L’investitura nelle cariche di ’ndrangheta

Lun, 03/12/2018 - 13:00
Giudiziaria

Caratteristiche strutturali storicamente assodate, piramidali, di alcuni sodalizi di tipo mafioso non consentano di ipotizzare che taluno dei sodali possa acquisire il ruolo di dirigenza di una struttura locale per mera autoproclamazione o per conferimento a titolo di successione per esclusiva volontà di un singolo, senza apposita formale investitura ad opera della dirigenza di livello superiore e soprattutto, sotto l'aspetto sintomatico, senza che risulti che l'assunzione del ruolo si sia obiettivamente manifestata e abbia realizzato un effettivo risultato di assoggettamento interno.
La disamina delle investiture è uno dei passaggi della sentenza della Corte di Cassazione nel processo “Il Crimine”. Secondo i giudici la regola (non solo di diritto, ma anche d'ordine logico e sistematico) è dunque che, indipendentemente da enunciazioni d'intenti, di generici riconoscimenti di ruoli decisivi e, a maggior ragione, di qualsivoglia forma di autopromozione e vanteria, è necessario che posizioni dirigenziali e ruoli apicali risultino in concreto esercitati, riconoscibili e riconosciuti nell'ambito del sodalizio oltre che, se espletati a livello locale, dalle strutture gerarchicamente sovraordinate (in termini, in motivazione Cass. Sez. 1, sent. n. 3137 del 19/12/2014 - dep. 22/01/2015 - P.v. 262487).
Il conferimento pertanto di un ruolo apicale da parte della struttura di 'ndrangheta sovraordinata (la Provincia o Crimine) - con poteri direttivi oltre che di raccordo, controllo, intervento nell'ambito di un sodalizio che vive di una trama di relazioni interne, minuziosamente congegnate, articolate entro un sistema ordinato di ruoli, a ciascuno dei quali corrisponde una collocazione nel complessivo organigramma del gruppo - assume valenza determinante; è espressione cioè dell'attribuzione di un potere, in precisi contesti spaziali, conferito in occasione di cerimonie improntate ad un rigido rispetto di formule e riti. Si tratta, oltre che di doti (corrispondenti a gradi od ordine gerarchici), di cariche (ossia specifiche funzioni da svolgere), spesso oggetto di contrasti interni, affidate ad alcuni membri distintisi per le proprie capacità delinquenziali: fra queste assumono rilevanza per importanza la carica di capo locale e capo società, con funzioni di vertice e di gestione delle rispettive cellule criminali.
È ragionevole ritenere allora che tali cariche erano riconoscibili e riconosciute nell'ambito del sodalizio oltre che (soprattutto) dalle strutture gerarchicamente sovraordínate; che non vi sono elementi per ipotizzare che il ruolo di capo fosse solo un vuoto simulacro giacché le finalità del conferimento e lo spessore delle persone prescelte consentono di affermare il contrario; che sostenere l'esistenza di articolazioni territoriali della ‘ndrangheta e il ruolo di partecipe dell'affiliato a prescindere dalla commissione di reati - fine rende contraddittoria la negazione del ruolo di capo al soggetto investito del compito apicale ma non sorpreso nel compimento di specifici atti di governo.
In definitiva, la funzione verticistica può considerarsi in concreto esercitata quando vi sia la dimostrazione non già di uno status ma di un effettivo esercizio di tale ruolo così come di un suo significativo riconoscimento esterno, anche solo per elementi sintomatici; una concretezza che per un verso è insita nell'incarico (di direzione dell'articolazione di ‘ndrangheta) e per altro si manifesta come potere di assumere determinazioni fondamentali per l'intero gruppo criminoso.

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