Così come si sciolgono i comuni calabresi andrebbero azzerati Parlamento e Csm

Dom, 30/06/2019 - 11:20

Lo tsunami devastante che ha colpito il Csm sta mostrando come anche la giustizia ai piani alti possa corrompere, falsificare, favorire, ricattare, e il tutto per un tornaconto personale. Non che quanto sta emergendo sia in fondo questa inaspettata sorpresa ma è pur vero che finora non vi erano state delle prove così lampanti da rimanerne sconvolti. Un po’ come succede nei tradimenti di coppia: una cosa è averne solo il sospetto, altro è trovare il partner a letto con l’amante.
Il verminaio venuto alla luce ha portato la fiducia degli italiani nella magistratura ai minimi storici: secondo un sondaggio Ipsos pubblicato dal Corriere della Sera, solo un italiano su tre dichiara di credere nei giudici, mentre per il 61% la credibilità della categoria è stata seriamente compromessa da quello che si ritiene un vero e proprio scandalo. Eppure per Palamara, Ferri, Lotti e tutti i nomi che stanno venendo fuori dalle intercettazioni, tra cui lo stesso Presidente della Repubblica Sergio Mattarella o il Procuratore Nazionale Antimafia Cafiero De Raho, non è stata adottata alcuna misura cautelare: sono tutti liberi di inciuciare e di inquinare le prove. Per un cittadino qualunque sarebbe andata così? È chiaro che no. Alla magistratura, invece, è consentito di essere graziata in nome di un’autonomia e indipendenza riconosciute dalla Costituzione. A “passarla liscia” stavolta (come tante altre), in nome di non si sa bene cosa, è anche la politica. In una società in cui per i poveri cristi la presunzione di colpevolezza ha ormai soppiantato la presunzione di innocenza, questa estrema facilità con cui si accetta il mancato rispetto del principio di responsabilità, che vale per il medico che sbaglia così come per l’ingegnere ma non per il magistrato – e adesso anche il politico – stride profondamente. In un’epoca in cui le misure di prevenzione antimafia hanno legittimato sacrifici alle libertà individuali, senza prove, basandosi sul solo sospetto, l’estrema leggerezza con cui si sorvola sulle colpe della magistratura e della politica è intollerabile.
Al di là dello scandalo che di recente si è abbattuto sulle toghe, l’Italia paga la mancanza di una normativa seria sulla responsabilità dei magistrati. La legge è ancora troppo garantista delle valutazioni del giudice, eppure gli errori giudiziari continuano a crescere: dal 1992 – anno in cui parte la contabilità ufficiale delle riparazioni per ingiusta detenzione presso il Ministero dell’Economia e delle Finanze – al 30 settembre 2018, si sono registrati oltre 27.200 casi, 1.007 innocenti in custodia cautelare ogni anno, una spesa che sfiora i 740 milioni di indennizzi, per una media di 27,4 milioni di euro l’anno. 27,4 milioni di euro che paga lo Stato, che paghiamo noi. E questo anche a causa di un giudizio troppo sbilanciato verso quella discrezionalità, il cosiddetto libero convincimento del giudice, che spesso si traduce in arbitrio. Nel febbraio 2015 il Parlamento ha varato la legge 18, che modificava le norme sulla responsabilità civile dei magistrati, una legge salutata dall’allora presidente del Consiglio Matteo Renzi come una mezza rivoluzione che avrebbe cancellato la legge Vassalli eccessivamente garantista nei confronti dei magistrati, tanto che dal 1989 – anno successivo alla sua entrata in vigore – al 2014, erano state solo 410 le citazioni presentate dagli italiani per responsabilità civile dei giudici, 410 su 52 milioni di procedimenti penali aperti, lo 0,0008%. Con la legge Vassalli non c’era che da essere scettici e, infatti, di quelle 410 citazioni furono ammesse al vaglio dell’autorità giudiziaria 35 e di queste accolte solo 7. Con la legge varata sotto il governo Renzi, gli esposti sono raddoppiati ma le condanne sono pari allo 0,01%. La rivoluzione auspicata da Renzi non è avvenuta. Si è trattato dell’ennesimo inganno. La cosa non mi stupisce più di tanto. Politica e magistratura sono da sempre due società di mutuo soccorso reciproco. La politica si serve della magistratura e la magistratura sta al servizio della politica. Questo perché la politica ha il potere di macchiare, insozzare, incolpare ma non condannare, mentre la magistratura sa bene che tutto il suo potere si risolve in due parole "ti assolvo" e "ti condanno", che non è cosa da poco ma lei non lo sa, la politica sì. Lei non lo sa e ci soffre. E la sua sofferenza deriva soprattutto dal fatto che, vivendo in uno stato democratico in cui ogni potere deriva dal popolo, lei dal popolo non ha ricevuto proprio un bel nulla. Questo lei lo sa, la politica no. O almeno non più. Da questo equivoco nasce la loro alleanza. E così mano nella mano, la politica sfoggiando un certificato di potere – purtroppo mozzo – rilasciato dal popolo e la magistratura con un potere autocertificato – ma altrettanto mozzo – vanno sterminando quel che resta della democrazia. Il caso Palamara ne è una triste riprova. Nella rete degli intercettati, come abbiamo visto, ci sono politici e magistrati che si aiutavano a vicenda, che facevano accordi nel corso di incontri riservati e notturni, che mettevano in atto escamotage per non essere intercettati, che cambiavano ripetutamente cellulare, che si adoperavano per collocare nei posti di comando dei tribunali “uomini di fiducia”. Politici e magistrati a capo di un’organizzazione malavitosa. Perché allora non estendere anche a questi signori il codice antimafia, ovvero la legge con cui si è rasa al suolo la Calabria e il meridione? Così come vengono azzerate intere aziende e sciolti consigli comunali per il sospetto del cosiddetto “contagio” da parte di soggetti malavitosi, lo stesso dovrebbe accadere, alla luce di quanto è emerso dallo scandalo del Csm, all’interno del Parlamento e dello stesso Csm. Perché se le modalità di applicazione dell’interdittiva antimafia e della legge sugli scioglimenti dei comuni sono ritenute conformi alla Costituzione e il principio del contagio è valido e utile, dovrebbe poter colpire anche deputati e senatori. E la regola dovrebbe valere anche per prefetti e magistrati. Perché non è possibile essere indagati e magari condannati da chi poi si scopre sia a capo di un’organizzazione malavitosa o magari sia stato contagiato. L’unica risposta che, a rigor di logica, ci si dovrebbe, dunque, aspettare da tutta questa vicenda sarebbe lo scioglimento del Parlamento e del Csm. Una proposta che forse farebbe rendere conto agli “intoccabili” del vuoto della normativa che sta alla base di interdittive e scioglimenti comunali. Una proposta che so bene rimarrà del tutto inascoltata perché questi signori sono l’immagine stessa del privilegio e dell’arbitrio, dispongono di armi micidiali e di leggi che maneggiano come e contro chi vogliono, attraverso i meccanismi più incontrollabili.

Autore: 
Maria Giovanna Cogliandro
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