Guardiamoci con occhi diversi: Io credo nei calabresi

Dom, 15/07/2018 - 12:20

Se una speranza perché la Calabria si riprenda la sua dignità c'è, quella è riposta solo nei calabresi. Non è né nei politici, né nei grandi tecnici. Se i calabresi smettono di farsi la guerra l'un contro l'altro, urlando “al ladro al ladro” anche quando ancora non sono sicuri che dentro casa il ladro ci sia entrato… allora comincerà un lento ma vigoroso percorso di rinascita, volto a restituire, prima tra tutti, la Speranza a questa terra.
La vittoria più grande che malaffare e abbandono abbiano ottenuto quaggiù, difatti, è la radicazione di un pregiudizio senza riguardi. Al punto che, è noto, il calabrese (quello medio) non sa fare squadra, tira dritto per fatti suoi, in un lavoro di gruppo dà il peggio di sé, non fa facilmente passaparola di belle opportunità. È un granchio, il calabrese, chiuso nel suo guscio di gelosia e di ingordigia, perché, quel poco che c'è, deve prenderselo lui. È stato abituato così, dopo anni di sfruttamento e di poche opportunità.
Di barzellette al riguardo ce ne sono a iosa. Ma qui c'è poco da ridere.
Quando ero piccoletta per me, nata e cresciuta in un quartiere rinomatamente a stampo ‘ndranghetista, era davvero doloroso rispondere alla domanda: “dove abiti?”. I miei genitori, infatti, per scelta o anch'essi per pregiudizio, mi hanno mandata sempre a studiare al centro e io, che venivo dalla bistrattata Archi, mi trovavo con un groppo in gola alla fatidica risposta: “abito ad Archi”.
Le beffe erano tante, così come i luoghi comuni. Mi sono portata per anni questa coltre e se oggi quando me lo chiedono rispondo, io, beffardamente: “vegnu ill'Archi, ci sunnu problemi?” per ironizzare e sdrammatizzare su un marchio che non appartiene né a me né a tanti altri… allora era dura, e i pianti a casa non erano pochi. Ancora oggi so di giovani ragazzi che a scuola rispondono: “abito vicino Gallico” piuttosto che “nei pressi di Pentimele”, perché la paura di nominare Archi è strettamente legata a quella di essere pregiudicati.
La mia battaglia per la Libertà (anche e soprattutto dal pregiudizio), per la Verità e per la tutela della Dignità della persona è iniziata lì, tra i banchi di scuola e ancora oggi continua, con pochi ma buoni frutti. L’esperienza mi ha insegnato che non bisogna giudicare, mai.
Il popolo, giudice e becchino, ti condanna e ti condanna a morte, non elabora ciò che legge e non fa conclusioni obiettive.
I social networks, primo tra tutti il “maledetto” Facebook, hanno in larga parte svilito e totalmente disintegrato la capacità di stare insieme al di fuori della virtualità, di perseguire sani obiettivi comuni, di vedere il lato buono della mela, piuttosto che quello marcio.
Ognuno si prende la licenza di dire ciò che vuole, senza riserve e senza freni: basta la notizia di un arresto, sapientemente dipinta da abili giornalisti (ma per chi sa leggere, priva di contenuto) a fare di un santo un criminale, di una persona normale un assassino, o comunque di inchiodare definitivamente con sentenze spregiudicate la dignità di una persona, sulla quale, magari, fino a poco prima, si era sempre parlato e detto bene.
“Crocifiggilo, crocifiggilo” ulula ancora oggi la moltitudine, di fronte a chi viene macchiato di una colpa, osannando alla sua morte in croce, definitiva, senza pietà.
Qualche anno fa subimmo un grosso torto in famiglia: a oggi un innocente (lo grido a gran voce e non temo controdeduzioni) si trova in arresto. Non mi soffermo sulla valenza giuridica del processo, lasciando che la Giustizia, quella terrena, se esiste, faccia il suo corso. Ma non dimenticherò con quale crudeltà e poco rispetto il popolo medio reggino e molti giornalisti lanciarono la notizia, condividendola in maniera esaltata sui social e nei loro giornali online o cartacei.
Queste sono cose che non si dimenticano. Credo che nemmeno i figli di questa persona le dimenticheranno mai. Popolo assassino e senza vergogna. Eppure un giorno Giustizia avverrà e non credo che verrà dato pari risalto alla notizia, così come non credo che i cannibali chiederanno scusa, umilmente scusa, per le cose che hanno detto, anzi, nella loro sfacciata presunzione, asseriranno che la Giustizia non esiste.
La Giustizia, difatti, sembra assumere più valore, agli occhi della gente, nell’atto dell’arresto, che in quello della definizione delle prove, o della declaratoria dello stato di rimessa in libertà, eppure gravi errori ne sono stati compiuti e non è qui la sede per ricordarli!
Tant’è che, probabilmente, anche le forze dell’ordine e la magistratura inquirente pare abbiano colto l’impeto del pressing psicologico che sono in grado di esercitare sul popolo, quando dimostrano il loro Potere con ampie e sceniche manifestazioni (spiegamento di volanti, giri trionfanti per i paesi, video, spintoni e quant’altro). A proposito… non sapevo che le forze dell'ordine potessero fare video di quando camminano per le strade ed entrano nelle case delle persone, pubblicandole su YouTube.
Spesso, per molti professionisti, amministratori, gente per bene, sarebbe sufficiente anche una semplice chiamata: “lei è in arresto, si rechi in caserma”. Ma probabilmente la ricaduta sociale e mediatica non avrebbe pari effetto.
La storia si ripete, sempre. Il calabrese è recidivo. Vive di queste notizie, non vede l'ora di urlare: “qua è tutto uno schifo, lo sapevo io!”, quando invece dovrebbe capire che dovrebbe urlare solo per dire: “la nostra terra è meravigliosa ma qua è tutto più difficile, perché la gente fatica a lavorare, fatica ad andare avanti, fatica a operare bene, a cercare di camminare raso fango, senza impantanarsi. Io CREDO nell'impresario calabrese, nel professionista e nell'amministratore pubblico calabrese”.
Partendo da questo concetto, probabilmente, si scatenerebbe un circuito virtuoso, in cui i vari soggetti, incoraggiati da fiducia e senza essere guardati in cagnesco, potrebbero dare ottima prova di sé, nel duro campo di prova professionale calabrese. Una persona vale per quello che fa, non per quello che è, o per quello che gli altri pensano sia.
Quando si diffonde la notizia di un arresto, di qualunque persona umana, di ogni ordine, grado o estrazione sociale, il contenuto della notizia non viene decifrato e/o codificato e/o assimilato, per comprendere limiti e difetti della stessa, né ci si riserva la possibilità di approfondire la questione o di lasciare che le prove vengano dimostrate. La sentenza viene fatta all'uscita del titolo in anteprima alle 07:00 del mattino, quando il clamoroso spiegamento di forze ha terminato le sue esaltanti operazioni.
Dove sta la tutela della dignità? Non sono una giurista, ma credo che la costituzione la preservi… La dignità della persona umana… Il suo diritto di innocenza, fino all'ultimo grado di giudizio.
Non arriveremo molto in alto noi calabresi, se non cominciamo a guardarci con occhi diversi. Gli occhi della condivisione e della comprensione, di chi pretende un mondo pulito, bello, senza corruzione, nel rispetto unanime della Legge e della dignità umana, di chi si mette nei panni degli altri, senza giudicare. Gli occhi di chi è parte attiva del cambiamento, non solo rigido spettatore e critico di eventi negativi, ma propulsore della Bellezza e della solidarietà umana. Il cambiamento verso una Calabria diversa, è tutto lì.

Foto: Umberto Ruvolo

Autore: 
Margherita Tripodi
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