La Calabria condannata all'ergastolo imprenditoriale

Dom, 14/07/2019 - 12:00

Ammonta a 2.044 il numero delle aziende che tra il 2014 e il 2018 sono state colpite da interdittive antimafia. È quanto emerge da un report dell’Autorità Nazionale Anticorruzione (ANAC), elaborato sulla base delle informazioni contenute nel Casellario informatico delle imprese.
Nel periodo considerato si è registrata una notevole crescita delle interdittive in tutta Italia, passando dalle 122 del 2014 alle 573 del 2018, un incremento pari al 370%. In particolare, il nord-ovest (Liguria, Lombardia, Piemonte e Valle d'Aosta) ha registrato 251 interdittive, il nord-est (Emilia Romagna, Friuli Venezia Giulia, Trentino Alto Adige, Veneto) 205, il centro 130, il sud 918 e le isole 540. La fetta più grossa della torta, ben il 44,9 %, se l'è dunque "accaparrata" il sud, che vede in testa la Calabria con 549 interdittive, il 26,9 % del totale. Da sola la Calabria conta più di un quarto delle interdittive che hanno colpito l'intero Paese; non solo, la nostra regione ha collezionato un numero di interdittive maggiore di quanto totalizzato insieme dagli industrializzati nord-ovest e nord-est. La maglia nera per numero di imprese destinatarie di interdittive va alla provincia di Reggio Calabria con 222, quasi quanto tutto il nord-est e più del nord-ovest.
Dati a dir poco allarmanti. L'economia del sud rasa al suolo, centinaia di industrie costrette a subire gli effetti inibitori, se non addirittura paralizzanti, dell'interdittiva antimafia, che qualcuno ha paragonato a una sorta di "ergastolo imprenditoriale".
Ricordiamo che l’interdittiva antimafia è un istituto mediante il quale le Autorità Prefettizie, sulla scorta di una valutazione discrezionale rintracciano il pericolo di infiltrazione mafiosa, capace di condizionare le scelte e gli indirizzi dell’impresa. Un condizionamento che compromette la fiducia sulla serietà e sulla moralità dell'imprenditore e che comporta l'interruzione di qualsiasi rapporto contrattuale con la Pubblica Amministrazione.
Per dichiarare l’inaffidabilità di un’impresa non è necessario aver commesso un illecito per cui titolari o dirigenti siano stati condannati ma è sufficiente un’inchiesta in corso, una frequentazione sospetta, un socio “opaco”, una parentela pericolosa.
Numerosi, purtroppo, nell'esperienza degli ultimi anni, sono risultati i casi in cui il potere prefettizio è stato esercitato in modo distorto e patologico, e, sulla base di un "fumus" che non ha trovato riscontro nei fatti, tantissime aziende hanno patito un irrecuperabile danno di immagine, oltre che economico. Insieme alle aziende, il territorio.
È vero che l'istituto dell'interdittiva riconosce al Prefetto un ampio potere discrezionale, ma ampio non vuol dire indeterminato, altrimenti si sfocerebbe nell'eccesso di potere. Il Prefetto non ha alcuna delega all'arbitrio, non deve basare la propria valutazione su elementi "tipizzati" ma su elementi riscontrati in concreto di volta in volta.
Come evidenziato nella sentenza del Consiglio di Stato, Terza Sezione, del 30 gennaio 2019, n. 758 , "il pericolo dell’infiltrazione mafiosa non può sostanziarsi in un sospetto della pubblica amministrazione o in una vaga intuizione del giudice, ma deve ancorarsi a condotte sintomatiche e fondarsi su una serie di elementi fattuali".
"L’assoluta indeterminatezza delle condizioni che possono consentire al Prefetto di emettere una informazione antimafia generica - proseguono i giudici - apparirebbe poco sostenibile in un ordinamento democratico".
Inoltre, emerge da una sentenza del Consiglio di Giustizia Amministrativo siciliano emessa nel settembre 2017, qualificare un soggetto “mafioso” sulla scorta di meri sospetti e a prescindere dall’esame concreto della sua condotta penale e della sua storia giudiziaria comporterebbe un aberrante meccanismo di estensione a catena della pericolosità "simile a quello su cui si fondava, in un non recente passato, l’inquisizione medievale che, com’è noto, fu un meccanismo di distruzione di soggetti ‘scomodi’ e non già di soggetti ‘delinquenti’; mentre il commendevole e imprescindibile scopo che il Legislatore si pone è quello di depurare la società da incrostazioni e infiltrazioni mafiose realmente inquinanti".
L'interdittiva che inchioda per ipotesi non combatte la delinquenza e la criminalità ma diviene strumentale per sgomberare il campo da personaggi scomodi.
 "D’altro canto - concludono i giudici siciliani - se per attribuire a un soggetto la qualifica di ‘mafioso’ fosse sufficiente il mero sospetto della sua appartenenza a una famiglia a sua volta ritenuta mafiosa e se anche la qualifica riferita alla sua famiglia potesse essere attribuita sulla scorta di sospetti; e se la mera frequentazione di un presunto mafioso (ma tale considerazione vale anche per l’ipotesi di mera frequentazione di un soggetto acclaratamente mafioso) potesse determinare il ‘contagio’ della sua (reale o presunta) pericolosità, si determinerebbe una catena infinita di presunzioni atte a colpire un numero enorme di soggetti senza alcuna seria valutazione in ordine alla loro concreta vocazione criminogena. E l’effetto sarebbe l’instaurazione di un regime di polizia nel quale la compressione dei diritti dei cittadini finirebbe per dipendere dagli orientamenti culturali e dalle suggestioni ideologiche (quand’anche non dalle idee politiche) dei funzionari o, peggio, degli organi dai quali essi dipendono".
Quante imprese calabresi, in particolare in questi ultimi cinque anni, sono state condannate all' "ergastolo" per mere suggestioni ideologiche o per "onorare" idee politiche che hanno come preciso obiettivo quello di fare terra bruciata del Sud?
È stata azzerata la speranza imprenditoriale in nome di una lotta alle infiltrazioni mafiose che risente oramai troppo di un clima allarmistico pompato ad arte per ben altri e meno nobili fini. Ma verrà il giorno in cui qualcuno dovrà rendere conto di questa propaganda manettara a buon mercato che si è servita del sospetto per finirci a morte.

Autore: 
Maria Giovanna Cogliandro
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