La lezione di vita di Roberto Vecchioni

Lun, 28/03/2016 - 14:25

Un amante della letteratura e una struttura neoclassica di Cosenza sono un connubio perfetto, foss’anche solo per associazione semantica.Quando il primo è Roberto Vecchioni e il secondo il Rendano di Cosenza, allora tutto è più chiaro. Un evento suggestivo, carico di fascino ricco e barocco, di velluto rosso e decorazioni dorate, mentre il palco era allestito nel più semplice dei modi, quasi a riprodurre un antico salotto letterario in cui si poteva discutere di Poesia.
Roberto Vecchioni, protagonista indiscusso della scena, è stato come un perfetto cantore dell'antica Grecia.
Ha saputo raccontare avvincenti episodi della sua vita che si intrecciavano perfettamente con il suo interesse personale alla cultura dell'antico.
Vecchioni, prima di essere un cantante italiano che recita e interpreta, è anche e sempre, un professore di Latino e Greco.
Ha militato trentotto lunghi anni fra i banchi di scuola e, solo pochi, come lui, sanno toccare i tasti giusti facendo vibrare le corde più profonde dell'animo.
L'occasione del suo invito a Cosenza è stata la programmazione di alcuni eventi promossi dal Museo dei Brettii e degli Enotri. E quale miglior testimonianza che quella di un uomo, un professore, un artista, che alla cultura antica ha dedicato tutta la sua vita?
Il teatro era invaso da liceali, dai professori dell'Università della Calabria, dagli universitari, e persino dagli anziani del posto, che alla fine sono andati via soddisfatti e felici.
Dopo brevi interventi per focalizzare i punti dell'incontro, il Professore ha preso la parola.
Anzi è stata la parola ad essersi impossessata del suo corpo.
La naturalezza con cui narrava e raccontava, con cui produceva ekphrasis di luoghi e di avvenimenti, di opere d'arte, di letteratura, è stata disarmante.
Si muoveva con una tale leggerezza, con pochi ma significativi gesti, e si è guadagnato il silenzio senza mai averlo invocato.
Questo l'esordio: "Il linguaggio e la scrittura sono le due più importanti invenzioni dell'Umanità”.
E tutto il suo intervento si è basato sul concetto secondo cui: "Chi non conosce l'antico non conosce se stesso".
Ha più volte ribadito di aver imparato il greco a undici anni, non costretto o indirizzato, ma mosso semplicemente da curiosità. In questo scenario, in cui si sono intrecciati la personalità del singolo e il suo bagaglio culturale, la cultura che lui stesso ha creato nel nostro immaginario collettivo, è stato naturale tirare in ballo uno dei sentimenti che caratterizza la vita dell'uomo sulla terra: “La felicità non è quella di Epicuro, né quella degli Stoici, la felicità non è assenza di passioni, la felicità è dinamica, è quella voglia di spingersi sempre oltre, e spingersi oltre è un po' il senso dell'Uomo. Vedete... Ulisse dopo aver ucciso i Proci, torna a casa da Penelope che intanto tesseva di giorno e sfilava di notte, poteva stare tranquillo e vivere la vita, e invece no! Prende una nave e si spinge oltre le colonne d'Ercole”.
Poi ha continuato: "La vita, io, la intendo come un miracolo; il dolore di oggi lo rimpiazzo con una gioia domani."
Una concezione che è frutto di anni di studi di e interiorizzazione di concetti antichi desunti dalle testimonianze scritte.
Notando stupore e approvazione da parte degli ascoltatori, ha proseguito: "La ricerca della felicità è il centro della vita umana. Alcuni resti di una poesia di un poeta ellenistico, ripresi anche da Leopardi, recitano così: gli uccelli cantano quando finisce la tempesta, gli uomini non sanno essere felici del sole che resta”.
Sono stati questi versi a colpire, per l'ennesima volta, il pubblico che non gli ha permesso di continuare ed è esploso in un applauso prematuro.
Ripresa la parola, immediato un riferimento alla libertà: "Come diceva Kierkegaard, o si è liberi e infelici, o si hanno delle regole e si vive felicemente".
Nella sua prospettiva, felicità e libertà viaggiano sospinti dalla stessa brezza che anima, senza tregua, la vita.
È solo questione di scelte.
La grandezza del professore è stata, fra le altre, quella di parlare di eroi mitici, calandoli nella realtà moderna. Ha citato Aiace Telamonio che nel V canto dell'Iliade è accerchiato dai nemici, e infine morendo, dice: "Zeus, ora moriremo. Almeno fammi morire nella luce, fammi morire guardando il cielo. Voglio morire con la luce negli occhi".
Non importa che Aiace sia un eroe mitico e inventato. Lui, in letteratura, tanti secoli or sono, vuole morire, così come noi, guardando il cielo azzurro o quello notturno trapunto di stelle.
Vivere nel dubbio di quello che sarà, morire e vivere nella Luce, è la cosa più dignitosa che ci spetta.
Così, dopo un emozionante monologo sulla nobiltà della letteratura antica e moderna, intesa come espressione dell'animo, Vecchioni ha parlato del suo romanzo “Il mercante di luce", edizioni Einaudi 2014, nel quale ha in cui nell’ordito sono intessute le ragioni delle sue certezze nella vita. Ci sono echi di sculture antiche, c'è il rapporto fra generazioni, c'è la voglia di luce e di libertà.
Roberto Vecchioni ha anche letto alcuni passaggi fondamentali che gli hanno dato la possibilità di argomentare.
"Sbagliate ragazzi! Fate i vostri errori! Che non vi si consideri degli uomini in  miniatura. Vi piace ascoltare quella musica? Ascoltatela.
Vi piace quel ragazzo? Non fatevi problemi. Avrete tempo di pensare prima di agire".
Poi, ha concluso: "Amiamo, ci addoloriamo, ridiamo, ci impegniamo e perdiamo, talvolta vinciamo. Siamo la cosa più grande e straordinaria che ci sia nell'Universo. Noi siamo... Uomini".
Ed allora, fra il pubblico, in piedi ed emozionato, si è acceso un lungo applauso.

Autore: 
Sara Leone
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