La Calabria può agganciare la ripresa, ma il sorriso resta a metà

Dom, 12/11/2017 - 11:40
L’ultimo rapporto Svimez traccia un quadro confortante relativamente alla ripresa economica del mezzogiorno e della Calabria, ma l’emorragia di posti di lavoro e di persone costrette ad andare via non accenna ad arrestarsi. Chiave di volta della ripresa sembra essere l’agricoltura che, con buoni esempi provenienti anche dalla Locride può dare nuovo impulso all’economia, ma non senza un aiuto più concreto da parte della politica.

In settimana sono stati pubblicati dall’Associazione per lo Sviluppo dell’Industria nel Mezzogiorno (Svimez) i dati relativi all’andamento economico-sociale del Sud Italia nell’ultimo anno. Come spesso accade il quadro è risultato molto complesso ed estremamente variegato ma, in linea generale, tutti gli esperti sono stati concordi nel commentare che, stando a quanto dichiarato, una ripresa economica del meridione pare più che mai possibile.
Anzi, il sud che riparte, sorprendentemente, riesce a farlo meglio del nord, a giudicare dall’aumento del PIL pro capite registrato nel corso del 2016. Ma se da una parte è vero che l’aumento del PIL meridionale di un punto percentuale contro lo 0,8% registrato dal nord riduce impercettibilmente le distanze dall’area più ricca d’Italia, c’è da dire che, negli anni della crisi, la forbice tra nord e sud si è allargata in modo impressionante e che da noi è ancora troppo facile restare poveri.
Scendendo nel dettaglio, comunque, altro dato in grado di confortare la nostra regione è la sua capacità di accrescere il proprio PIL di 0,9 punti percentuali, un dato che pone il nostro territorio perfettamente in media con la crescita generale del PIL meridionale e che gli garantisce di conquistare la medaglia di legno tra le regioni del sud che stanno agganciando la ripresa economica in maniera più efficace (dietro solo a Campania, Basilicata e Molise e davanti a Puglia, Sardegna, Sicilia e Abruzzo). Ma cosa implicano, concretamente, questi dati? Anzitutto che la nostra regione mostra confortanti segni di vitalità, quindi un generale aumento degli investimenti che, a cascata, sta avendo (per ora soltanto timide) ricadute positive sugli indici occupazionali.
Adriano Giannola, presidente Svimez, ha commentato ai microfoni della Rai il dato definendolo doppiamente positivo se si pensa alle caratteristiche tradizionali dell’economia calabrese, che per decenni ci hanno accollato la nomea di retroguardia delle regioni del sud.
Nonostante il dato indubbiamente interessante, tuttavia, la ripresa è ancora troppo debole per imprimere la giusta svolta sociale alla nostra terra. In Calabria, infatti, mancano ancora più di 75mila posti di lavoro e si preannuncia durissima la lotta utile a sanare le ferite inflitte dalla recessione. Considerato il fatto che solo un calabrese su quattro è regolarmente impiegato, poi, non stupisce che siano ancora migliaia i nostri conterranei che decidono di cercare fortuna fuori dalla regione d’origine (nel 2016 sono stati 5.393, un dato comunque inferiore rispetto a quelli fatti registrare da Sicilia, Campania e Puglia), che l’indice di povertà è solo in leggerissima flessione dopo essersi impennato per cinque lunghi anni e che ci sia poca efficacia nell’attrarre investimenti.
Se il secondario e il terziario calabrese vivono nel consueto limbo, tuttavia, c’è chi dalla crisi economica ne è uscito sorprendentemente rivitalizzato: ci riferiamo all’agricoltura che, soprattutto nella sua filiera dei prodotti biologici e di qualità riesce a ritagliarsi il proprio spazio ammaliando i giovani e gli acquirenti esteri. Gli agrumi, le verdure, i cereali, ma anche l’olio, il vino e i liquori made in calabria sono più che mai ricercati e apprezzati, e obbligano il settore agricolo a reclutare spasmodicamente amanti della terra che vogliono fare della propria passione un lavoro sempre più ambito. Se il presidente di Coldiretti Calabria Pietro Molinaro commenta questo dato sottolineando che non sarebbe stato raggiunto senza lo sforzo che i sindacati e la società civile sono riusciti a compiere troppo spesso non solo senza l’aiuto, ma anzi con un accenno di ostruzionismo da parte delle istituzioni, per il Presidente della Commissione Giustizia in Senato Nico D’Ascola questo sforzo positivo è proprio il risultato della programmazione intelligente operata dalle istituzioni locali che, tuttavia, ancora molto devono fare per assicurarsi che l’agricoltura diventi l’elemento trainante dell’economia calabrese.
D’Ascola, in un comunicato diffuso dal proprio ufficio stampa mercoledì pomeriggio, sottolinea anzi come il settore primario, se adeguatamente impiegato dalla politica e dalla società civile attraverso un sapiente impiego dei finanziamenti europei, possa diventare una panacea in grado di sovvertire la tendenza allo spopolamento e alla povertà dei piccoli borghi, ridando alla gente le risorse utili a vivere una vita dignitosa nell’ambito dei propri contesti territoriali. Un esempio concreto di come tutto questo potrebbe essere realizzato il senatore lo ritrova proprio nella Locride e, nello specifico, nella recente inaugurazione dell’agriasilo di Canolo, una scuola pensata per far innamorare i bambini delle risorse del proprio territorio e per convincerli che si possa vivere degnamente anche oltre i confini delle grandi città. La difficoltà delle zone rurali calabresi, e dobbiamo dare atto a D’Ascola di sottolinearlo lui per primo nel proprio intervento, risiede piuttosto nei collegamenti da e per queste aree, che devono essere adeguatamente implementati al fine di garantire che i nostri eden aspromontani non restino completamente isolati dal mondo civile.
Ed ecco dove, invece, ci sentiamo di dare ragione a Molinaro: se l’agricoltura continuerà a crescere limitatamente ad aree non raggiunte dalle vie di comunicazione che il terzo millennio pretenderebbe, la colpa (evanescente per il senatore) sarebbe da attribuire proprio a quella politica che continua ad avere interesse negli investimenti per le grandi opere e non per le piccole strade, per i mastodontici potenziamenti infrastrutturali e non per le linee di collegamento a pettine, per la salvaguardia di centinaia di piccoli plessi che finiscono per aumentare la dispersione scolastica e non per gli istituti comprensivi ben organizzati e collegati che permettono ai nostri bambini di accedere facilmente al sapere (maggiori dettagli nella riflessione del dirigente scolastico Vito Pirruccio).
Insomma, per dare seguito ai dati positivi registrati da parte della Svimez, come non ci stancheremo mai di affermare, serve analizzare con lucidità ciò che veramente serve al nostro territorio per poter crescere (capacità di attrarre gli investimenti stranieri, finanziamenti mirati al settore primario e collegamenti interni per come affermato nella nostra analisi odierna) e una collaborazione fattiva tra imprenditori, società civile e politica, al fine di invertire quell’odiosa tendenza ad andare via che da più di un secolo rappresenta la più grande piaga della società calabrese.

Autore: 
Jacopo Giuca
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