Festa di San Giovanni: una tradizione che Gioiosa non vuole abbandonare

Dom, 23/06/2019 - 16:40

A Gioiosa Ionica, quest’anno, la festa di San Giovanni Battista, che ricorre il 24 giugno, non potrà essere celebrata a causa di un intervento di restauro sulla Chiesa Matrice. Per questo motivo, in paese, si parla della vecchia festa di San Giovanni con un forte senso di nostalgia. Per cercare anche noi di rievocare usi e costumi del passato, ci siamo rivolti a Tiziano Rossi, studioso di tradizioni popolari con il quale avevamo già parlato della farsa di carnevale lo scorso marzo.
«La festa di San Giovanni affonda le proprie radici ai tempi degli antichi romani - comincia subito  a raccontarci Rossi una volta accomodatici nel suo studio, - ma, pur essendo adottata molto presto dalla Chiesa come rituale cristiano, la contesa relativa alla paternità del culto con le comunità pagane sarebbe stata risolta solo con l’emanazione dell’editto di Teodosio, nel 380. A partire da quel momento la Chiesa dovette rivedere la sua ritualità, ma certe abitudini, dure a morire, vennero con il tempo tollerate sopravvivendo fino ai giorni nostri.
«La notte di San Giovanni è sempre stata considerata una notte magica, in cui, come diceva William Shakespeare, “l’impossibile si avvera”. Questa notte delle magie e delle superstizioni, a Gioiosa, era considerata il momento ideale per rinsaldare i vincoli di amicizia con il “cummaraticu” o “cumparticu”, un legame che non si sarebbe potuto sciogliere senza offendere il santo (non a caso un antico detto recita che “Sangianni non voli ‘nganni”). Questa tradizione, che veniva poi legittimata dalla chiesa attraverso la cerimonia della cresima, si mantiene ancora oggi, anche se ovviamente il numero di famiglie che la praticano è molto ridotto rispetto al passato. Ciò testimonia quanta importanza si dia a questo rito e ai legami che si consacrano durante quella notte, per quanto un altro detto popolare reciti “Mortu ‘u cumpari, mortu ‘u sangianni” a dimostrazione, forse, della presenza di casi in cui invidie o dispetti tra famiglie avevano viziato il legame tanto da far passare la volontà di non offendere il santo in secondo piano.
«La festa che si svolgeva in paese ha sempre avuto un legame con l’accensione di grandi falò sul sagrato della Chiesa di San Giovanni Battista, utili ad allontanare gli spiriti maligni. Accanto a questo culto collettivo, però, la festa veniva celebrata anche tra le mura delle case con metodologie che potevano variare, in certi casi, persino da rione a rione.
«Prima di recarsi alla Matrice a danzare intorno al fuoco, infatti, le “maddamme”, le donne gioiosane che indossavano il costume tradizionale, per evitare che le “magare”, le fattucchiere emarginate in uno dei rioni del paese, ancora oggi chiamato “‘u Vajuni d’i magari”, potessero introdursi nella casa lasciata incustodita rapendo i bambini per rivenderli, avevano l’abitudine di lasciare sull’uscio un mucchietto di sale, perché si credeva che, per entrare, la donna sarebbe stata costretta a contare tutti grani, un compito che le avrebbe fatto perdere tempo fino all’alba, momento in cui la fattucchiera sarebbe stata costretta a nascondersi per evitare la luce del sole.
«Mentre gli adulti andavano in piazza, inoltre, i bambini e gli anziani restavano in casa e ingannavano il tempo con usanze che dimostrano una volta di più come il credo cristiano non fosse riuscito a cancellare certi riti di chiara derivazione pagana. Ognuno di questi giochi aveva come minimo comune denominatore la volontà di fantasticare sul futuro. I ragazzi, ad esempio, prendendo una striscia di stoffa della larghezza di 3 o 4 centimetri e avvolgendola attorno a un bastoncino di legno, scoprivano se i loro desideri si sarebbero realizzati. Stringendo il bastoncino nella mano destra, il giovane pensava a ciò che voleva fare da grande per poi sfilare l’intreccio di stoffa dal legnetto. Se il tessuto fosse venuto via senza restare impigliato i desideri del ragazzo si sarebbero avverati, altrimenti avrebbe dovuto attendere un intero anno per fare un altro tentativo. Stesso scopo aveva l’operazione di versare a sera il bianco d’uovo all’interno di un bicchiere colmo d’acqua da parte delle ragazze: se, il mattino seguente, le giovani avessero trovato uno strato di bollicine sull’acqua avrebbero trovato un buon marito, altrimenti anche loro avrebbero dovuto attendere l’anno successivo per fare un nuovo tentativo. Gli adolescenti, invece, per scoprire che lavoro avrebbero fatto da adulti, scioglievano del piombo in un vecchio pentolino e lo versavano in una bacinella piena d’acqua. A seconda della forma che il piombo, una volta solidificato, assumeva, i ragazzi scorgevano in esso gli strumenti che avrebbero utilizzato per il loro futuro lavoro, mentre le ragazze intravedevano i lineamenti dell’uomo che avrebbero sposato. Altra usanza assai diffusa tra le giovani era quella di cercare di far fiorire il cosiddetto “ombelico di Venere”. Se questa erba, raccolta quaranta giorni dopo Pasqua e appesa al muro della propria casa o dietro alla porta, sarebbe fiorita entro il giorno di San Giovanni le ragazze avrebbero potuto sperare in un bel matrimonio, ma curare questa pianta era assai difficile e il pavoneggiarsi delle giovani che fortunosamente riuscivano a farla fiorire creava spesso inimicizie.
«Ma la festa era importantissima anche per i contadini, che durante la notte di San Giovanni erano protagonisti di riti e usanze che cercavano di prevenire l’eccessiva siccità dell’imminente stagione arida o ricercavano maggiore fortuna per la raccolta dell’anno successivo.
«La festa era anche il momento ideale per fare i “pricanti”, una sorta di implorazione, o di scongiuro, che veniva formulata come se fosse una preghiera con lo scopo di ricevere delle piccole grazie. Molto diffuso era quello che serviva a togliere le verruche o quello per evitare la puntura delle vespe, che diceva: “Vespa, san Vespa, San Gianni ti molesta, San Gianni ti scungiura, no’ mangiari carni cruda!”
«Questa filastrocca costituisce un caso molto particolare perché attribuisce una forma di rispettosa santità alla vespa stessa, alla quale pure ci si rivolge con un singolare “san Vespa” e non con il più corretto “santa Vespa”, ma anche perché il monito a non mangiare carne cruda, prima ancora che essere riferito al desiderio di non essere punti, pare essere una preghiera di non intaccare le dispense di carne, all’epoca preziosissime.
«Le suggestioni legata alla data del 24 giugno sono inoltre state determinanti nello sviluppo della credenza che alcune erbe avvizzite, in questa occasione, diventassero miracolose. Ciò valeva per la ruta, che si riteneva potesse guarire la parassitosi intestinale dei bambini, ma anche per l’aglio secco, che contribuiva a tenere lontani gli spiriti maligni.
«È difficile capire come mai la Chiesa abbia tollerato tutte questa usanze. Forse perché ha riconosciuto loro il merito di aver rinforzato il tessuto sociale del paese e consolidato i legami tra i compaesani. I legami di comparato, infatti, sono stati per decenni alla base di tutti i vincoli dettati dagli usi e dalle tradizioni locali, come l’obbligo del saluto, dello scambio delle visite e di regali nelle principali feste liturgiche. Più evidente è, invece, il legame religioso che la festa ha con il miele: secondo il racconto del clero, infatti, San Giovanni, per farsi eremita, sarebbe andato a vivere nel deserto, dove si sarebbe sostentato mangiando locuste e miele d’api. È per questa ragione che, durante l’allestimento del falò, arrivavano in paese anche i “mastazzolari”, venditori ambulanti che, addossando una cassa di legno al muro della chiesa, vendevano miele locale o i “mastazzola”, dolci a base di miele che venivano impastati in varie forme e dimensioni.
«Con il tempo, questi riti hanno perso parte del loro significato, anzitutto perché non più legati a un’economia strettamente vincolata a ciò che offre la terra. Fa piacere constatare, tuttavia, che rimane ancora un legame sentimentale con molte di queste tradizioni, che testimoniano la grande volontà di recuperare le usanze del passato e i suoi significati da parte del nostro paese e che, ne sono certo, garantirà alla festa di essere ripresa non appena si chiuderà la parentesi del restauro della chiesa».

Autore: 
Jacopo Giuca
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