La Lega delle leghe dei sotizzi e la dignità della ‘nduja

Dom, 08/07/2018 - 16:20

Egregia dottoressa ‘nduja, grazie per il tempo che concede alla nostra testata per raccontarci del suo viaggio a Pontida.
Grazie, ma non fare troppi sciassi, lo sai benissimo che ho solo la terza elementare.
Scusi, non l’ho detto per piaggeria!
Ma quale Piaggio e Piaggio! Imma cu l’aereu, mica cu l’Ape! Ti pare ca simo ancora ai tempi du carbuni?
No, scusi, ha ragione. Allora, questo tour a Pontida com’è stato?
Fu ‘na festa. C’era una folla i genti vestuta tutti i virdi. Nu culuri ca mi stavia annorbandu l’occhi. Non sacciu avundi si comprano sti rrobbi, ma ti giuru ca manco gliocu ‘nde cinesi vitti rroba tanta brutta!
Ballavano, saltavano, compravano cose, parlavano ‘nto megafono, ridevano, bevevano l’acqua zozza di quel fiume che c’ha quel nome strano, di un avverbio…
Il Po, dottoressa? Ma si scrive senza apostrofo, eh!
E tu dissi ca ‘ndaiu a terza alimentari!
E poi che è successo?
Mi ligaru a festoni su una bancherella lunga lunga. Ero legata di qua, legata di là. Forse per questo è che si chiama “Lega”.
Veramente…
Non mi interrompere!
Per carità, dottoressa, prosegua!
Se mi fai perdere il filo non mi posso legare, e che Lega è?
Non sia mai!
Stavo dicendo, c’era tutta questa gente vestita brutta chi parrava ‘na lingua strana, tutti vecchi, età media 60 anni, mi stavo sentendo ammuffire: le mie nobili proteine si stavano disintegrando, e i sali minerali venendo meno, per poco non mi dovevano portare un Polase. Quando passavano davanti a dove stavo io tutti mi chiamavano di nome. E ieu penzava “Ma cu t’a dezzi ‘sta cumpidenza?”, però non mi sono lamentata. Solamente quando uno è passato dicendo che ero l’unica cosa buona della Calabria, gli ho sputazzato una botta di peperoncino nell’occhio. Chi malumparatu!
Ha fatto bene, dottoressa!
Poi è comparsa una signorina bella bella, aaaalta, con i tacchi. Ha detto che sapeva tutto di me e che mi sapeva cucinare, e che aveva fatto una trasmissione di cucina sulla rete nazionale. Insomma, bella era bella, ma si vantava un pocherello, mu sugnu sincera, eh! Chigliu ca varvetta, chi cumandava a tutti l’atti, dissi ca era a so’ fidanzata e a chiamava Sabella.
Aaaah, ma era Isabella Isoardi, la fidanzata di Salvini!
Iglia, iglia! Dissi ca u fidanzato soi nesci pacciu pi mia. Ieu dissi ‘nta mia: ma quandu mai ‘ndi vidimma ieu e tia?
E poi?
E poi è accaduta una cosa tragica…
Cosa, dottoressa?
‘a Sabella, quella che aveva detto di sapermi cucinare, mi ha messa sopra una fetta di una cosa strana…non sacciu chi era… ‘na sorta di colla gialla ‘nduruta!
Polenta?
Ecco! Polenta!
Quindi l’hanno messa sulla polenta, dottoressa?
Sì.
E come si è sentita in quel momento?
E come mi dovevo sentire? Ho pregato, e ho sperato ‘ca non morivo. Vogghiu ca ‘sta storia mu si sapi ‘nta tuttu ‘u mundu, perché un fatto del genere non può passare sotto silenzio come tante ingiustizie. ‘ndaiu ‘a dignità di ‘nduja, ‘ndaiu i proteini nobbili, vogghiu ‘u dirittu meu rispettatu! Pregavi tanto tanto il Signore, in quel brutto momento.
Mi scusi, e nessuno ha tentato di soccorrerla, ha chiamato il 118, un’autoambulanza, un paramedico, la sorveglianza?
Nugliu. Solo la cipolla di Tropea, che era vicina a me, poverella, ciangia, ciangia, e quanto ciangia! Alla fine mi aveva anche un po’ rotto le… Alla fine io dovevo consolare lei, vidi tu!
Dottoressa, ci sta parlando di un reale abuso a lei e alla cipolla. Cosa chiede?
Giustizia. Ho fiducia nella legge e sono serena, anche se sono scossa, perché poteva andarmi peggio.
Peggio della polenta?
Ca comu no! Pi trenta e trentunu non mi sarvavi da ‘na cosa chi era come ‘na sorta di insalata cruda cunduta. Una cosa come il tartaro dei denti ma non uguale… non mi ricordo!
La tartare? L’insalata di carne cruda?
Ecco, quella! Si vidi ca facisti ‘i scoli arti! Quando mi levaru ‘nto piattu con burro e salvia, ieu su dissi ca non sugnu carni cruda!
E non le hanno creduto?
No!
E come si è salvata?
Arrivaru du’ figghioli ca dissaru ca erano di Vega.
Due vegani?
Ecco, due vegani! Mi sbrogghiaru ‘i sta catina ‘i spagu ligatu, e mi levaru ‘nta campagna. Poi mi iettaru ‘nto fiumi. Unu mi sputau, chi malumparatu!
E dal fiume lei è riuscita a salvarsi?
A ca ti pare ca non sacciu ‘u natu? Natavi fino ‘a sponda e mi misi a urlare, a urlare.
E cosa urlava, dottoressa?
Che volevo tornare a casetta mia, qui, nella mia bella Calabria, dove la gente sa come mi deve mangiare.
E basta?
No, ho detto pure che gliocassupa, non vogghiu ‘u tornu mancu morta! Mancu si mi fanno a tartàr!
(fazzoletto)

Autore: 
Lidia Zitara
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