23 Settembre 1977: Il convegno sulla repressione a Bologna

Dom, 07/04/2019 - 18:00

I mesi che seguirono quel tragico 11marzo furono segnati da una lunga teoria di quotidiani cortei studenteschi, che misero a dura prova Bologna. La Città aveva un rapporto simbiotico con la sua Università. La più antica. Per certi versi anche speculativo.
Le manifestazioni dei mesi di primavera spesso sfociarono in scontri con la polizia.
La parte creativa del movimento venne progressivamente emarginata dall'ala dura, gli autonomi, che avevano a Padova ed in via dei Volsci, a Roma, le componenti più dure.
In Aprile fu ucciso, a Roma durante gli scontri, l'agente Passamonti. 23 anni.
A Maggio, Giorgiana Masi, militante radicale non ancora ventenne, cadde a ponte Garibaldi, colpita da una pallottola, si disse sparata da un poliziotto in borghese. Provocazione? Tragico errore? Mah! Violenze e provocazioni si susseguivano. Andavano di pari passo con la complessa trattativa programmatica alla quale il PCI diede un contributo di idee con il " Progetto a medio termine". Si giunse a un accordo, votato in parlamento a larghissima maggioranza.
Non era il compimento del disegno berlingueriano, anzi. Ma un primo passo avanti, pagato a carissimo prezzo. Noi eravamo diventati i nemici. L'obiettivo della protesta. A rendere torbide le acque contribuirono episodi di dubbia interpretazione.
Il sequestro di Guido De Martino, ancora morti, tra poliziotti e nappisti. DC, destre e franchi tiratori bocciarono al Senato la legge sull'aborto. Una strada minata nel percorso di avvicinamento del PCI all'area di Governo.
DC, PCI, e prima PSI, Pri e Psdi ratificarono, nelle rispettive direzioni, il sofferto documento programmatico.Tanti punti importanti, ma tante rinunce.
Ad agosto il fatto più clamoroso. Racchiuso in una valigia evase dall'Ospedale Militare del Celio il boia delle Fosse Aretine, Herbert Kappler. Grottesca la spiegazione del Ministro Lattanzio. Ambiguo il comportamento del Presidente Andreotti. Dopo un mese di fantasiose ricostruzioni e di evidenti depistaggi, Natta, capogruppo del Pci, chiese le dimissioni del Ministro che di lì a poco fu sostituito da Ruffini.
In Settembre si aprì a Catanzaro il processo per la strage di Piazza Fontana. Davanti al Presidente Scuteri sfilò tutta la DC, da Andreotti a Rumor, e poi Gui, Tanassi e ambigui agenti come Giannettini. Naturalmente questa concatenazione di eventi negativi diede fiato, a volte anche legittimo, a quello che, semplificando, fu definito l'accordo fra DC e PCI.
Quei lunghi mesi furono vissuti in sezione con una mobilitazione permanente. La Fergnani era un’ importante sezione del Centro Storico, quartiere Galvani. L' altra sezione del quartiere era la Velio Spano. Segretario il compianto Delio Bufalini.Un compagno silenzioso e colto.
Un militante sulle cui spalle forse pesava un cognome così importante. Diventammo subito amici. Anche grazie alla gioiosa vitalità di Sua moglie, Emilia Mazzacuva, reggina doc.
Le nostre sezioni ospitavano i compagni e le compagne della sezione dei dipendenti comunali e provinciali. Insomma un ambiente vario, un po' sintesi del Partito del 34 per cento.
C'erano i vecchi militanti che avevano fatto la resistenza, gli operai, il ceto medio, gli impiegati, gli intellettuali, professori della vicina università. Il dibattito, già difficile nella fase di discussione del compromesso storico, si riaprì dopo i fatti di marzo, facendo riemergere, su un terreno diverso, le riserve politiche di fondo.
Segreteria, prima di me, era Paola Sarti. Una giovane bellissima insegnante d'infanzia, espressione di quella nuova leva di comuniste che, non senza difficoltà, cercarono di introdurre elementi nuovi di discussione, insinuando legittimamente dubbi in una visione granitica del Partito. Questi compagni furono utili per dare una lettura meno superficiale del movimento studentesco, ispirata dal fiorire di una letteratura libertaria e attenta alla teoria dei bisogni. Il dibattito ovviamente era ricco e contrastato al Centro come nella Federazione. E tuttavia, quando si decise la linea della riconquista "dell'agibilità democratica", nessuno si tirò indietro.
Le scelte furono condivise in una grande manifestazione al Palasport, nel corso della quale Imbeni, segretario del Partito, annunciò la linea dell'attenzione ai bisogni, al bisogno di spazi autogestiti, ma anche della ferma condanna ad ogni gesto vandalico e di limitazione dell' agire politico. Insomma al di là del politichese ci volevamo riprendere gli spazi all' Università, in fabbrica, in piazza. Cosa che avvenne in alcune importanti occasioni. Questo, sommariamente, il clima autunnale. La convocazione a Bologna di centinaia di migliaia di giovani, studenti, operai, sottoproletari, creava inevitabilmente ansia legittima. Innanzitutto bisognava evitare che la Città fosse messa a soqquadro. Altre vetrine rotte avrebbero creato perdita di credibilità all'amministrazione comunale più famosa d'Italia. Servizi efficienti, restauro del centro-storico, sanità di primissimo piano, onestà, tutto rischiava di essere sfregiato, irrimediabilmente, dalle pietre, dalle molotov, dagli espropri proletari. Se questa era la sfida la risposta non poteva che essere all’altezza.
La riappropriazione degli spazi avvenne lentamente e con metodo. Dovevamo ricreare contatti con gli studenti, aprire in loro contraddizioni. Andavo all'Università e nell'aula di clinica Medica facevo timidamente vedere L'Unità. Quasi clandestino. Spesso si avvicinavano colleghi, si creava un contatto. Riuscimmo ad avere notizie, utili per capire e organizzarci meglio. Intanto lungo tutto il percorso che da Piazza Verdi, simbolo degli espropri proletari, quella dove c'era al Cantunzen, conduce attraverso via Zamboni al salotto buono di Bologna, via Rizzoli, il Pavaglione, la Piazza, Palazzo D'Accursio, iniziarono strani lavori di controllo del sottosuolo, cavi, condutture etc.
In effetti erano postazioni dalle quali si poteva osservare l'andamento dei cortei e le intenzioni dei manifestanti. Il tutto con collegamenti radio, non sempre funzionanti.
I giorni precedenti il Convegno Bologna fu invasa da giornalisti di mezzo mondo. La Fergnani aveva un ruolo centrale. Era collocata davanti al carcere di S. Giovanni in Monte, di lì il corteo sarebbe passato per urlare la libertà per i compagni in galera.
Molti giornalisti vennero in sezione a parlare con noi. Più che osservare e capire, cercavano di far venir fuori il contrasto tra base e vertice del Partito, fondamentalmente sul tema dell'incontro con la DC, messo a dura prova dalla contestazione. Ma i compagni, erano ben orientati. Non ci cascavano.
L'unico che fece un servizio equilibrato ed ineccepibile, fu Vittorio Emiliani inviato speciale del Messaggero. Repubblica era ostile. Pro copie sue. Il mitico Giorgio Bocca, per sua esplicita confessione, seguì il convegno chiuso in albergo. Per paura, mi confessò, degli autonomi. Certi racconti ci facero veramente rabbia.
Il 15 settembre a Modena si chiuse una imponente Festa Nazionale de L'Unità. Oltre 70 partiti "fratelli" e movimenti di liberazione, da tutto il mondo. Centinaia di Ristoranti e bar, mostre, enormi murales coloratissimi, e popolo, tantissimo popolo. C'era bisogno di rafforzare la vigilanza, specialmente dopo gli attacchi autonomi al Festival della gioventù a Ravenna. Ci recammo a Modena per vigilare l'enorme area dell'autodromo, da dove il Segretario Berlinguer avrebbe pronunciato il discorso di chiusura.
Allora un articolo, il Congresso, il discorso conclusivo della Festa, rivestivano un significato particolare. Era la linea!
Durante il giorno visitammo la Festa. Tanti giovani della FGCI, capannelli con chitarre, canti e balli. Canzoni di protesta e nuova musica americana anni 70. Tanta America latina.
A tarda sera scoppiò un inatteso e violento nubifragio. Scrosci violenti misero a dura prova la tenuta dell’enorme cittadella.
Dopo un ora di pioggia battente l'enorme arena era un impraticabile acquitrino.
A quel punto si compì il miracolo.
Possibile solo a Modena, e forse in Emilia.
Giunse una lunga teoria di idrovore, che nel giro di qualche ora prosciugò completamente l' Area dell'ex Autodromo, restituendolo perfettamente agibile all'enorme pubblico comunista in attesa, già dal mattino, del comizio del Segretario. Ero stupito da tanta efficienza. Quando finirono le note di Bandiera Rossa, prese la parola Enrico Berlinguer, preceduto da un’ovazione affettuosa. Su quel palco enorme, ancora in stile sovietico, sembrava ancora più piccolo, ma la Sua voce rilanciata in tutti gli stand della Festa, era ferma e determinata. Ricordando il convegno di Bologna, pronunciò la famosa frase: non saranno questi poveri untorelli a spiantare la democrazia a Bologna.
Le note alte solenni dell'Internazionale, cantata a squarciagola dai militanti con il pugno chiuso, sancì la fine di una grande prova di forza , e di orgoglio militante.
E tuttavia suscitò in alcuni di noi qualche dubbio. Legittimo.
Tra una settimana il movimento sarebbe confluito a Bologna. Quel discorso aveva tutti i crismi di una sfida.
Ma mi bastò poco per capire che si trattava invece di una esortazione ai compagni, affinché fosse fatto ogni ragionevole sforzo per respingere ogni forma di provocazione o sfregio alla Città simbolo. Medaglia d'oro della resistenza.
La settimana successiva in sezione ci preparammo nel migliore dei modi. L'ubicazione della Fergnani era particolarmente delicata.
Situata al 33 di via S.Stefano, sotto i portici, a due passi da Piazza Minghetti e dalle Sette Chiese. Tra l'Università e il carcere di S. Giovanni in Monte.
All'appartamento che ospitava la sezione, si accedeva da un androne che immetteva in un cortile interno. Non facile da difendere in caso di intrusione.
La sezione aveva una grande sala riunioni, una piccola segreteria, un vano cucina e su per le scale un piccolo spazio dove era stata collocata una radio ricetrasmittente, in collegamento con la Federazione. Si usava un linguaggio cifrato, si fa per dire, che serviva per indicare la partenza di un corteo, la signora è uscita, e se il corteo era armato, la signora è uscita con la pelliccia di leopardo.
Io ero addetto alle comunicazioni. Forse ero già segretario, o lo sarei diventato di lì a poco, sostituendo Paola. Spesso poco attento ero sbrigativamente redarguito.
Le compagne avevano allestito tutte le vettovaglie necessarie. A ognuno di noi, il quadro attivo, toccava un ruolo e lo assolvevamo con attenzione e consapevolezza. Tra i compagni della Fergnani c'erano Bruno e Pippo, miei amici concittadini, universitari anche loro.
Dalla Federazione avevano inviato due funzionari a dirigere le operazioni. Forte Clò, e Marco Giardini. Il primo ligio, molto professionale. Marco un po' meno. Fu soprannominato Poldo, per la notevole quantità di panini che mangiava.
La tre giorni era ricca di appuntamenti. Un mix di happening di autocoscienza, di discussioni sulla teoria dei bisogni, e di assemblee dai toni più duri e preoccupanti. Il tutto era coordinato dalla mitica Radio Alice, la radio bolognese vero fulcro del dibattito, già da tempo. Diego Benecchi, Toni Negri, e altri intellettuali dirigevano il movimento proprio attraverso il microfono aperto della Radio.
Arrivarono Deluze, Guattari, a Palazzo Re Enzo, quello della vil secchia, eppoi Dario Fo in un grande incontro in Piazza dell' otto agosto.
Dappertutto pasti caldi offerti da Camst, posti letto, spazi per convegni. Cercavano la Città della repressione comunista. Trovarono la bellissima Bologna, accogliente ordinata, organizzata e comunista. Forse qualche inviato rimase deluso. E credo anche i francesi.
Prima del corteo di domenica, il momento clou, girammo un po' per capire meglio.
Ciò che mi colpì di più, negativamente, fu il convegno che si tenne al Palasport. Quella disordinata e vociante assemblea sancì la rottura tra autonomi e brigatisti. Un momento che segnò l'inizio di una lunga teoria di delitti. Il momento più difficile della Repubblica.
Domenica all'alba giunsi in sezione. A dare con altri il cambio a chi aveva vigilato la notte.
Quasi contemporaneamente si presentò un compagno del quale non ricordo il nome, ma la straordinaria mole. Era segretario della sezione dei portuali di Ravenna. Una specie di squadra da rugby. Armadi. Si presentò e mi chiese quali erano le regole di ingaggio. Non sono mai stato avvezzo al linguaggio militare. Ma la serietà e la mole dell'interlocutore mi consigliarono di dargli precise indicazioni.
Il punto debole, come detto prima, era il cortile.
Lì si sarebbe piazzato questo notevole pacchetto di mischia, pronto a respingere il tentativo di assalto alla sezione, ove durante il corteo qualche gruppo avesse osato.
Le sezioni erano tutte parimenti organizzate.
Circa 40 mila militanti si stimò, per garantire la libertà di espressione al movimento e la serenità alla Città. Ovviamente senza sostituirsi minimamente alle Forze dell'ordine, schierate in ogni punto strategico della Città.
Il sistema di comunicazione ci consentì di seguire passo passo il percorso del corteo.
Colorito, irridente e in alcune frange anche cattivo. Giunse a S.Giovanni in Monte, poi via S.Stefano. Slogan duri, un sit in. Ma nessun tentativo di sfondamento o di vandalismo.
Il deterrente mobilitazione e la generosa accoglienza, fecero si che tutto si concludesse senza particolari problemi. La giornata più lunga era passata indenne. Finalmente calò anche la nostra comprensibile tensione.
Bologna aveva vinto la sua sfida.
Ma il 1978 sarebbe stato l'anno più difficile, un vero spartiacque della Storia repubblicana.
Ma se ne parlerà.

Autore: 
Francesco Riccio
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