LA GIUSTIZIA PADANA

Gio, 22/12/2011 - 10:37
LA GIUSTIZIA PADANA

Emblematica è  l’immagine del re di Napoli che si inchina al passaggio del presidente della corte d’appello della città. Emblematica perché è  la misura dell’autonomia e della considerazione di cui godeva il potere giudiziario nel Regno delle Due Sicilie. Con la conquista del meridione da parte dei piemontesi, e soprattutto con la promulgazione della legge numero 1409 del 15/08/1863, altrimenti detta legge Pica o del sospetto, che conferisce al potere militare competenze giurisdizionali, il potere giudiziario viene posto sotto il potere militare e di conseguenza sotto il potere del re piemontese. La magistratura perde l’autonomia di cui godeva nel regno delle Due Sicilie,e i magistrati che protestano presso il ministro di Grazia e Giustizia e dell’interno, per le continue prevaricazioni subite, vengono posti a riposo, rimossi e sostituiti con magistrati più malleabili e proni al potere del conquistatore. Le carceri si riempiono all’inverosimile e il 70% dei detenuti non verrà mai processato e condannato, ma rimarrà fino al dicembre 1865 a disposizione dei militari. Il generale La Marmora intima ai magistrati di non porre “niuno” in libertà senza il consenso dell’autorità militare. Così che i pochissimi che subiscono processi e vengono prosciolti dalle accuse non vengono posti in libertà, anzi i più si fucilano con ll’inganno di essere scortati per essere imbarcati verso i luoghi d’origine.

L’on. Ricciardi, membro del nuovo parlamento,  con un suo intervento del 18 e 20 aprile del 1863, affronta il problema generale dello stato disumano in cui versano i prigionieri nelle carceri, del lentissimo corso della giustizia e dell’arbitrio costante delle forze di polizia. Questi alcuni dati che porta a conoscenza dell’assemblea parlamentare: “…solo a Palermo  imputridiscono tra vermi e seminudi 1.440 prigionieri sui 400 compatibili. Alla vicaria di Napoli 1000 detenuti nelle più pessime condizione sui 300 compatibili. A Catanzaro 1200 detenuti ignudi e con la rogna sui 250 compatibili. Si trovano imprigionati nelle carceri più di 23.000 soggetti, tutti in condizioni che dire orribili è poca cosa. I più si trovano imprigionati da più di 22 mesi senza giudizio. Il pane che si dà ai carcerati non l’augurerei al conte Ugolino, né ai porci. La vita e la libertà dei nostri concittadini dipende dal capriccio di un capitano, di un luogotenente, di un sergente, di un caporale.” Ma non è solo l’on. Ricciardi a relazionare sulle condizioni delle carceri e dei detenuti, anche il marchese Gustavo Benso di Cavour, il Bellazzi e il Lazzaro, tutti deputati nordici della nuova assemblea relazionano con lo stesso tono sulle carceri di Torino, Alessandria, Asti, Novara, dunque su carceri gestite da sempre dai piemontesi. Tutti e tre lamentano: “…l’orribile stato di sordidezza contrario all’umanità, l’angustia in cui sono accatastati i detenuti, si che nelle stanze capaci di cinque o sei posti debbono imputridire nella sporcizia, coperti di vermini, almeno il triplo e talvolta anche di più. La promiscuità è immorale e crudele. Inoltre spesso vengono associati alle carceri i malati di mente che non è possibile ricoverare nei manicomi.”

La legge Pica introduce per la prima volta “il domicilio coatto” inteso come l’obbligo di risiedere in una città lontana da quella abituale di residenza. Il domicilio coatto ubbidisce alla logica di emarginazione dalla società civile e dal proprio contesto sociale che è propria del carcere. Oltre che per gli oziosi e i vagabondi il nuovo istituto viene primariamente attivato per le persone sospette. La legge del sospetto secondo Crispi, che consegna il certificato ufficiale dei flussi del carcere di Girgenti al ministro dell’interno nel 1864, porta in tale carcere in un mese trentaduemila detenuti. L’on. Crispi chiede al ministro dell’interno, ironicamente “se ne avete altri da arrestare”. L’on. Stanislao Mancini, senza mezzi termini dice che la legge Pica non ha altri riscontri giuridici se non nell’immoralissima”legge dei sospetti”, promulgata nel 1793 durante la rivoluzione francese: “Almeno in questa non dicevansi solamente che si potevano punire genericamente i sospetti, ma in essa almeno si faceva specifica enumerazione da quali criteri derivasse il collocamento di un cittadino nella lista dei sospetti e richiedevansi  prove che, per frequentazioni, condotta morale, atti pubblici e privati si cospirasse contra l’ordine costituito.”

Nel 1863 il deputato e professore di diritto costituzionale Vito D’Ondes Reggio, con una interpellanza denuncia alcuni raccapriccianti abusi commessi in varie parti della Sicilia e della Calabria: “….a Caccamo, la polizia non riuscendo a mettere le mani sopra un sospetto renitente, ne arresta la moglie incinta, causandone la morte, altre donne nello stesso stato vengono arrestate a Catania, Monreale, Alcamo, Reggio Calabria, diverse delle quali muoiono in prigione. Due fratelli vengono arrestati a causa di un omonimia e accortisi dell’errore, certificato dalla guardia nazionale, l’autorità militare non li pone in libertà ma stabilisce di condannare arbitrariamente almeno uno dei fratelli. Come presunto atto di magnanimità determina che subisca la condanna quello con famiglia meno numerosa. Viene dunque condannato quello che ha quattro figli, e non quello che ne ha sei. E’ comune vedere incatenate intere famiglie, compresi i bambini”

Il generale Pallavicini, comandante militare della Piazza di Cosenza, emana nel 1865 delle istruzioni che all’articolo 36 stabiliscono espressamente“…..che i parenti degli inquisiti vengano tutti sollecitamente arrestati senza distinzione di sesso e di età, per essere poi mantenuti in carcere a mia disposizione”. Il rapporto di parentela assurge così a reato vero e proprio, in un continuum di legalizzazione degli abusi e dell’arbitrio. Dal 1863 al 1866 vari gruppi di prigionieri  arrestati o  liberati, vengono circondati dagli stessi militari di scorta e trucidati.

Lord Henry Lennox membro del parlamento inglese, spinto dall’ammirazione per Garibaldi e la sua impresa effettua, nell’inverno 1862-63, un viaggio nelle antiche terre napoletane. Tale è lo sconvolgimento psicologico subito dal Lord che al suo rientro decide di riferire al parlamento di sua maestà britannica quanto visto nelle carceri gestite dai piemontesi.  Dice della Vicaria: “…..appena fui entrato nella prima camera mi si fece folla attorno, quando udirono che io era inglese la folla si fece maggiore.  Cenciosi, con gli occhi lagrimosi e le braccia alzate imploravano non libertà, ma processo, imploravano non grazia, ma giustizia. Tifo, colera, polmonite, dissenteria e scabbia, scorbuto sono malattie comuni. Vi erano tra detenuti preti, laici, soldati, vescovi, donne tutti nella più miserevole condizione, e la sporcizia era tale che per descriverla non è sufficiente la mia eloquenza. Il fetore orribile. Il cibo che veniva loro somministrato non si sarebbe dato in Inghilterra nemmeno alle bestie….. Sento il debito di protestare contro questo sistema. Ciò che è chiamata unità d’Italia deve la sua esistenza più alla protezione e all’aiuto morale dell’Inghilterra che allo stesso Garibaldi o agli eserciti francesi vittoriosi, e però in nome dell’Inghilterra denuncio tali barbare atrocità, e protesto contro l’egida della libera Inghilterra così prostituita.”

Nel 1865 i detenuti totali della nazione sommavano a 73.000 circa, di cui 43.000 meridionali. Ai conquistatori fa comodo chiamare briganti quelli che in realtà sono contadini, operai, commercianti, padri di famiglia, preti, soldati del disciolto esercito, renitenti al nuovo esercito, madri di famiglia, ragazzi, molti dei quali imberbi, simpatizzanti politici  e funzionari statali fedeli al re di Napoli. La sola legge Pica, la madre di tutte le leggi speciali per l’ordine pubblico per il mezzogiorno, miete circa 60.000 vittime in due soli anni di applicazione, fino al 31 gennaio del 1865 anno della sua cessazione forzata, tale fu lo scandalo procurato negli stati che consentirono la conquista del meridione, Francia e Inghilterra fra tutte.

Cronache dal nord

 

Autore: 
Vincenzo Carrozza
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