Gli attaccanti del Nord

Lun, 09/01/2012 - 11:29
Tasso di evasione: 14,8 per cento al Nord, addirittura del 17,4 per cento al centro e del 7,9 per cento al Sud. Ovvero, al Nord si evadono 2500 euro procapite, al centro 3000, al Sud solo 950. Perà², attenti. Qualcuno potrebbe dire che gli evasori del Nord siano i meridionali al Nord.
Gli attaccanti del Nord

Avevo scritto su  «la Riviera» del 31 dicembre 2011 ad apertura dell’articolo GIUSEPPE SCULLI ATTACCANTE DELLA LAZIO: “Non c’è scandalo che non promani dal ventre infetto del Nord: da tangentopoli al calcio deviato  verso la truffa. Ma la grande stampa, tutta nordista e nordcentrica, continua a dare l’idea che siano il Sud e la Calabria i luoghi bestiali dell’inferno d’ogni virtù”.  Intendevo, fuori di metafora, che il Sud e la Calabria  sono indicati  come le sedi permanenti, lungo la storia d’Italia,  della corruzione e dell’illegalità. E questo è diventato opinione comune anche tra i meridionali che han finito con l’interiorizzare le categorie negative confezionate fuori dal Mezzogiorno, sul Mezzogiorno, contro il Mezzogiorno.  Si spiega con il difetto d’una cultura meridionalista, che è stata ritirata dalla libera circolazione.
L’odioso calco era stato aggredito e rimosso dai meridionalisti. Il siciliano Napoleone Colajanni non aveva mancato di dimostrare, nel suo saggio Il divenire sociale, che l’illegalità è presente tanto al Nord quanto al Sud. Il primo, caratterizzato dalla bancarotta fraudolenta, che il Colajanni chiamava delinquenza civile, il secondo qualificato dai delitti, che di nuovo il Colajanni chiamava delinquenza barbara. Naturalmente i delitti, la deliquenza barbara, facevano più impressione della bancarotta fraudolenta, delinquenza civile. Altrettanto naturalmente, il Sud si portava addosso le stimmate della barbarie, il Nord continuava a truffare, ma senza castigo. Senza il castigo persino della parola.
Altro grande meridionalista, tuttavia dimenticato, Ettore Ciccotti  nel suo saggio Mezzogiorno e Settentrione d’Italia (vedi Biblioteca meridionalista)  contro l’indecente cliché di un Sud, fonte di ogni male, osservava: “Errerebbe chi volesse limitare al Mezzogiorno la più recente degenerazione della vita pubblica e sociale italiana, specie nelle sue ultime fasi, e volesse soltanto in esso rintracciarne le cause”.  Valeva la forza dell’esempio ed Ettore Ciccotti scriveva: “L’ironia del caso ha voluto che alla testa della Banca Romana, il fenomeno tipico della sua specie,  si trovasse un Ligure, e che la gestione del Banco di Napoli  desse  alcuni de’ suoi peggiori frutti  in terra  lombarda ed emiliana e che i processi di Como e di Bologna stessero a rappresentare non l’unità morale ma l’unità immorale d’Italia”.  
Il caso è un folletto che fa sempre ritorno. E l’ironia del caso ha voluto, oggi, che alla testa dell’evasione fiscale, causa non secondaria della crisi  economica dello Stato italiano,  ci sia il Nord produttivo e generoso nei confronti del Mezzogiorno piagnone e mangione, illegale e criminale. Parlano le cifre dell’evasione fiscale al Nord e al Sud, significativamente commentate da Piero Sansonetti e che a noi piace giustamente riportare: “Per un momento mettiamo da parte la corruzione (fenomeno diffuso in tutt’Italia, ma che in modo preponderante ha travolto il Nord, a partire da Milano, città che negli anni novanta fu definita “tangentopoli”) e concentriamoci sull’evasione. Qui abbiamo delle cifre sicure sulle quali ragionare. Le ha pubblicate ieri Repubblica. Si tratta di una indagine campionaria prodotta da Bankitalia sui redditi di tutti gli italiani (divisi tra abitanti del Nord, del Centro e del Sud) messa a confronto con le dichiarazioni dei redditi ufficiali.
Ecco i dati, in estrema sintesi. I redditi pro-capite, reali, degli italiani sono di 17.000 euro all’anno nel Nord, di 16.850 nel Centro e di 12.000 euro nel Sud, dice Bankitalia.
La sproporzione è evidente e impressionate: a Nord il reddito è quasi del 50 per cento superiore a quello del Sud. Se però guardiamo le dichiarazioni dei redditi, il divario si riduce notevolmente: al Nord viene dichiarato mediamente un reddito di 14.500 euro pro capite, al Centro di 13.900 e al Sud di 11.000. Questo vuol dire che al Nord, mediamente, si evadono 2500 euro a testa, al Centro un po’ di più, e cioè quasi 3000 euro, mentre al Sud si evadono solo 950 euro a testa. E cioè il tasso di evasione è del 14,8 per cento al Nord, addirittura del 17,4 per cento al Centro e del 7,9 per cento al Sud. Al Sud, paradossalmente – al Sud, sempre definito da tutti i giornali come la palla al piede del paese, il regno dell’illegalità eccetera eccetera– si evade meno della metà di quello che si evade al Centro-Nord.
Leggetele bene queste cifre, con attenzione: sono calcolate in percentuale, quindi non c’entra niente il fatto che al Sud si è più poveri e quindi c’è meno da evadere, o che al Sud ci sono meno abitanti. E infatti, se dalle cifre in percentuale dovessimo passare alle cifre assolute, scopriremmo che nel Centro-Nord si evadono (solo sulle dichiarazioni Irpef) circa 67 miliardi di euro, mentre al Sud circa 11 milioni, cioè sei volte di meno. La sproporzione cresce ancora se si tiene conto dell’evasione dell’Iva e delle tasse delle imprese.
Diciamo che, a occhio e croce, il Sud è dieci volte più virtuoso del Nord e che ogni anno, dalla sproporzione nell’evasione fiscale, riceve un danno di un cinquantina di miliardi indebitamente trasferiti al Nord.
Vogliamo riassumere con uno slogan, che può apparire provocatorio ma è una semplice fotografia della realtà? Diciamo che il problema vero dell’Italia è lo squilibrio tra un Sud sostanzialmente onesto e legalitario e un Nord dove sopravvive una enorme questione criminale”.
Però, attenti. C’è sempre chi porta acqua al mulino del Nord. Cioè, chi potrebbe sempre dire che l’enorme questione criminale del Nord è stata importata dal Sud.

Autore: 
Carmelo Carabetta
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