Il palio Di Bari sul guado dell’Allaro

Dom, 07/04/2019 - 11:20

Giovedì scorso, per la passerella sul Guado dell’Allaro, gli è mancato solo che sfilasse su un purosangue nero Michele Di Bari, prefetto di ferro coi deboli e boy scout in velluto coi forti. E anche la sindaca di Caulonia, poco dietro, su un pony, avrebbe marcato meglio la differenza di statura istituzionale e storica con sua eccellenza nell’era degli scioglimenti etnici e dell’amuchina.
Su un pony dal baricentro basso, con la criniera rifatta apposta per il guado, come quelli del circo di Bucarest, tozzi, prostrati e vittime di stipsi out-flow dinanzi ai falangisti di Ceaucescu, comodi nelle poltrone riservate ai colonnelli di legione e ai burocrati della dittatura.
La Ponyte è un virus di cui sono portatori letali molti sindaci reggini, con epicentro pestifero nella Locride; quelli che per salvarsi pelle e consigli comunali si sono consumati la lingua a furia di levigare la piazza davanti al palazzo della prefettura padrona.  Quasi tutti leccano, solo due o tre si elevano a canarini ed entrano nelle stanze, e cantano e brillano come Diamanti di Gold.
Di Bari annuisce, strizza l’occhio ai domati in cattività e li va a trovare puntualmente nei suoi tour legionari, con serpentine strategiche che gli permettono di evitare gli altri, le malepiante, i sindaci selvatici che scioglierà come bicarbonato nel limone quattro stagioni: un po’ di schiuma bavosa che pare poter disintegrare il bicchiere, poi il silenzio di sindaci e consiglieri cremati e i mugugni ignoranti di quel popolo che li ha eletti e che passa dalle urne alla forche come Speedy Gonzales.
Avete mai visto Di Bari a Siderno, presunta capitale criminale dei due mondi che, però,  per efficienza amministrativa s’è dimostrata, sia nel lungomare che per decine d’altre opere, molto più lucida e capace di Caulonia, dove hanno consegnato il guado e non il ponte?
Eppure la scuola di polizia insegna e anche la Bibbia è prodiga. Un uomo di legge e di giustizia, seppur ardito, pavido e dopato da una congiuntura apocalittica, deve affiancare la nave in avaria, non affondarla. Un prefetto poliziotto deve dare una mano, per salvare il salvabile, in nome di quella divisa che porta addosso. La scuola di polizia non insegna a essere gerarchi, capi, capetti, che ordinano, riordinano, sciolgono, squagliano, condannano e criminalizzano dal primo all’ultimo abitante.
Il palio di una Calabria che sanguina, il prefetto Michele Di Bari non può aggiudicarselo con pregiudizi impietosi, spietati o con scioglimenti a raffica per un chiosco demaniale o una cuginanza di terzo grado sospetta del consigliere di turno, quando continua a dimostrarsi incapace dopo anni di reggenza e di regime di formulare una proposta, oltre la repressione, le inaugurazioni con lo sterzo e i muscoli del potente. Altrimenti il gioco è facile facile, reso ancor più liscio dalla love story del momento: Salvini e Gratteri si amano, si condividono, s’apprezzano e sulla Calabria si sono fusi come Dragon Ball e Vegeta. Dio che potenza. Che impero. Che simbiosi. Con loro, la tempesta inquisitoria di Marco Minniti è degenerata in uragano.
L’amore tra i due è nato sotto il segno del Capricorno, a metà gennaio 2018 quando Nicola Gratteri è intervenuto a “Faccia a Faccia” di Gianni Minoli su La 7: «Minniti ha fallito su mafie e immigrazione». Così fan tutti diceva Pasquino Crupi: l’innamoramento, lo dicono i più e più sapienti, nasce dallo scaricamento dell’amante.
Quindici giorno dopo, sotto il segno intelligente dell’Acquario, il 29 gennaio, sul Fatto Quotidiano Matteo Salvini ha dato inizio al suo corteggiamento: “Gratteri ministro del Governo Salvini” ha affermato allora con tono da prima promessa il maschio Alfa e ariano del Carroccio. Alcuni mesi dopo, sotto il segno del Cancro, precisamente tre settimane prima dello scioglimento del consiglio comunale di Siderno, Salvini e Gratteri si sono incontrati proprio in prefettura a Reggio dove a fare da gentleman e testimone di nozze c’era Di Bari. Ma l’apice dell’amore tra i due si staglia più avanti nell’apparir del solstizio di primavera. Salvini: «Gratteri governatore della Calabria».
Il magistrato di Gerace, che è genio fino a quando il popolo calabrese si sente debitore nei suoi confronti, temporeggia con no ni, ni e no. E comunque, quello del vice premier Salvini rimane un gesto che tocca i cuori del popolo bue e il nervo scoperto del volenteroso e anche bravo presidente Oliverio che dopo essere stato solo piegato dal giustizialismo mesopotamico in vigore, ha mantenuto la parola anche sul guado di Caulonia, e oggi ha un’unica possibilità per sconfiggere le destre che sragionano sulla pelle di negri e negri a metà come i calabresi, africani d’Italia. Oliverio deve stare attento alle figure che piazza nei territori, più per un canone estetico che morale. Son terribilmente brutti i suoi.

Autore: 
Jim Bruzzese
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