Colpi di Stato

Sab, 27/04/2013 - 17:00
Dalla fucilazione di Michele (1945) allo scioglimento di quasi tutti i comuni della fascia jonica reggina. In nome della legalicrazia, ossia il potere della legalità che viene prima d'ogni altro diritto, e che in suo nome calpesta tutti i diritti. La Resistenza accusa: può essere questa la soluzione al problema della 'ndrangheta?

Opera di Diego Cataldo, creata su richiesta per questa copertina de “la Riviera”

Sono passati 67 anni dal 25 Aprile del 1945. Non era questa l’Italia che sognavano i partigiani. Non era questa la Calabria a cui pensavano Eugenio Musolino, Enzo Misefari, Paolo Surace che trascorsero anni nelle galere fasciste o nei luoghi di confino di polizia, e certamente non era questa la terra per cui sono morti, nel fior degli anni, Angelina Mauro, Giuditta Levato, Giuseppe Nigro, Giovanni Zito e tantissimi altri.
Non era questa la Calabria  che sognavano i ragazzi della rivolta di Reggio, né noi che a quella rivolta ci siamo strenuamente opposti in nome degli ideali della Resistenza.
Oggi guardiamo a quel giorno lontano con grande rispetto ma prendendo atto che nel Sud, nella Locride, c’è poco da festeggiare.
Non ci può essere un clima di festa quando avvertiamo il peso del” piede straniero sopra il core”.
Nessun parallelo tra il clima di occupazione nazista e quello attuale. Non c’è la Gestapo per le strade, non c’è guerra, non ci sono rastrellamenti. Tuttavia il nostro popolo non è libero, nella nostra Terra non passa giorno che non  si tenda a ignorare e mettere il discussione la Costituzione, mentre avvertiamo il tallone di un autoritarismo strisciante che tradisce gli ideali della lotta di Liberazione nazionale.
Oggi, la Resistenza accusa.
Accusa ogni volta che un giovane è disperato e senza lavoro.
Accusa ogni volta che la ‘ndrangheta uccide, o riesce ad imporre la propria legge sulla società.
Ogni volta che un innonte finisce in galera.
Ogni volta che un consiglio comunale viene sciolto. L’ultimo Comune sciolto per mafia è stato Casignana. Qualche giorno fà era toccato a Siderno , nei prossimi gioni potebbe essere il turno di Ardore.
Non sta a me giudicare i singoli amministratori. Conosco e sono amico personale di Pietro Crinò, già sindaco di Casignana, dal quale mi dividono tante idee politiche, ma nessuno in una democrazia dovrebbe essere considerato attiguo o colluso con la ‘ndrangheta, senza un regolare e giusto processo che lo dimostri aldilà di ogni ragionevole dubbio.

Non è una difesa del dottor Crinò. Tutti noi singolarmente siamo poca cosa dinanzi al destino della nostra Terra. Gli uomini sono destinati a passare mentre i principi restano e condizioneranno la vita di coloro che verranno dopo di noi. Quando un abuso passa nei confronti di una sola persona, del più piccolo dei Comuni, l’intero sistema democratico è in pericolo.
So bene che queste mie posizioni vengono avversate da tanti anche nella mia stessa aerea politica .
So bene che quando dico che la libertà è in pericolo posso essere scambiato per un visionario.
Non me ne preoccupo affatto, la politica o si nutrisce di ideali e di principi oppure scade nella lotta personale e regredisce nella barbarie.
La libertà e la democrazia debbono essere difesi sempre, sia quando un abuso si consuma nei confronti di un compagno o di un amico, sia quando ad esser colpito è un avversario politico.
La Resistenza accusa questa società di ricchi vergognosamente ricchi e di poveri drammaticamente poveri.
Esiste in Calabria una continuità storica, un feudalesimo che continua malgrado non ci siano più i feudatari legati alla proprietà della terra. Nuovi dominatori si sono affacciati e si affacciano all’orizzonte. Sono slegati da ogni processo produttivo: politicanti senza politica, partiti senza ideali, sindacati integrati,alti burocrati e avventurieri che operano in nome dello Stato ma sono interessati solo alla loro carriera. Sono  nuovi feudatari in Calabria ma ascari e insignificanti rispetto a un potere lontano e estraneo.
La nostra Resistenza fu il brigantaggio prima e la lotta per le terre dopo. Entrambe esperienze drammatiche e disperate (soprattutto il brigantaggio) e che si sono concluse in rovinose sconfitte. Determinando la nostra marginalità rispetto allo Stato. Apparteniamo ad una corrente di pensiero che ha tracciato un filo ideale con la Resistenza, registrando però una  rovinosa sconfitta.
Molti di noi hanno passato tutta la gioventù a contestare il potere dominante: abbiamo guidato le aspre lotte contadine e bracciantili che hanno rappresentato un robusto filo di collegamento con i valori profondi della Resistenza, ci siamo sdraiati nelle strade, scontrati con le forze dell’ordine, subìto processi. Niente di eroico , molto di sbagliato. Siamo stati traditi ancor prima ancora che sconfitti
Settanta anni fa una minoranza del  popolo italiano dinanzi ad uno Stato codardo e responsabile del disastro , riscattò l’onore dell’Italia dando vita alla Resistenza ed alla lotta partigiana. La ragione fu da una parte ma i giovani convinti di combattere per salvare l’onore ed il destino della Patria furono  da entrambi le parti.
Noi l’esperienza della Resistenza non l’abbiamo vissuto. Questo condiziona la nostra storia ed il nostro presente. Proprio in quei giorni a Caulonia i carabinieri del re mentre erano intenti ad arrestare centinaia di partecipanti alla repubblica rossa di Caulonia, uccisero un contadino inerme ed estraneo ai fatti di quei giorni: Michele. Stava uscendo con l’asino e la zappa della stalla. Fu scambiato per un certo Nando e un colpo rabbioso di fucile lo colpì alla testa.
Nessuno pagò quel crimine, nessuno fu processato perché Michele era solo un contadino povero di un paese della Calabria dimenticata. Sono passati tanti anni,  questo Stato ha una sua sostanziale continuità nel Sud, in Calabria, nella Locride.
Noi abbiamo un solo modo per onorare la Resistenza, farla vivere in Calabria che ne è stata estranea. Una Resistenza democratica di cui si sente estremo bisogno e che noi abbiamo l’oneroso compito di combattere.

Autore: 
Ilario Ammendolia
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