Il reddito di cittadinanza renderà i cittadini “oggetti” inerti

Dom, 27/01/2019 - 16:20

Il cosiddetto reddito di cittadinanza stimola speranze ma genera qualche perplessità.
Vediamolo da vicino.
Prevede un sussidio per i senza reddito o per coloro che hanno un reddito insufficiente. Fintanto che ci saranno le coperture finanziarie l’interessato percepirà il sussidio sino a che non riceverà un’offerta di lavoro.
Se fossi un disoccupato cronico (come ce ne sono tanti) direi: meglio che niente! E non si dice una cosa sbagliata!
Eppure c’è il rischio che la misura si riveli demagogica e non rimuova il problema della mancanza di lavoro e di sviluppo, soprattutto al Sud e in particolare in Calabria.
Non è profetico ma pacifico dire che nel 99% dei casi non ci sarà alcuna offerta di lavoro, perché il decreto sul reddito di cittadinanza (pur positivo rispetto al nulla) non stimola sviluppo e quindi non creerà nuovi posti di lavoro.
Non è una mia previsione ma una legge di mercato che non viene superata per decreto.
C’è un rischio: il cittadino, ancora una volta, da “soggetto” intelligente, creativo, responsabile, diventa “oggetto” inerte, quasi un “diversamente abile” e, comunque, da assistere. Non considerando che il “lavoro”, oltre che per la sopravvivenza, è necessario per dare dignità a ciascuno di noi. Non so perché nessuno la ricordi, ma una misura quasi analoga fu approvata a metà degli anni ’70 col nome di indennità di disoccupazione e fu introdotta (su proposta del PCI) per tutti coloro che erano iscritti all’ufficio di collocamento.
Erano anni di grandi speranze e di grandi illusioni. La legge fu un fallimento clamoroso e un’emorragia imponente di pubblico denaro le cui conseguenze ricaddero soprattutto sulle spalle dei meno tutelati! Ovviamente, sulla legge odierna mi auguro di sbagliare.
Vedo un grande limite: il decreto non va in direzione di un’equa ridistribuzione delle risorse, quindi non intacca il meccanismo di accumulo della ricchezza che porta il 5% della popolazione italiana più ricca a possedere tanto quanto il 90% dei più poveri (Gabanelli, Corriere della Sera). Pertanto è facile prevedere che i costi saranno pagati dal mondo del lavoro, dai ceti produttivi, dai pensionati e dalle imprese sane, rendendo insopportabile la già pesante tassazione diretta e indiretta.
Per questo non comprendo il trionfalismo dei 5 Stelle, come in passato non ho apprezzato quello di Renzi sugli “80 euro” (e l’ho scritto anche in cortese polemica con un Ministro calabrese) e ancor prima quello di Berlusconi sull’aumento delle pensioni minime.
Non ci regalano niente. Proprio un bel nulla! Né in questo caso, e ancor meno, nella cosiddetta “quota 100”.
Anzi, passano subito a riscuotere. Non a caso le tre misure a cui abbiamo fatto cenno, sono state approvate a ridosso delle campagne elettorale.
Inoltre è il “potere” che concede come se loro fossero i “re” e noi fossimo i sudditi.
Già alla fine del 1500 Tommaso Campanella osservava la condizione della plebe di Napoli. Vedeva i ricchi schiavi della cupidigia, i lavoratori sfruttati per 13, 14 ore al giorno e poi una massa enorme di persone in ozio forzato schiavi del vizio, dell’abiezione, del degrado e del crimine.
Esattamente come oggi. Campanella si misura con il problema e immagina che, nella Città del Sole: “… è tenuto di più gran nobiltà chi più arti impara e meglio le fa. Onde si ridono di noi, che gli artefici (i lavoratori c.n.) appellano ignobili, e diciamo nobili quelli, che null'arte imparano e stanno oziosi e tengon in ozio e lascivia tanti servitori con roina della republica”.
Riflettete bene sul pensiero del nostro grande conterraneo, che invita i giovani a formarsi, imparare e lavorare perché non ci sono lavori “nobili” e “ignobili”. E ne vuole creare le condizioni. E infatti - tra l'altro - già quattro secoli or sono prevedeva una giornata lavorativa di quattro ore. Come dire: lavorare meno e lavorare tutti! Aggiungendo: lavorare bene e acquisire competenze!
Ora cogliete la differenza tra una Locride in cui 3-4.000 persone andranno ogni mese alla posta a riscuotere un sussidio e per qualche giorno faranno finta di lavorare. Oppure tre o quattromila giovani impegnati a rendere più bella e sviluppata la nostra Terra.
Un esercito di tre-quattromila lavoratori giustamente impegnati cambierebbero radicalmente la nostra realtà; Migliaia di assistiti (ribadisco: non per colpa loro e comunque meglio che niente) lasciano intatte le ragioni del nostro sottosviluppo. Inoltre un giusto impegno scuoterebbe tanta nostra gioventù che - non per propria colpa - è prigioniera dell’ignavia, della filosofia del tirare a campare, della rassegnazione e dell’ozio forzato.
Il lavoro non è una “pena”, ma è indispensabile per realizzarsi, per tutelare la propria dignità e per creare un mondo più bello.
Infine, e a scanso di equivoci, non comprendo la posizione del PD, e della Sinistra in genere, che invece di battersi nel Parlamento e nel Paese per un reddito universale e frutto del lavoro, come un pugile suonato tira pugni a vuoto. Rinnegando la propria storia!
Quindi mi sorprendo del commissariamento del PD calabrese, perché non si può commissariare il “nulla”. E tale è chi dinanzi a un problema di fondamentale importanza, soprattutto per il Sud e per la Calabria, si limita a qualche battuta o balbettare qualche frase sconnessa.

Autore: 
Ilario Ammendolia
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