L’aggravante sul “dolo specifico dell’agente”

Lun, 11/03/2019 - 12:40
Giudiziaria

Nel profilo che riguarda i delitti commessi "al fine di agevolare l'attività delle associazioni' previste dall'art. 416-bis cod. peli. (l'attività dell'associazione in sé ma non necessariamente anche gli scopi elencati nell'art. 416-bis , comma 3, cod. pen.), la configurazione dell'aggravante è incentrata sul dolo specifico dell'agente. La natura soggettiva di questa versione dell'aggravante è stata affermata nella giurisprudenza di questa Sezione (n. 31874 del 09/05/2017, Rv. 270590; n. 25510 del 19/04/2017, Rv. 270158 e n. 29816 del 29/03/2017, Rv. 270602) perché concernerebbe i motivi a delinquere e, dunque, sarebbe incomunicabile ex art. 118 cod. pen, agli altri concorrenti che non condividano la medesima finalità (il dolo specifico).
La posizione contraria sostiene che la circostanza aggravante avrebbe natura oggettiva, consistendo in una modalità dell'azione (art. 70 n.1 cod. pen.), e si trasmetterebbe, pertanto, a tutti i concorrenti nel reato, purché da essi conoscibile (Sez. 2, n. 24046 del 17/01/2017, Rv. 270300; Sez. 5, n. 10966 del 08/11/2012, dep. 2013, Rv. 255206; Sez. 6, n. 19802 del 22/01/2009, Rv. 244261). Questo secondo orientamento risulta accolto anche in un cautelare relativo ai fatti oggetto del presente giudizio in cui questa Corte (Sez. 3 n.17400 del 9/04/2015) ha dichiarato inammissibile il ricorso di ... contro il provvedimento del Tribunale del riesame, valutando corretto attribuire natura oggettiva all'aggravante dell'utilizzo del metodo mafioso con la conseguenza che il singolo associato ne risponde per il solo fatto della sua partecipazione alla associazione.
In realtà, al contrasto fra le due interpretazioni non può darsi una soluzione univoca, perché l'estensibilità dell'aggravante agli altri concorrenti dipende da come essa si atteggia in concreto e dal reato in relazione al quale viene contestata. In ogni caso, per la sua impronta soggettivistica, essa va interpretata in termini che, non confinandosi entro il tenore letterale della disposizione, si conformino alla struttura di un diritto penale (quale è quello del vigente sistema italiano) del comportamento che, mentre prevede espressamente che le aggravanti concernano i "motivi a delinquere" (art. 118 cod. pen.), non dovrebbe giungere a un aggravamento della pena per un mero movente: la circostanza aggravante non comporta che l'obiettivo dell'agevolazione sia raggiunto, tuttavia deve richiedersi che l'attività dell'agente esprima comunque una oggettiva capacità di agevolare, almeno potenzialmente, l'associazione criminale. Per quanto specificamente concerne il reato associativo, in particolare, la finalità di agevolare un'associazione mafiosa, più che denotare una specifica attitudine delittuosa del singolo concorrente, è direttamente connessa alla concreta struttura organizzativa dell'associazione. Se tale struttura si pone in una situazione di prossimità alla associazione mafiosa, che le garantisce, come nelle fattispecie, avallo e protezione in cambio dello svolgimento a suo vantaggio di parte della propria attività, allora il collegamento della associazione per la vendita degli stupefacenti con la associazione mafiosa, si traduce anche in finalità agevolativa e rappresenta un dato oggettivo che travalica la condotta del singolo associato, perché riguarda il modo di essere della associazione e dunque le modalità di commissione del fatto di reato. In questa prospettiva, risulta corretto attribuire – nella specifico caso in esame - natura oggettiva alla aggravante in questione. Nella formulazione previgente, l'art. 118 cod. pen. prevedeva la comunicabilità ai concorrenti anche delle circostanze aggravanti (normalmente soggettive), che avessero facilitato la commissione del reato, secondo il principio "ubi connoda, ibi inconnuoda" e risulta congruo utilizzare questo principio come guida ermeneutica per la soluzione dei casi dubbi, attribuendo natura oggettiva alle circostanze aggravanti utili per la realizzazione del reato da parte dei concorrenti e che, quindi, ex art. 59, comma 2, cod. peri. non possono che essere attribuite - se (come nel caso in esame) conoscibili - a tutti

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