Frutti dimenticati: "Crisina"

Mar, 03/09/2019 - 09:30
Pirus Communis

Tale varietà di pero mi ricorda l’ultima trebbiatura a cui presi parte nella mia vita, quando avevo 11 anni, nel 1957. Mio fratello che non c’è più da 15 anni, aveva compiuto vent’anni sul transatlantico Roma il 17 luglio e io mi ricordo il momento struggente dell’addio sul molo del porto di Messina di fronte alla dogana quando ad altoparlante altissimo, al momento di salpare per l’Australia, sulla nave fu diffuso il motivo “Emigrante che lasci la tua terra”; egli aveva curato il campo, seppure giovanissimo, dove era stata seminata la varietà “Squadremo”, tipica di Staiti, grano dalla spiga marrone chiaro, ormai estinta. Era arrivata la fine di luglio per cui in tutte le aie ci si apprestava alla trebbiatura del grano, previa la preparazione dell’aia stessa, che veniva ripulita dalle erbe e poi bagnata abbondantemente perché le fessure della terra si richiudessero con l’aiuto anche della pula (pillu), conservata appositamente dall’anno prima.

A Bova le fessure venivano tamponate con polvere del letame di pecora che favoriva fra l’altro la levigatura dell’aia dopo che veniva bagnata con l’acqua. Al mattino ai primi chiarori mio padre con i suoi amici e vicini di campo Peppi Spanò e Peppi Pancallo, cominciarono a scaraventare sull’aia i covoni (gregni), costituiti da più manipoli (jermiti), che venivano adagiati a circolo a cominciare dai bordi; ci si aiutava reciprocamente e gratuitamente con l’uso del “prostafè”, scambio di manodopera gratuita tra vicini o parenti. Quando tutto fu completato, cominciarono con le roncole a rompere la “pisera”, quanto l’aia conteneva, che consisteva nel tagliare i legacci dei covoni che erano costituiti da cinque manipoli. Attorno alle undici una coppia di mucche aggiogate venivano immesse nell’aia, previa una preghierina rituale che augurava un buon raccolto da parte della moglie dell’agricoltore; mia madre non lo faceva perché era “scrèdula” ossia non credente. I bambini presenti di solito aspettavano con ansia di salire sulla pietra dell’aia (trigghja) e farsi trainare dalle mucche che munite di museruole, cominciavano già dopo poco tempo ad ansimare per il caldo. Io nell’attesa che le mucche fossero immesse nell’aia, avevo esplorato i peri dai frutti maturi e avevo constatato che erano pronti a essere mangiati quelli delle varietà “Reginella” e della “Crisina”. Le reginelle erano chiazzate da puntini simili alle efelidi, su un fondo avana chiaro, mentre le crisine erano particolari in quanto erano pervase in maniera omogenea da un giallo brillante, da cui la denominazione “crisina” che in greco significa “dorata”.

Verso la metà degli anni 70 del 900, il campo dei miei fu attraversato da un incendio per cui fu distrutta la varietà Crisina e io per anni andai invano alla ricerca della varietà. Nei primi anni del 2000, il defunto ingegnere Felice Medici, di Bianco ma residente a Reggio, mi chiese di accompagnarlo nelle aree ripariali alla ricerca di resti di antichi mulini ad acqua e ci ritrovammo in estate nel posto in cui il Butramo s’immetteva nel Bonamico, dove prendemmo le misure della torre del mulino ad acqua che ancora resisteva al tempo e alle piene. Visitammo in seguito le rovine del monastero basiliano di San Nicola, ma ci rimaneva tanto tempo in quanto la giornata era lunga e l’ingegnere aveva l’abitudine di non mangiare a pranzo, mentre io resistevo bene ai morsi della fame, mentre eravamo ben equipaggiati d’acqua. Decidemmo allora di visitare Pietra Castello, un ridotto di difesa arretrato verso l’interno di periodo bizantino, posto su un’antica via di collegamento tra il Tirreno e lo Jonio, con una vista magnifica sui resti di Potamia distrutta da un’alluvione nel XVI secolo e sul Bonamico, ma ora stabile residenza “regale” di una mandria di superbe capre aspromontane.

Prima di raggiungere Pietra Castello, arrivati sull’altipiano di contrada Palazzo all’incrocio di due strade, vedemmo uscire da un campo recintato due signore, ognuna con un sacco di pere in testa che avevano raccolto da un pero maestoso. Riconobbi dai frutti rimasti sulle cime che si trattava delle “crisine” e chiesi alle due signore come le chiamassero e risposero assieme: “trìsine”. Infatti il nome aveva subito una mutazione fonetica nella parte iniziale. Le gentili signore ci offrirono dei frutti e dato il mio interesse per essi, mi dissero che avrei avuto la possibilità in tempo dovuto di recarmi sul posto a staccare degli innesti dalla pianta, aggiungendo che il campo apparteneva alla famiglia Giorgi di cui erano rappresentanti. Li consumammo in seguito al castello bizantino e in effetti tramite essi mi ritornò in mente, attraverso la loro forma rotondeggiante, il colore giallo-oro, i peduncoli lunghissimi, il sapore fragrante e la polpa leggermente granulosa, la mia infanzia. In seguito reperii gli innesti da un campo della famiglia Altomonte di Ferruzzano, mentre appena tre giorni addietro Angela Maida di Davoli e suo marito Raffaele, appartenenti al Gruppo Archeologico Paolo Orsi di Soverato, mi mandarono un’immagine di pere raffiguranti le “crìsine” comprate al mercato settimanale di Soverato appunto e vendute da una sola signora. Mi chiesero se la varietà fosse antica e come si chiamasse, mentre la presente foto delle pere è stata scattata a Motticella di Bruzzano, grazie alle pere offerte dalla signora Orsolina Dieni, esperta di varietà autoctone di piante da frutto.

Autore: 
Orlando Sculli
Rubrica: 

Notizie correlate