Gangs of New York, una storia di sangue

Lun, 01/05/2017 - 19:48

Ieri, 29 Aprile dell’anno Domini 2017, ha compiuto 60 anni un purosangue della recitazione britannica: Daniel Day-Lewis, unico al mondo ad aver vinto tre statuette degli Oscar come miglior attore protagonista. Nella mia pur magra cultura cinematografica ho sempre considerato l’istrionico attore il miglior interprete tra quelli ancora in attività in fatto di talento, carisma e cura del personaggio. Ho perciò ritenuto doveroso celebrarlo con un’analisi del suo personaggio più iconico: Bill, il macellaio di Gangs Of New York.
“Il sangue resta sulla lama.”  L’ermetica frase del prete Vallon (LiamNeeson) all’inizio di Gangs of New York  dice di questa pellicola molto più di quanto si possa sperare di spiegare in seguito, ma proverò comunque a fare del mio meglio.
C’era una volta, in una New York molto diversa da quella odierna, una guerra tra bande.  E Paradise Square - un incrocio tra cinque strade detto ‘fivepoints’- ospitava le sanguinarie battaglie tra i Nativi - patrioti americani avversi all’immigrazione e all’integrazione, comandati da Bill il macellaio- e i Conigli Morti - bande di immigrati irlandesi, polacchi, tedeschi e asiatici, eterogenee per religione e cultura, comandati dall’irlandese prete ortodosso Vallon -.
La storia si apre con una maestosa battaglia nella quale i Nativi vincono e Vallon resta ucciso, davanti agli occhi del figlio Amsterdam - Leonardo DiCaprio, protagonista della pellicola- che finisce in un orfanotrofio. Trascorsi 17 anni, Amsterdam, tornato ai fivepoints per vendicarsi, si rende conto che New York è una città dilaniata da scontri a sfondo politico ed è tenuta in pugno proprio dal malvagio Bill. Amsterdam riesce a conquistarne la fiducia, ne progetta l’uccisione, ma viene scoperto e torturato. Decide allora di nascondersi per qualche tempo e radunare nuovamente i Conigli Morti per sconfiggere i Nativi, vendicare il proprio padre e liberare la città dall’oppressione di Bill. Nel frattempo New York è teatro di tali scontri, legati all’elezioni e alla questione della schiavitù, da richiedere l’intervento dell’esercito che rade al suolo la città. Le sommosse interferiscono con la battaglia dei fivepoints, che alla fine si riduce ad un duello tra Bill ed Amsterdam, nel quale questi, pur restando gravemente ferito, riesce ugualmente ad uccidere il rivale.
Il film si chiude con le parole di Amsterdam impegnato a spiegare che tutto il sangue versato per le strade di New York non potrà mai essere ripulito o giustificato. E soprattutto che mentre la città risorgerà dalle proprie ceneri, la storia dei fivepoints sarà cancellata per sempre, proprio perché “il sangue resta sulla lama”.
In primo luogo, Gangs of New York è innanzitutto un palcoscenico delle figure quasi grottesche che occupavano la Grande Mela prima della ricostruzione, tant’è che difficilmente nella lunga sceneggiatura si troveranno due personaggi uguali, o con la medesima funzione. E’ una maestosa - per budget, produzione e cura dei particolari- ricostruzione di un turpe spaccato di storia d’America andato quasi del tutto perduto.
In secondo luogo è l’ennesimo trionfo dello stile e della perfezione di Martin Scorsese, che ha avuto al proprio arco frecce come i già citati Liam Neeson, Leo Dicaprio, Cameron Diaz e un posseduto Daniel Day-Lewis che oltre ad aver curato ogni sospiro del Macellaio con maniacalità, ha saputo dare, grazie al proprio carisma, iconicità al personaggio, consacrandolo come uno dei “cattivi di Hollywood”.
In terzo ed ultimo luogo è una lezione sulla fragilità della politica e della giustizia americana del tempo di fronte alla corruzione. E’ una lezione sulle tragiche derive di un paese dominato dall’odio, ed è una lezione sull’integrazione razziale, che anche nel mondo odierno si configura come una piaga ingestibile ed insanabile.

Autore: 
Domenico Giorgi
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