Il “capo” della ’ndrangheta di Siderno assolto per non aver commesso il fatto!

Dom, 20/01/2019 - 12:20

“Nulla di ciò che umano mi è estraneo”.
Neanche la vicenda dell’ex ergastolano Cosimo Commisso che conosco solo attraverso il suo memoriale pubblicato sulla testata online “Urla dal silenzio”.
So bene che nell’immaginario collettivo Egli è considerato il “capo” della ’ndrangheta di Siderno e che in quanto tale avrebbe guidato il suo esercito contro la “sedizione dei Costa” in una guerra con qualche centinaio tra morti e feriti.
Venti anni fa è stato condannato all’ergastolo; dopo 26 anni di carcere è stato assolto “… per non aver commesso il fatto”!
La “Giustizia” pretende che un uomo paghi per i propri crimini ma solo per quelli che ha realmente commesso. E tocca alla “giustizia” dimostrare, al di là di ogni ragionevole dubbio, la sua colpevolezza.
Non è una concessione!
È lo Stato di diritto che dovrebbe tutelare ognuno di noi anche perché è molto più giusto rispondere a un delitto col Diritto piuttosto che commettendo un altro delitto.
È sacrosanto lavorare seriamente per estirpare la ’ndrangheta dal territorio calabrese.
Ognuno di noi paga le tasse perché questo avvenga! Ma proprio per questa ragione, lo “Stato” avrebbe avuto (e ha) il dovere di provare la propria superiorità etica e politica, dimostrando a tutti (anche ai criminali) che la Repubblica non è una “banda” che mette in piedi processi sommari o falsifica le prove e che gli uomini dello “Stato” hanno solo una stella polare: la Legge!
Nel “caso Commisso”, proprio perché l’imputato viene considerato un uomo di ’ndrangheta, il processo a suo carico avrebbe dovuto essere severo, rigoroso, inflessibile ma prima di tutto e soprattutto Giusto!
Esso è inanzitutto supportato da prove certe anzi blindate.
E non lo è stato! E, infatti, dopo 26 anni è crollato come un castello di carta.
Ed è un fatto oggettivamente grave!
Grave sia nel caso in cui il presunto colpevole sia sfuggito alla giustizia ma ancora di più se un tribunale, dopo 26 anni, stabilisce che l’imputato è innocente.
In casi come questo si trasforma il presunto colpevole in sicura vittima.
Serve per combattere la ’ndrangheta? Assolutamente no! Lo dimostra il fatto che dei tanti delitti che si sono consumati nella Locride, nell’80% dei casi non sappiamo l’autore.
A me sembra che ci sia in Calabria un'oscura lotta per il potere e ci sono tanti preoccupanti indizi:
- Solo in Calabria con un sol colpo 15 magistrati finiscono iscritti nel registro degli indagati!
- Solo in Calabria (e in Catalogna) abbiamo un presidente della Regione che – può piacere o meno – resta confinato senza alcuna sentenza di condanna .
- Solo in Calabria i generali “governano” e rendono il loro omaggio simbolico negli uffici della DDA.
- Solo in Calabria un sindaco è bandito dal proprio paese senza alcun processo.
- Solo in Calabria (e in Burundi) si possono sciogliere 110 consigli comunali regolarmente eletti.
E tutte queste cose messe insieme mi fanno dire che non si sconfigge la ’ndrangheta se non smantellando l’elefantiaco, costoso quanto inutile e nocivo apparato repressivo.
Personalmente non godo quando le persone stanno in carcere ma comprendo che è necessario nei casi in cui si dimostri che la carcerazione è strettamente necessaria per tutelare la società e prevenire altri delitti.
In molti casi la galera serve per formare e tacitare un’opinione pubblica rancorosa, rabbiosa, vendicativa che invoca la forca anche se coloro che oggi applaudono saranno le vittime di domani.
Il “popolo” costruisce le forche ed è il “popolo” a essere impiccato.
Cosimo Commisso, come la “rondine” di Modugno, guadagna la libertà nello stesso giorno in cui Cesare Battisti, probabile autore di gravi tragedie e sopravvissuto fisicamente alla stagione del terrorismo, è arrivato a Roma a scontare la sua pena.
Sono passati 40 anni dai tragici fatti che lo hanno visto protagonista.
Battisti è stato trasformato in uno show mediatico sventolato, senza vergogna e a dispetto delle leggi, pur di guadagnare in maniera misera e vigliacca qualche consenso elettorale .
I due ministri – di cui uno travestito da poliziotto e l’atro subito dopo da agente della polizia penitenziaria – che sfidando il ridicolo, sono andati ad accoglierlo a Ciampino, si guardano bene dal venire in Calabria per constatare il dramma della “legalità” che affoga nella malagiustizia mentre perde la battaglia contro la criminalità.
Ne comprendo le ragioni: in Calabria ci sarebbe tanto da riflettere e lavorare e, iniziando dai vertici, tanto da cambiare!
A Ciampino basta solo recitare!

Autore: 
Ilario Ammendolia
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