La lezione della grande letteratura americana nel “Sabardì” di Paolo Fragomeni

Dom, 25/02/2018 - 12:00

Una storia che potrebbe essere quella di un intero popolo, quella narrata da Paolo Fragomeni nel romanzo “Sabardì che sfidò l’oceano”, pubblicato da Città del Sole Edizioni.
Con un piede nella ricerca storica e uno nell’invenzione di fantasia, Fragomeni regala ai lettori un piccolo tesoro familiare. La vicenda di Sabardì e Annuzza è infatti verità: per un amore senza speranza il giovane Sabardì si imbarca per l’America, conducendo una vita perfino solitaria e tormentata.
Un racconto che Fragomeni ascoltava dai nonni e dai genitori e che oggi ha voluto portare alla luce: “La mia famiglia conosceva solo ciò che era accaduto qui: da quando Sabardì approda in America ho lavorato di fantasia, stando attento a non inciampare in anacronismi, e seguendo un filo logico che fosse valido per quegli anni”.
Parliamo del 1875, a ridosso dell’unificazione d’Italia, su cui Fragomeni ammette di non avere dubbi: “Fu una guerra di annessione, non ci fu nulla di glorioso o fervidamente romantico, come ci hanno insegnato i libri di storia. Ma finalmente la storia vera sta venendo a galla, non si possono più celare molte verità, come la crudeltà e la violenza che si accompagnarono all’Unità o la favola del brigantaggio. Le guerre scoppiano per ragioni economiche, e oggi ne vediamo moltissime in atto, mentre parliamo. Ciò che accade in paesi lacerati come l’Africa o il Medioriente è frutto di disegni politici ed economici che scientemente portano questi paesi alla guerra, producendo, tra le altre cose, un’emigrazione di massa. Ieri era la manodopera, la ferrovia, il tè, il carbone, oggi la kimberlite, il gas, il petrolio. Il nostro passato non fu poi diverso da coloro i quali oggi si rifugiano in Europa o cercano lavoro. L’idea dell’emigrazione come ricerca della felicità e del benessere economico, del successo, è una romanticheria infondata, la maggior parte degli emigrati ha lavorato sodo per tutta la vita, riuscendo a malapena a sopravvivere”.
La vicenda di Sabardì si può leggere come quella di una dei tanti calabresi costretti all’emigrazione dopo l’Unità. “Non c’era mai stata emigrazione dalla Calabria. Si viveva. Certo, non si nuotava nell’oro, situazione che peraltro condividevamo con moltissimi paesi europei, ma si viveva. La centralità della Calabria l’ha sempre resa un posto di mescolanze, arrivi e partenze, ma l’emigrazione di massa per pura necessità, per mangiare, avvenne solo dopo l’Unità d’Italia. Una riflessione sarebbe obbligatoria”.
Ma il romanzo di Fragomeni è una sorta di storia dentro la storia, e intreccia abilmente le vite di molti personaggi, quasi coralmente. “La nostra vita è fatta di incontri con altre persone, di altre vite. Avrei voluto raccontarle tutte, ma nella narrazione bisogna essere disciplinati, fluidi, quando si arriva a un bivio non si deve esitare, altrimenti il lettore si confonde, perde il filo”.
La lezione della grande letteratura americana riecheggia fra le pagine di “Sabardì”, e non potrebbe essere altrimenti, visto che Fragomeni ne è un appassionato. Totalmente non-autoindulgente, rivela di amare una scrittura che non sia solo comunicazione e pensiero, ma anche musica: “Una combinazione di suoni, una “sinfonia fatta di parole. Se poi ci sia riuscito o meno, non tocca a me dirlo, ma mi sono molto appassionato e, sì, anche divertito nella stesura del romanzo”.
Di una cosa siamo certi, che “Sabardì” ha da subito conquistato la simpatia del pubblico, che si è ritrovato in una storia che appartiene a tutti e per la quale ringraziamo Paolo Fragomeni e il suo desiderio di farla vivere attraverso le corde della narrazione.

Autore: 
Lidia Zitara
Rubrica: 

Notizie correlate