valenzi, Firenze con Gabbuggiani, e tante altre ancora. Nei cortei con orgoglio si urlava: l' Emilia è rossa l' Italia lo sarà.
E tutto sembrava dar ragione a questo militante auspicio.
Il ’76 segnò il momento più alto del PCI e della strategia di Berlinguer. Alle elezioni politiche con oltre il 34 per cento. Il Grande Partito arrivò ad una incollatura dalla DC. Finalmente si coronava un sogno. Oltre il 7 per cento in più, oltre un italiano su tre votò PCI. Quasi un altro partito, si disse allora. Quel voto capitalizzava il 68, le lotte operaie e studentesche. Nacque una nuova classe dirigente, dopo quella formatasi nella Resistenza.
Nasceva dalla lotta, e dal sagace recupero avviato da Longo con un Forum su Rinascita.
L’inverno del ’76 - ’77 fu caratterizzato dalla violenta contestazione studentesca al PCI.
Bologna, come Roma e Padova erano al centro della protesta degli indiani metropolitani e poi dell'Autonomia Operaia. Slogan irridenti. Figli della cultura di Carosello e della creatività del Dams. “Zangheri for pepsodent”; “zangherì, zangherì ci prendiamo la Città”; e poi “Lotta dura per la verdura”, ma anche quelli più cruenti, tipo “Poliziotto basco nero il tuo posto è al cimitero”, oppure “Via, via la nuova polizia”. Cioè il PCI, il suo servizio d'ordine. Il tutto con le tre dita in alto. Il tragico simbolo della P38.
Dall'ironia si scivolò verso la tragedia.
I cortei, che spesso degeneravano in scontri violenti, erano pressoché quotidiani.
I militanti del PCI sottoposti a dura prova. Patimmo parecchio, non eravamo abituati agli attacchi da sinistra.
Un conto erano gli scontri con i fascisti di vicolo Pusterla, altra cosa quello con proletari che ci accusavano di politiche antisociali e compromissorie, con l'odiato mondo capitalista e borghese. La vignetta di Forattini che raffigurava Berlinguer in vestaglia a sorbire il caffè, infastidito dagli slogan che giungevano da un corteo, ci irritò. Giustamente. Repubblica da poco nata, faceva da sponda al movimento.
Craxi , con spregiudicato tempismo, indicò al PSI la linea dell' Alternativa di sn. Salvo poi praticare il CAF, quando il PCI sposò l’alternativa.
Intanto in quell'anno la sede del PSI era a disposizione del movimento, mentre a Palazzo d'Accursio governava con il PCI.
Franco Piro incoraggiava la ribellione al regime bolognese. Addirittura! Del resto Craxi, appena eletto al Midas nel ’76, chiarì subito la sua politica: primum vivere! Come dargli torto.
È la politica bellezza!
Il Partito ebbe un primo momento di sbandamento. Avevamo perso il controllo del territorio. L' Università era zona franca.
Bisognava nascondere L'Unità sotto il cappotto, non ostentarla, cominciare a riprende gli spazi con l' aiuto della Vigilanza, ben organizzata. Le uova lanciate contro la lapide dei caduti Partigiani, presidiata dall'ANPI, fu un vulnus tremendo.
Dopo lo shock iniziale, il Partito cominciò ad organizzare un lavoro tenace di comprensione dei bisogni e di contrasto alla violenza.
Imbeni, Zangheri, Zani, Mazza e tanti altri dirigenti, con il fondamentale contributo della FGCI, attrezzarono il partito e la Città su questa nuova linea.Le sezioni del centro- storico in particolare, erano mobilitate h 24. Erano stati allestiti presidi di controllo e vigilanza, utilizzando collegamenti radio. Non c'erano i telefonini. Tutto più difficile, e gustoso. Almeno per alcuni episodi comici che racconterò in seguito.
A Settembre Berlinguer pronunciò alla Festa Nazionale di Modena il famoso discorso sugli untorelli. Dopo pochi giorni il temuto e tanto atteso raduno contro la repressione a Bologna.
Con gli intellettuali francesi, sempre loro. Finì con la vittoria della Città.
Il Comune offrì spazi, servizi e pasti.
Ma il racconto dei tre giorni alla Fergnani lo farò più in là.

Autore: 
Francesco Riccio
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