Greco Scordo di Ferruzzano

Mar, 19/02/2019 - 09:20
I frutti dimenticati

Ogni famiglia eminente nei nostri territori aveva qualche pianta che funzionava come totem ossia come elemento distintivo rispetto ad altre e che difficilmente cedevano ad altri e che anzi difendevano con determinazione, qualora qualcuno tentasse di appropriarsene clandestinamente.
Era il caso del melo dei Maviglia ad Africo Vecchio che non veniva ceduto a nessuno che non appartenesse al loro clan familiare, tranne il caso che non si imparentasse con loro per via di matrimoni.
Non si sa da dove venisse e c’è la possibilità che provenisse da mondi lontani, dato che i Maviglia erano ebrei dell’Andalusia ed avevano seguito la sorte di tutti gli altri che furono cacciati dalla   Spagna in seguito ad una feroce disposizione della regina Isabella di Castiglia che nel 1492 li cacciò con solo gli abiti che avevano addosso; originariamente il cognome era Mavilla, come è riscontrabile nell’area di Reggio, ma poi si trasformò in quanto in lingua spagnola la doppia “l” si pronuncia “gl”.
Nel 2005 Pietro Maviglia il Grecia e Bonaventura Maviglia, Camagna, raccontavano che il loro melo totemico l’avevano difeso fino allo stremo e temevano ormai che si fosse perso ; speravano solo che si potesse ritrovare, inselvatichito da qualche parte nel territorio attorno al paese abbandonato.
Invece a Ferruzzano la pianta totemica della famiglia Scordo era costituita da una vite greca, con cui producevano un ottimo vino da dessert.
Erano ricchi gli Scordo ed erano stati capaci di mantenere unita la proprietà terriera che possedevano nel comune di Ferruzzano, Sant’Agata e Caraffa del Bianco scoraggiando la divisione ammonendo con l’antico detto: “ dividi ricchezza e produci povertà”.
Infatti quasi tutta la proprietà terriera era stata rivendicata ed ottenuta da Antonino che aveva studiato legge a Napoli, che incoraggiò il fratello Domenico Antonio a rinunciare alla propria parte, mentre un altro che si sposò a Bianco ebbe  poco ad un altro ancora che si sposò a Bagnara  rinunciò alla propria parte, mentre una sorella che si sposò con un Romano di Sant’Ilario ebbe una dote in denaro; sua figlia avrebbe in seguito sposato il preside Sorace Maresca di Locri.
Un osso duro fu il fratello maggiore di nome forse Gennaro, prete a Napoli che si era creato una numerosa figliolanza (cinque figli) con una giovane napoletana; egli fu indennizzato con una fortissima somma di denaro.
Per fortuna Antonino fu capace di utilizzare bene i proventi della proprietà tenuta unita, facendo studiare a Napoli i tre figli: uno divenne giudice, un altro medico e il più giovane, Gennarino, bellissimo, morì con i gradi di tenente medico a Napoli, meno che trentenne e il feretro fu accompagnato da Napoli a Ferruzzano da uno bellissima fidanzata partenopea.
Dopo la morte di Gennarino, Antonino Scordo non ebbe più voglia di gestire adeguatamente la sua terra, neppure una grande vigna in contrada Muraglia, che fu data in uso alla famiglia Aronne che già negli anni cinquanta la comprò.
Tale famiglia curò con amore estremo la vigna, mantenendola in tutte le sue essenze e producendo il vino da dessert, essiccando l’uva in un basso (catojo) esponendo l’uva al “frusciu” e al “rifrusciu” ossia alla corrente, collocandola in corrispondenza di due finestre sempre aperte e opposte, avendo cura di porre i grappoli su dei graticci, non di canna intrecciata, ma ricavati da steli di ginestra e così l’uva appassiva rimanendo intatta, non perdendo gli effluvi odorosi, quando sarebbe stata calcata e trasformata in vino greco; l’esposizione prolungata al sole, avrebbe eliminato i profumi.
Nella ricerca sul territorio della provincia di Reggio e oltre, di vitigni possibilmente autoctoni, considerando l’estrema mobilità delle viti che con facilità venivano trasferite da una regione a un altro, se non da uno stato a un altro, la presene vite fu individuata e prelevata dalla vigna Scordo, poi diventata vigna della famiglia Aronne a Ferruzzano, ora inesistente, perché brucata da capre a pascolo abusivo. Un’altra apparentemente diversa, a Gerace, fu individuata in una pergola e denominata Mantonico bianco, mentre una terza ancora sulle montagne di Cardeto in contrada Cola Checco, da una pergola che ombreggiava la casina della gentilissima Margherita Fortugno, ora defunta e definita Minna di vacca.
Dalle analisi effettuate dal Centro Sperimentale di Turi, per la solerzia del dott. Angelo Caputo, è emerso che tutte e tre le viti sono configurabili con il siciliano Grillo, da cui viene ricavato il Marsala.
Le tre viti della provincia di Reggio derivano dalla Sicilia o viceversa il Grillo deriva dalla Calabria, data i luoghi diversi e distanti tra loro dove sono state individuate?

Autore: 
Orlando Sculli
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