Buio sull’Allaro

Dom, 01/07/2018 - 11:00

Ci sono dei segni che diventano simboli! Mi riferisco alla diga sul “Lordo”, allo stato penoso dell’ospedale di Locri, alla “casa della salute” di Siderno e altre opere strategiche che rimangono sospesi nell’aria.
In questa ottica, il ponte sul torrente Allaro è diventato un simbolo di inefficienza, di incompetenza, di superficialità che si combina a una specie di gioco dell’oca per cui ogni mezzo passo avanti se ne fanno almeno tre indietro.
Andiamo con ordine: tre anni fa una bufera autunnale ha sconvolto la Locride, interrompendo la ferrovia e la statale 106 e sconvolgendo acquedotti, linee elettriche e anche un’arcata del ponte sull’Allaro, risultata impraticabile.
Il governo ha dichiarato lo stato di calamità, stanziando circa 11 milioni di euro per fronteggiare l’emergenza e ciò ha consentito di superare gli intoppi burocratici, per ripristinare il ponte ferroviario all’altezza di Bruzzano, la 106 sconvolta in più punti e altre infrastrutture civili.
Anche il lungomare di Siderno, che pure ha seguito una procedura diversa e “ordinaria”, è stato completato (o quasi).
Perché l’Allaro è rimasto fuori?
Perché è stato sganciato dalla locomotiva dello “stato di calamità” e collocato sul binario su cui viaggiano gli “accelerati” lenti che si fermano a tutte le stazioni e, sullo stesso binario, è rimasto anche quando la seconda arcata ha incominciato a mostrare segni di cedimento.
A questo punto diventa estremamente difficile comprendere le scelte dell’ANAS e, ancor meno, la posizione prona assunta dalle istituzioni elettive e dalla “politica”.
C’è buio fitto “sul” torrente!
I problemi non si risolvono con “comunicati” e farsi carico della vertenza non significa presentare la classica interrogazione di circostanza, o chiedere udienza a qualche “autorità”. Non siamo mendicanti ma ci limitiamo a chiedere, con la necessaria fermezza, quanto previsto per legge e ci indigniamo quando si apprende che il capitolato di appalto della seconda campata, non contempla nulla di eccezionale. Neanche il lavoro “h24” (tre turni) e senza interruzioni domenicali.
Siamo a tre anni dall’evento alluvionale, eppure sull’Allaro siamo un passo indietro rispetto al punto di partenza mentre il “ponte” è diventato una voragine di pubblico denaro.
Più che giustificabili le preoccupazioni, la rabbia e lo sdegno dei cittadini e l’ansia palpabile di dimostrare il proprio dissenso. C’è da chiarire subito che le “vampate” senza domani non mi convincono. Le lotte per avere successo devono essere il più possibile unitarie, ordinate, programmate e puntare su obiettivi chiari e non velleitari.
Finora è mancata una classe dirigente a livello istituzionale e politico capace di recepire l’indignazione popolare e trasformarla in sana proposta e protesta politica.
Ho ammirato - e non poco - il vescovo Bregantini nel momento in cui è sceso simbolicamente sui binari di Locri. Negli anni ho subito più volte procedimenti giudiziari per blocco stradale e, almeno in una occasione, è stata provvidenziale l’amnistia; ma era un altro periodo storico! Oggi non mi sentirei di consigliare a un giovane di bloccare la 106 senza alcuna tutela.
Se c’è una pur larvale classe dirigente lo deve dimostrare qui e ora, iniziando dal Consiglio Metropolitano, perché altrimenti non si capisce la funzione politica di tale organo istituzionale (per chiarezza e con grande rispetto: la massima rappresentanza istituzionale non è la Prefettura ma gli organi della Città Metropolitana, che finora sono stati semiclandestini).
Eventuali fughe in avanti, seppur generose, diventano un’avventura senza sbocchi.
La Locride sta vivendo un periodo buio. Ribadisco: manca la “Politica” e così si sventolano come straordinari successi l’ordinaria(issima) amministrazione. In questa ottica, il ponte sull’Allaro, l’ospedale di Locri, la diga sul Lordo diventano simboli di un inaccettabile stato di abbandono e, contemporaneamente dell’assoluta inadeguatezza di una classe politica senza spessore, senza orizzonti e senza progetti.
Per un’azione incisiva bisogna essere in migliaia a manifestare, e con la consapevolezza che non si può concludere tutto in una manifestazione.
Io sogno un risveglio delle coscienze dei cittadini della Locride e considero nostro dovere trasformare il “ponte” in una bandiera dietro cui scendere in campo per lottare in difesa della nostra dignità e per dimostrare che non siamo un popolo di babbei e di pecoroni da gabbare narrando favole per ritardati mentali.

Autore: 
Ilario Ammendolia
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