La “droga parlata”

Lun, 14/01/2019 - 13:00
Giudiziaria

La Suprema Corte di Cassazione, Sez. III, con sentenza dell’11/02/2015, ha decretato che l'esistenza di una associazione finalizzata al traffico di stupefacenti può essere desunta anche dal contenuto delle conversazioni intercettate, qualora il loro tenore sia sintomatico dell'organizzazione di una attività illecita e, nel caso in cui ai dialoghi captati non abbia fatto seguito alcun sequestro. Il giudice di merito, al fine di affermare la responsabilità degli imputati, è gravato da un onere di rigorosa motivazione, in particolare con riferimento alle modalità con le quali è risalito alle diverse qualità e tipologie della droga movimentata.
Le captazioni intercettate, inoltre, possono rilevare anche come prova dell’aggravante dell’ingente quantità (Cass. Sez. 4, Sentenza n. 46194 del 05/07/2013) nonché come strumento per il rinvenimento della sostanza (Cass. Sez. V 4.111.2010): in quest’ultimo caso, trattasi dell’espressione del principio più generale secondo il quale la prova della natura della sostanza stupefacente non richiede necessariamente l’accertamento peritale, potendo desumersi anche da altri elementi.
A quali condizioni si può ritenere affermata la responsabilità penale sulla base delle sole intercettazioni telefoniche, ambientali e telematiche? In via generale, viene enunciato il principio in virtù del quale il giudice di merito accerti che il significato delle conversazioni intercettate sia connotato dai caratteri di chiarezza, decifrabilità dei significati, assenza di ambiguità; la ricostruzione del significato delle conversazioni non deve lasciare margini di dubbio sul significato complessivo della conversazione. Se invece la conversazione captata non è connotata da queste caratteristiche - per es. per l'incompletezza dei colloqui registrati, per la cattiva qualità dell'intercettazione, per la cripticità del linguaggio usato dagli interlocutori, per la non sicura decifrabilità del contenuto o per altre ragioni - non per questo si ha un'automatica trasformazione da prova a indizio ma è il risultato della prova che diviene meno certo con la conseguente necessità di elementi di conferma che possano eliminare i ragionevoli dubbi esistenti” (Cass. Sez. VI 3.5.2006 Rispoli, Cass. Sez. IV 25.2.2004). Di conseguenza, si viene ad affermare che il giudizio di responsabilità in materia di stupefacenti potrà essere formulato sulla base delle sole intercettazioni telefoniche – che costituiscono fonte diretta di prova – laddove le stesse abbiano un significato univocamente confermativo.
La scrupolosa interpretazione delle comunicazioni captate e la successiva ricostruzione dei fatti collegati, nonostante l’accortezza utilizzata dagli indagati, incentrata sull’obiettivo di impedire la comprensione agli estranei del reale significato delle conversazioni, mediante l’uso evidente di un linguaggio “criptico” ed “allusivo”, ha permesso agli investigatori della Guardia di Finanza del GOA di Catanzaro, in una recente indagine coordinata dalla Dda di Reggio Calabria, di offrire un quadro probatorio ove il significato delle conversazioni intercettate, al netto di vari artifizi utilizzati, è connotato dai caratteri di chiarezza ed assenza di ambiguità.
Le espressioni utilizzate nel corso delle intercettazioni sono tra quelle, quasi standardizzate, comunemente mutuate dai narcotrafficanti per indicare criticamente la sostanza stupefacente; nel caso di specie, ad esempio, piuttosto ricorrente oltre che ingenuo è apparso il ricorso ai termini “viaggi”, “lavoro” o “spisa”, per indicare lo stupefacente.
Coronamento degli sforzi investigativi profusi dagli inquirenti dei reparti speciali delle Fiamme Gialle, tesi a delineare l’esistenza di un’associazione dedita al traffico internazionale di stupefacenti ex art. 74 D.P.R. 309/90, diversi sono stati i rinvenimenti e i successivi sequestri di sostanza stupefacente a carico della consorteria indagata.

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