Dal ceppo alla “cippa”

Dom, 23/06/2019 - 11:40
I briganti

In questa settimana ho avuto la fortuna (o la sfortuna, dipende dal punto di vista) di imbattermi in un articolo esilarante su Facebook. Un certo Senaldi, direttore di un certo giornale (di dubbio gusto, a parer mio) di cui non faccio il nome per non fare "gabbo", avrebbe affermato che i veneti possiedono tratti fisici che li distinguerebbero dagli altri italiani, e questo lo si potrebbe notare osservando una foto di Zaia, governatore del Veneto, il cui ceppo sarebbe assai distinto da un altro ceppo a caso: quello calabrese, per esempio.  A partire da questa lombrosiana affermazione (probabilmente né Zaia né Senaldi lo comprendono, o piuttosto dovrei dire sì!) si è scatenata sui social la gara al post più divertente sui parallelismi tra ceppo Zaia e ceppo Calabro, e io ancora ringrazio per questo, era da un po' che non ridevo così. Ovviamente anche a me è venuto un pensierino, che ho prontamente postato su fb e che qui ripropongo: «Per quanto il non appartenere al “ceppo Zaia" non possa fare altro che farmi tirare un sospiro di sollievo... non posso evitare di pensare che ancora nel 2019 c'è qualcuno che parla di ceppo. Ciò la dice lunga su quanto questi ominicchi che aprono bocca non capiscano una beata "cippa"!». Difatti, pensandoci, la cosa che mi sconvolge è che Senaldi abbia buttato lì questa affermazione, a caso, senza il benché minimo sospetto di fare un salto indietro di oltre un secolo e mezzo. Non siamo di fronte a un Lombroso che puntava il dito accusatorio sui briganti, rei di possedere la "fossetta occipitale" sul retro del cranio che li contrassegnava come farabutti (e che si scoprì possedere lo stesso Lombroso, dopo la sua morte!), ma non siamo neanche di fronte alle leggi razziali di 80 anni fa. Siamo semplicemente davanti a una tale ignoranza che è qualcosa che mi sconvolge dentro e fuori, e che non posso evitare di esternare perché è come se fossi stata colpita da un virus letale. Ecco, l'ho fatto, m’aggio sfugat nu poco: ora sto un pochino meglio. Voglio chiudere questo mio sfogo incollando due commenti al mio post, che mi danno ancora speranza per un futuro migliore. Il primo è di Paolo Fragomeni, che afferma: «quando il "ceppo veneto" dimorava sulle palafitte (e non lo dico per offendere nessuno) il "ceppo Calabro" innalzava templi agli Dei, faceva incetta di vittorie olimpiche e il grande Platone veniva a Locri, da Timeo, per approfondire il concetto di democrazia». E concludo con Francesco Sgambelluri, che taglia la testa al toro, e non solo al toro: "Ndavarrevunu u si tagghjianu a testa supa a nu ceppu!”.

Autore: 
Brigantessa Serena Iannopollo
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