Adele Cambria, la penna graffiante della Calabria

Dom, 22/09/2019 - 13:00

Quando dentro di te hai le risposte che cerchi è praticamente impossibile che qualcuno riesca a farti cambiare idea. Così nonostante i suoi genitori considerassero il mestiere di giornalista “Una follia scandalosa”, Adele Cambria, nata nel 1931 a Reggio Calabria, ha proseguito dritta per la sua strada. Dopo la laurea in giurisprudenza, conseguita a Messina, si trasferì a Roma iniziando a scrivere ne “Il Mondo” di Pannunzio, che le fa firmare i suoi articoli con lo pseudonimo maschile di Leone Paganini. Intanto, i suoi genitori arrivano a Roma per riportarla in Calabria, ma lei non si arrende, vuole restare a Roma per diventare una giornalista. La sua tenacia sarà premiata diventando, insieme a Oriana Fallaci e Camilla Cederna, tra le prime donne a scrivere per grandi testate. La sua carriera prosegue con “Il Giorno” di Baldacci, l’unico disposto ad assumere sconosciuti, da questo giornale si dimetterà quando lo stesso Baldacci verrà estromesso. La sua coerenza e la ricerca della verità le sono costate molte querele, 19 solo il primo anno. Nel frattempo, si sposa con Bernando Valli (anche lui giornalista), dal quale ha avuto due figli maschi, ma il matrimonio è durato poco e, come lei stessa ha affermato, ha cresciuto da sola i suoi figli, ai quali tutte le sere leggeva l’Eneide. Nei suoi primi anni a Roma, stringe una profonda amicizia con Pier Paolo Pasolini: “Conobbi un uomo timido, giovane, con una giacchetta verde striminzita”. Amicizia consolidata al punto che Adele accettò di interpretare il ruolo di “Nannina”, pur non essendone per niente convinta. Tanti anni dopo scoprì che Pasolini aveva fatto dei documentari sui moti di Reggio, per i compagni di Lotta Continua. Indomita e ribelle ha scritto per molti giornali, tenendo gli occhi ben aperti sul mondo: “La Stampa”, “Il Messaggero”, “L’Espresso”, “L’Europeo”, “L’Unità”. Da direttrice, così come da giornalista si dimette o la fanno dimettere più volte, per le sue idee chiare che difende con garbo, ma ostinatamente. Tra un licenziamento e l’altro si dedicò alla realizzazione di romanzi: “Maria Josè”, “Dopo Didone”, “Il Lenin delle donne”, solo per citarne alcuni. Intervistò tante donne come Brigitte Bardot, Liz Taylor, Soraya, Grace Kelly, Dacia Maraini con cui fonda a Rama, negli anni ’70, insieme ad altre femministe, il teatro “La Maddalena”. Perché Adele è stata tutta la vita una femminista: “Sono e sarò sempre una convinta femminista. Se non ci fosse stato il femminismo forse mi sarei suicidata. Il femminismo l’abbiamo creato noi donne quando abbiamo capito che dovevamo lottare per le ingiustizie che subiamo”. Seguendo la sua linea di pensiero, negli anni ’70, diventa direttrice di “Effe”, primo magazine femminista. Successi, delusioni, ma non ha mai dimenticato la sua terra, ritornava tutte le estati a Reggio, seguendo tutte le vicende della Calabria, in particolare i moti di Reggio, quando insieme alla fotografa Agnese De Donato, rischia il linciaggio per andare a vedere di persona quello che i colleghi maschi descrivevano, da mesi, dal chiuso di un hotel. Da questa esperienza nasce l’amicizia con Adriano Sofri – l’unico di sinistra a capire che la rivolta di Reggio non era una rivolta fascista, com’era stata trattata, ma una rivolta per la propria identità – con il quale firmò il quotidiano “Lotta continua”. Da direttrice responsabile del quotidiano, subì un processo per apologia di reato, all’indomani dell’omicidio Calabresi. Tutto terminò con un’assoluzione, anche se l’ordine dei giornalisti aveva fatto presto a cancellarla dall’albo. Donna curiosa di tutto e determinata, un po’ si vantava di essere riuscita a litigare con tutti i direttori di giornale con i quali aveva lavorato. Ha lasciato un suggerimento utile alle nuove generazioni che desiderano scrivere: “Se dovessi dare un consiglio cinico, ma io non sono cinica, ai giovani per cui la scrittura è una passione, direi loro di non arrivare troppo presto su notizie e fatti che la comunità in cui vivete non sa. Cinque minuti prima degli altri, va bene. Ma, invece, dieci anni prima vi attaccheranno e poi, dopo un intervallo appena decente, si incammineranno sulla strada che avete indicato, ma non vi citeranno mai”. È stata una donna certa di come volesse vivere la sua vita, quando le hanno chiesto cosa non tollerasse, la sua risposta è stata: “l’imbecillità, ho solo amici intelligenti, gli altri non sono miei amici. Preferisco non piacere a tutti, ma piacere a chi è intelligente”. Una donna che sapeva quello che voleva, e ha cercato sempre di migliorare se stessa. Ma dietro questa sua sicurezza e forza interiore, credo si nascondesse una donna sensibile che coltivava il desiderio di essere amata per quello che è, senza combattere, sempre sola, in questo mondo spietato. Lei stessa ha confessato di essere molto romantica, ma che nella sua vita ha amato molto, però male. In fondo chi decide di dire sempre la verità, senza nascondersi dietro sicure maschere, corre il rischio di essere considerata quella dal cattivo carattere; la rivincita, invece, sta nel poter camminare sempre a testa alta, guardando le persone dritte negli occhi. Adele è morta il 5 novembre 2015 dopo una lunga malattia, alcuni anni prima, parlando della sua morte aveva detto: “Se dovessi morire ora mi sentirei abbastanza soddisfatta. Non avrei problemi e non mi pento di nulla”. Il suo motto è sempre stato: “Vado, Vedo e Scrivo”, ed è quello che ha sempre fatto per tutta la sua vita. Adele Cambria è stata una donna temeraria che ha seguito con coraggio e coerenza la sua strada, riuscendo a lasciare un’impronta indelebile nel giornalismo italiano.

Autore: 
Rosalba Topini
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