Gioia Tauro, tra via e vie della seta

Lun, 18/03/2019 - 19:40
Calabrese per caso

Probabilmente in pochi, durante la loro visita al padiglione della Cina ad Expo 2015 a Milano, si sono soffermati all’ingresso davanti al grande schermo. Certamente in tanti saranno stati attratti dalle diverse presenze della Cina nelle sue migliori espressioni culturali e tradizionali. Ma credo che in pochi abbiano speso qualche minuto a cercare di dare un significato al videodiscorso di benvenuto del presidente Xi Jingping. Un benvenuto molto ben fatto, non solo per la qualità del prodotto mediatico proposto, ma per i contenuti. Se la visita al padiglione cinese aveva un’atmosfera molto diversa dagli altri, le parole del presidente avevano un peso e un fascino non ritrovato nelle vistosità americane o nella scontatezza eurocentrica. Nello scorrere delle immagini del quotidiano della Cina di ieri e di oggi, le parole scandite con tempi e frame adeguati all’autorevolezza della persona non scadevano in alcuna ridondanza né nella retorica. Nel quotidiano raffigurato da scene di vita di una qualsiasi famiglia cinese, l’ordinarietà diventava eccellenza e il Presidente Xi Jingping sembrava assumersi l’onore di esserne il primo promotore, oltre che il primo testimone. Si presentava, così, un modo diverso di guardare al mondo da parte di un Paese vissuto per decenni in un isolazionismo economico e ideologico quasi impermeabile, mentre l’Europa e noi al Sud ristagnavamo convinti che l’opulenza, soprattutto assistita, potesse durare nel tempo senza chiederci un prezzo da pagare al mercato delle opportunità mancate o non volute. La Cina ha ridefinito non solo le sue priorità politiche, ma anche quelle economiche ricercando nella crescita, al di là dei modi e delle condizioni, una sorta di rivincita su una visione globale del suo peso nelle relazioni internazionali che ricorda le imprese dell’impero della dinastia Qing al meglio delle sua capacità di espansione. La riscoperta della via della seta, ovvero di quell’itinerario che dall’Estremo Oriente giungeva sino al cuore dell’Europa rappresentato da Roma, e caro nel tempo di mezzo a un non a caso veneziano Marco Polo, non è certo una novità. Essa è soltanto una riorganizzazione delle possibilità di mercato tra Oriente e Occidente nelle quali la Cina ritorna a esserne parte fondamentale e nel quale intende, perché può, giocare un ruolo decisivo nell’inerzia europea, in uno spazio che, al di là del mare, presenta una continuità e una contiguità continentale tutta da considerare e da organizzare in termini commerciali. Se per un certo periodo di tempo siamo stati convinti che la Cina potesse essere il nostro mercato di sostegno per un’economia in affanno, oggi le parti si sono capovolte diventando noi, Occidente, il mercato per Pechino. Un mercato, quello europeo, che si rende conto di essersi trasformato in una terra di conquista delle economie “povere” di ieri. Stracciarsi le vesti oggi, in Italia come al Sud, perché si grida alla colonizzazione da parte dello yuan piuttosto che guardare alla disfatta delle infrastrutture del Mezzogiorno, significa dividere il Paese tra chi vorrebbe, paradossalmente, farsi colonizzare e chi, al contrario, se ne sente escluso dal momento che ogni progetto di infrastrutture ragionevoli ed efficienti, oltre che produttivamente convenienti, è stato archiviato in nome della solita apatia del non fare. Credere, allora, che un porto possa vivere di rendita geografica senza capire il perché certe scelte geopolitiche ed economiche protendono verso altre rotte, vuol dire non avere chiaro l’orizzonte verso il quale l’economia si dirige, e che non è solo Gioia Tauro il cuore del mondo né la sola porta d’Europa o del Mediterraneo. Tempi, mezzi, risorse, qualità, sono fattori decisivi per rilanciare un progetto anemizzato dalle stesse non-idee che oggi lo difendono senza assumersi, però, l’onere di farsi un onesto esame di coscienza, se non di mercato, per capire perché Gioia Tauro e il Sud sono e rimarranno marginali ad ogni progetto che magari ne avrebbe potuto allargare le possibilità, o agganciarli alle opportunità. Ecco, allora, che colonizzazione cinese o meno dell’Italia, guardando da Nord, significa tutto e nulla. In uno scenario caratterizzato da un’economia che si allarga verso le grandi potenze commerciali, tra le quali la stessa Unione Europea stenta a collocarsi, ancora oggi il problema per il Sud e per la Calabria rimane l’esclusione di Gioia Tauro dalle “rotte” della Belt and Road Initiative. Ma le idee di chi investe sono molto ben precise ed articolate per perdersi in giustificazioni di circostanza. Il grande piano infrastrutturale proposto da Xi Jingping già nel 2013 aveva ed ha lo scopo di rimodellare i termini di competitività dell’economia-mondo. Un’economia per la quale, che sia Gioia Tauro o Trieste il porto di attracco, diventa un problema da poco poiché le distanze non hanno significato se non i tempi e le modalità di raggiugimento del mercato da conquistare. Gioia Tauro, oggi, è distante non per le miglia, ma per la qualità dell’infrastruttura e per la non convenienza della movimentazione merci per i mercati del Nord o per le vie verso l’Est europeo. Nessuna capacità di lavorazione delle merci, nessuna alta capacità ferroviaria, nessuna capacità cargo a livello aeroportuale. Nessun ragionevole, e conveniente, motivo per far si che il transhipment diretto a Rotterdam piuttosto che a Kiev debba fermarsi in Calabria. Forse dovremmo memorizzare una delle frasi del presidente cinese, al di là delle buone o cattive intenzioni. E, cioè, che “La felicità non cade dal cielo e i sogni non si realizzano da soli.”. Aggiungerei però, che essa meno che mai si realizzerà in un reddito di cittadinanza o aspettando che qualcuno lavori, ed investa, per noi.

Autore: 
Giuseppe Romeo
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