Angeli e demoni

Mar, 25/06/2019 - 09:20
Calabrese per caso

Accadono cose strane in questo Paese, e nelle sue diverse espressioni locali che rendono sempre meno chiara l’esistenza di una visione comune, di una condizione di unità negli animi e negli intenti. E così, tra un’inchiesta epocale che coinvolge l’ordinamento giudiziario - il sistema delle carriere e altre notizie che assumono quasi l’onere di essere delle  riflessioni del mattino su ciò che sarà il futuro dell’economia di questa nazione - vi è chi offre, come sempre, pagine intere alla grande malata d’Italia: la Calabria. Nessuna prima pagina dedicata, se non un rimando interno, alle vicende del CSM, ma per un quotidiano l’attenzione va sempre, e non credo sia così casuale, spostata sull’unico male italiano utile a richiamarlo secondo le circostanze: la Calabria. Quasi essa fosse nella sua storia criminale e priva di ogni possibile riscatto in termini di immagine, ostaggio del solo colore nero di una cronaca che trascina con se tutto: nomi, luoghi e anche infrastrutture. Non vi sono modelli di iniziativa imprenditoriale né italiani né stranieri che possano reggere, secondo il quotidiano, dal momento che ogni investimento è a rischio. Nessuna credibilità, quindi, può essere attribuita a una terra che sembra contaminare con il virus criminale, al di là delle prove e delle indagini concrete, l’imperio del ragionevole dubbio che dovunque vi sia una coltre nera che avvolge ogni possibilità di crescita. Pregiudizi veri o presunti, alla fine trascinano nel baratro dell’indistinto criminale ogni possibile sforzo per dare un futuro a una regione che si affanna a volersi mettere alla pari e che, alla fine, rimane vittima di se stessa e di come altrove essa viene quotidianamente dipinta. Una terra che, al netto delle indagini concrete e dei risultati ottenuti, paga il prezzo di essere il buon argomento per ogni stagione. Non si tratta solo delle vicende di un porto e delle possibili prossimità criminali. È il modo e sono i termini che non lasciano scampo. È nel loro incedere tra le pagine dei giornali e nei commenti di un giornalista, che la Calabria perde ancora una volta quel poco di attrattività che dovrebbe permettergli di inserirsi nel gioco europeo e mondiale dell’economia. Tutto questo, sacrificato in nome di un populismo, con buona pace del quotidiano che si presenta come campione dell’antipopulismo, che ha fatto la fortuna di quelli che vedono la mafia in ogni dove. Che hanno sporcato luoghi e persone mettendo il loro marchio d'autore. Non si tratta solo di essere calabrese per sentirsi profondamente collocato ai margini di una vita civile che gioca la carta dell’esclusione funzionale, che riempie pagine o accredita carriere. Si tratta di verificare come, e soprattutto in che termini, ogni sacerdote della legalità usi tale valore come proprio terreno di conferma per ricercare riflettori o pagine ritenendosi investito di una missione salvifica. Una missione, quest’ultima, di cui non si da conto dei termini e delle proposte con cui compierla ma, in particolare, dei risultati che si vorrebbero ottenere. E, questo, andando molto al di là di quelli che dovrebbero essere i termini di una giustizia e di una comunicazione obiettiva e fondata su certezze così come indica la Costituzione. Il populismo giudiziario, come quello giornalistico, può soddisfare la ricerca di popolarità personali ma, in verità, esso si discosta da quei valori che nella forma e nella sostanza devono essere di equidistanza, sobrietà, moralità, deontologia e di chiarezza intellettuale. Se così non fosse, dovremmo rivedere il ruolo e le funzioni di un certo giornalismo e di chi usa la comunicazione per confezionare messaggi senza considerarne gli effetti. E, allora, avrebbe ragione Arthur Schopenhauer per il quale i giornalisti sono, per via del loro mestiere, degli allarmisti perché questo è il loro modo di rendersi interessanti. Detto questo, e guardandoci allo specchio, in Calabria potremmo dire che in molti ricorrono alla dimensione criminale perché solo in questa prospettiva la Calabria susciterebbe interesse, e con essa chi in tal modo la descrive tra sempre meno angeli e tanti demoni.

Autore: 
Giuseppe Romeo
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