Ancora un Natale in carcere

Dom, 21/12/2014 - 11:13
Custodia cautelare, panettone alla calabrese

Certamente prenderanno messa, nella sera di vigilia: mea culpa, mea culpa, mea maxima culpa, ripeteranno meccanicamente, ancora una volta.  Ma che razza di reati pesano sulle groppe dell’ex consigliere regionale Cosimo Cherubino, dell’ex consigliere provinciale Rocco Agrippo e degli ex sindaci di Siderno e Gioiosa Marina Sandro Figliomeni e Rocco Femia, e su quelle di tantissimi altri detenuti che trascorreranno l’ennesimo Natale in carcere senza una condanna definitiva?
Mistero del codice di Procedura Penale italiano… da Punta Pellaro a Punta Stilo.
«Annunciamo la tua morte, Signore, proclamiamo la tua risurrezione, nell’attesa della tua venuta» ripeteranno battendosi il petto, forse in ginocchio, Cherubino, Agrippo, Figliomeni, Femia e gli altri detenuti in regime di custodia preventiva, forzatamente devoti.  Nonostante non sia stata ancora accertata nessuna responsabilità criminale, nonostante potrebbero essere assolti, loro si rivolgeranno al Signore sperando nel miracolo:  un prossimo Natale in famiglia. Ma non sarà facile. Ai carcerati di stirpe calabra comunque non rimane che la fede; eppure la statistica, che è parente della scienza esatta, sui detenuti reclusi preventivamente e poi assolti, acceca, in alcuni passaggi, addirittura più della fede. Basta mungere le ultime sentenze. Numeri impressionanti e latte crudele: figli di dio, sorelle e fratelli come li ha definiti Papa Francesco, rimasti dietro le sbarre per più di tre anni, e poi assolti. È  difficile, se non impossibile, trovare numeri così tragicamente importanti nel resto d’Italia o in Europa, dove col piede libero non si va in cancrena.
Il Purgatorio Calabro è diabetico. C’è sempre qualcosa d’insanabile nel mostro, ma anche in chi lo subisce e in chi ne approfitta. L’amputazione è letteratura pericolosa, perché semplice, veloce e grossolana. Al cospetto, per esempio, dell’Argentina di qualche decennio fa senza libertà su cauzione  né piede libero, bisogna voltarsi dall’altra parte, tappandosi occhi e orecchie. Il ricordo di una tortura mentre una nazionale di calcio si preparava, si allenava e vinceva nel 1978 il campionato del mondo grazie a Mario Kempes, è ancora crudo per chi scrive. Come può sfumare la degenerazione della custodia cautelare in una nevicata mortale che ha annientato un popolo già assoggettato a Jorge Rafael Videla, inventore della tragica e drammatica parentesi dei Desaparecido?
L’intelligenza calabrese non è coraggiosa: spesso corvée, invece, cede dinanzi alla paura di intervenire, di approfondire la situazione di una Locride che non muore, ma che è sotto garrotta; non discute dei passaggi no limits contenuti dal codice di procedura penale italiano e sperimentati nella sostanza e con frequenza pericolosa quasi esclusivamente verso quelle cavie calabresi, presunte  intime di una ‘Bestia che, nell’ultimo decennio, non ha mostrato, nelle maggior parte delle sue prestazioni, pistole, cocaina, riciclaggio, appalti truccati, ma coppole, capretti, pungitine, tagli di coda, riti di fertilità, il sole maschio e la terra femmina. E dove le ha mostrate, spesso non c’è stata giustizia centellinata, ma pinte di aceto o toppe corte.
Bisogna aggiungere per amor di verità, anche il voto di scambio, che più della ‘Ndrangheta sembra essere figlio di sistemi elettorali partoriti nelle stanze segrete, tra sfarzi e arazzi di ogni tipo e gusto, quasi fatti a misura, per calarli con decine di sfumature e malafede sulle urne della Piana di Gioia, su quelli di Reggio Città, spesso nella Locride, dove elettori poveri, ammanicati, ma sostanzialmente deboli e limitati, speravano, disponendo di consensi, vincoli di sangue e comparaggi moltiplicati, di migliorare  le condizioni di vita di almeno uno in famiglia, di contare. Ma basta voler contare e scambiare parole d’ordine, per gettare la chiave quando - scrive bene Ilario Ammendolia – uno scandalo come il Mose di Venezia che è costato ai contribuenti italiani centinaia di milioni di euro e dove l’ex sindaco Orsoni, pur avendo ammesso di aver ricevuto dei soldi, non ha fatto solo un giorno di carcere. Orsoni, Scajola, Belsito, Zambetti e tantissimi altri tutti a piedi libero dinanzi all’accusa e ai processi che si svolgono nel rispetto della libertà individuale, oltre Lagonegro, se si esclude l’altro territorio di origine infernale e vulcanica dei Casalesi. Perché in  Cosimo Cherubino, Alessandro Figliomeni, Rocco Femia, Rocco Agrippo etc, c’è il pericolo di inquinamento probatorio, di reiterazione del reato, di fuga e in Orsoni, Scajola, Belsito, Zambetti, no? Perchè in Italia ci sono presunti colpevoli o presunti innocenti che possono mangiare il panettone, mentre ad altri è impedito per colpa di una tessera d’identità con residenza di origine controllata?

Autore: 
Ercole Macrì
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