DA INGRID BERGMAN ALLE RUSPE

Sab, 21/01/2006 - 00:00

Quando muore un cinema muore un’opportunità insostituibile ed incalcolabile di crescita culturale di una comunità. Nella nostra comunità è morto definitivamente un cinema ed è un giorno triste per tutti noi. A vedere le mura del vecchio cinema crollare sotto l’incalzare della ruspa mi viene da pensare che si stiano cancellando così, inesorabilmente, il soffio vitale dell’utopia e il profumo del romanticismo che, quei colpi di ruspa, stanno ricacciando nel buio, negli angoli più nascosti della nostra memoria. Anche nel nostro paese gli ultimi scampoli  che vengono dal tempo felice della gioventù e si trascinano dietro il ricordo di momenti magici di aggregazione lasciando la dolce malinconia del tempo passato, gli ultimi rintocchi di un tempo memorabile, stanno scomparendo. Il cinema “Apollo” non era il cinema degli albori, dell’inizio, dello svezzamento, era venuto dopo, segno del paese che cresceva, dei nuovi gusti, e veniva costruito per la necessità di accrescere l’offerta di cinema della nostra comunità che già aveva il suo “Cinema Nuovo”.  Ho avuto un tuffo al cuore stamani vedendo crollare sotto i colpi di una implacabile ruspa le mura annerite del vecchio cinema “Apollo”. C’erano, mescolati nei ricordi, l’odore di pulito del bucato fatto a Sant’Anna, un ricamo della mente, quieto e doloroso, di sentimenti, di colori, di memorie che venivano dal tempo della sua nascita e si mescolavano alla polvere e ai detriti, ultimo destino, del cinema che moriva in una giornata di gennaio, propriamente il 18, dell’anno del Signore 2006. Mi sono passati per la mente ricordi di serate passate con gli amici,in quella sala sghemba, una specie di informe galleria alta e disadorna, stravaccati sulle sedie di compensato, storditi dai suoni delle colonne sonore, dal rumore degli zoccoli dei cavalli dei pellerossa guidati da “Cavallo Pazzo”, che andava in cerca del giorno giusto per “morire”, che lanciavano frecce dalle punte infiammate, lasciandosi dietro i cadaveri dei pionieri senza “scalpi” e i loro carri in fiamme, inseguiti dal settimo cavalleria i cui soldati “dai lunghi fucili”, avevano le facce pulite dei bravi ragazzi che odiavano il sangue e uccidevano perché vi erano costretti dalla ferocia dei nemici. Ho rivisto scene di misteri e assassinii, di treni in corsa che sembrava dovessero bucare lo schermo e rovinarci addosso; ho sentito il sapore del peccato che ci investiva per un bacio appassionato, per una scollatura che lasciava intravedere l’accenno di un seno, ancora non taroccato, della protagonista; il ricordo di una battuta di un amico, fra una scena e l’altra, di un apprezzamento per l’attrice particolarmente seducente. I miei ricordi sono scorsi veloci ed implacabili mentre la ruspa faceva scempio di quel vecchio cinema, mentre inesorabilmente anche la vecchia macchina da presa seguiva i calcinacci delle mura sventrate e rovinava giù con un rumore assordante. E mentre ciò avveniva rievocavo volti di amici ormai scomparsi, sentivo rinascere la calda amicizia di giovani di provincia che sapevano avere un destino segnato da partenze ma che amavano sognare attraverso le immagini che mostravano un mondo lontano ed irraggiungibile; si ricollegano, i miei ricordi, a don Carlo, burbero “Cerbero” che vegliava a che noi giovanetti non facessimo più danni del biglietto pagato per vedere un film, al signor Condino che faceva le pizze proprio nel locale accanto al cinema, a Mario che vendeva noccioline tostate e semi di zucca rossa; e poi il ricordo di qualche titolo di film: “ Per chi suona la Campana” con Indrid Bergman e Gary Cooper, “La Dalia azzurra” con George Brent, Alan Ladd e la bionda sensuale, misteriosa Veronica Lake;  ricordo ancora quella ragazza di cui volevo conquistare il cuore, splendida stella del firmamento dei miei anni felici, che non ha più un nome se non quello della gioventù. Allora l’appuntamento per guardarla era al cinema, fra un atto e l’altro, per dirci, con gli occhi, l’immensità dell’amore, quello grande che più grande non c’è nell’Universo salvo a rinsecchire come fiore reciso, appena il tempo di una sequenza, drammatica o comica, di un film.
Poi il degrado, la lunga agonia, i venti forti del tempo che passava che hanno squassato quello che era sorto come il luogo della nostra giovinezza, come altri che punteggiavano il nostro paese d’allora, ormai tutti scomparsi nella loro essenza, nel loro profumo, nel loro sapere di gioventù, di burla, di levità di una vita altrimenti difficile e qualche volta anche amara. La lunga stagione del cinema “Apollo” è finita da un pezzo, doleva il cuore vederlo deperire, sembrava parte di noi giovani d’allora che assistevamo alla fuga dei nostri anni innocenti, era come se con il vecchio cinema se ne andasse parte di noi, era un addio lento alla nostra gioventù, ai nostri sogni, alla nostra città. Non che fosse stato mai bello, anzi era un brutto edificio, un ammasso di cemento nel cuore della città, era come se fosse nato vecchio e sbilenco, ma era parte di sentimenti, di voglia di fare, di vedere, di conoscere; per noi era questo quel “cinema”, gli avevamo assegnato questo compito gravoso: di ricordare e di ricordarci. Assieme al cinema “Nuovo” era parte di noi, in essi aleggiavano i fantasmi di quel nostro essere che abbiamo smarrito lungo la strada. Era brutto dicevo ed era altra cosa di quell’arena che ricordo appena, di tavole, che sorgeva ancor prima nei pressi, ma era la nostra fabbrica dei sogni, era la modernità di allora, la conquista, dopo gli anni bui della guerra di uno spazio possibile, era un presidio di civiltà per chi restava anzi mostrava a tutti noi che si poteva restare, che si potevano far riposare le valige in un cantuccio.
Poi arrivarono i film pornografici, poi la chiusura definitiva e nel suo portico si era istallato un gentile “vocumprà” che vendeva la sua mercanzia senza petulanza e con discrezione. Poi anche lui sparì forse perché il portico era divenuto pericolante.
Ricordo ancora, in quel cinema, due episodi legati  alla vita politica del paese. Uno risale molto indietro nel tempo. Una conferenza di Pietro Ingrao, io ad assistervi assieme ai miei figli piccoli, lui che si avvicina e li accarezza dolcemente ed io a dire loro: questo è Pietro Ingrao, è Pietro Ingrao! L’altro si svolse alla fine di un’ epoca della nostra politica molto importante e che aprì la strada ad una fase che andrebbe studiata più a fondo. Ma, i miei ricordi non hanno date, non sono ancorate se non ad attimi, a sensazioni. Allora in quel cinema, in una giornata fredda ed umida, si svolgeva un convegno del nostro partito socialista, anche lui scomparso travolto da tangentopoli e dall’ignavia della politica, dagli odi furibondi, dalle rivalità, dall’ingordigia, dal desiderio che è in ognuno di noi, di vedere affondata la nave sicura che ci aveva traghettato in tempi difficili e che ora, potenza della presunzione, pensavamo ormai superata, non più adatta a traghettarci verso i nuovi orizzonti che si paravano dinnanzi alla nostra comunità. Ricordo che si parlava di lista civica, quindi di un fenomeno nuovo che scuoteva gli antichi equilibri. Ricordo il professore Cosimo Jannopollo, il Sindaco per antonomasia di Siderno, che viveva gli ultimi anni della sua vita politica spesa interamente al servizio del suo paese, la sua incredulità rispetto agli eventi che si andavano  sviluppando. Mi ricordo, ed è la cosa che più mi è rimasta impigliata nella mente, la sua ripulsa, il suo non capire, anzi la sua incredulità rispetto ad un fenomeno che pensava non potesse verificarsi, ed invece era la prima breccia di un nuovo che ancora, neppure io, ero riuscito a capire e ad accettare. Il nostro paese era unico, quasi inconfondibile, in esso arrivava l’odore di mare e quello dei torsoli d’ulivo ammonticchiati davanti le fabbriche della Gaslini e di Audino; ma anche quello del gelsomino che le donne raccoglievano nelle nostre campagne, al buio e nell’umidità della notte; era l’odore di baccalà che saliva dalle case, l’odore di rose dai davanzali delle finestre basse e tutte allineate che davano sulle strade, luoghi di vita e di parole, appiccicate le une alle altre. Le stagioni della politica si consumavano invece in piazza Municipio, con al centro, il suo bel monumento del Guerrisi a ricordo “imperituro”, come si legge sul marmo bianco, dei nostri eroi caduti nelle due guerre mondiali. Ecco quello che moriva con il cinema “Apollo”, che apollo non era stato mai per via della sua pretenziosità, il suo inutile ergersi al cielo, il suo riflettere un paese che aveva perso già da tempo i suoi umori e la sua civiltà e che si era avviato su un’ altra strada, meno nobile. Ma era ormai un ricordo, un punto preciso per avere memoria, per rievocare il volto di amici, scene della propria vita, barlumi di sentimenti. Verranno costruiti appartamenti e magazzini, saranno i ricordi di altri che verranno, sarà una storia che non ci apparterrà più.

Autore: 
Paolo Catalano
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