La sinistra ha sbagliato anche nel mortificare la dignità dei Calabresi

Dom, 20/01/2019 - 12:40

Ho ascoltato l’intervento di Sebi Romeo su una televisione calabrese in merito alle ultime vicende del Presidente della Regione Calabria Mario Oliverio. Finalmente ho risentito il mio segretario provinciale dei giovani comunisti del 1992, il Sebi che lottava, che voleva cambiare il mondo, come tutti noi, del resto. Quel Sebi in questi anni lo avevo perso, forse perché gli anni passano per tutti, forse perché essere forza di governo è diverso che essere opposizione dell’opposizione, forse perché anche lui si era avvicinato al pensiero unico del PD nazionale. Ieri Sebi ha affrontato a muso duro la segreteria regionale del suo partito che ancora, in modo inspiegabile, non ha scritto nemmeno una riga di sostegno verso il presidente della Regione, storico militante di questo partito. Tutti sanno cosa è successo nel periodo di Natale: la procura di Catanzaro, nell’ambito dell’operazione “Lande desolate”, ha imposto l’obbligo di dimora a San Giovanni in Fiore al presidente della Regione Calabria. Rispetto a questo fatto lo stesso Oliverio, il giorno dopo, ha parlato di accusa ingiusta, ha dichiarato che nemmeno Gratteri può permettersi di infangare la sua storia politica sempre dedicata agli ultimi e alla legalità e infine, ha concluso che non esistono divinità al di sopra delle parti. Rispetto a questa dichiarazione, durante il consiglio regionale del 19 dicembre scorso nessun consigliere ha chiesto le sue dimissioni, segno chiaro di un rispetto nei confronti della persona e del suo operato. Le parole di Sebi sono contro chi, nel suo partito in Calabria, nei vertici del suo partito a Roma, tra i big del PD calabrese non ha espresso parole di solidarietà per Mario Oliverio. “Questo sarà uno degli argomenti dei prossimi congressi, perché quando la sinistra italiana ha immaginato di sostituire la piazza con le aule di tribunale, da Berlinguer in poi, ha commesso un errore imperdonabile. Da qui a scalare i poteri legislativo ed esecutivo hanno perso potere e questo vuoto è stato coperto da altre forze. Bisogna recuperare il ruolo dei partiti, e in questo caso Oliverio merita, per la sua storia, la solidarietà del partito, perché la vicenda che lo riguarda è veramente inquietante”. Queste le parole che come un fiume in piena ho sentito l’altra sera dire al compagno Sebi Romeo. Ora mi fa piacere che il consigliere regionale parli di un errore storico, come gli ha sempre detto Pasquino. Penso che bisogna ricordare tutta una corrente che, se non ricordo male, faceva capo a Luciano Violante, che su questi temi riuscì a portare tutto il partito, poi ci fu l’inchiesta “Mani pulite” e il resto della storia lo conosciamo tutti. Ma il PD ha perseverato, non possiamo dimenticare in questo gioco le eroine antimafia, che si sono sciolte come neve al sole, che hanno ricoperto ruoli di primo piano nel partito, senza nessuna competenza ma solo con il diploma di vittime o eroine. Nessuno può dimenticare il periodo degli slogan che hanno ghettizzato la nostra regione, che hanno trasformato la questione meridionale in questione criminale. Deputati e ministri di questa terra nominati solo perché in tutta Italia dovevano dimostrare che si fa la lotta alla mafia e poco importava che si toglieva dignità e rappresentanza a questa terra.
Il PD ha passato un momento storico che sta per finire, ed è stato il più importante della storia calabrese. Per chi ha vissuto anche l’esperienza del PCI, fatta solo di opposizione, non può non sentire la responsabilità di un partito che era alla guida dell’Italia con il governo Renzi, della Regione con il governatore Oliverio e della Città Metropolitana con il sindaco Falcomatà. Se la lotta del PCI era per il cambiamento, era il momento giusto, forse storico. Mai, infatti, si sono verificate queste condizioni storiche, tutte le idee e progetti che da Gramsci a Berlinguer erano stati la linfa di intere generazioni, si potevano realizzare. Purtroppo, analizzando le varie situazioni di governo, veniva da chiedersi se chi governava e governa fosse veramente erede di questa tradizione politica, oppure se si fosse travestito e abbia ingannato i sogni di chi ha sacrificato la vita per questo partito. Questa è stata la storia recente, caro Sebi, della sinistra, questo è stato il grande fallimento di questa generazione. Oggi sono d’accordo con te, bisogna ripartire da zero, bisogna tornare tra la gente, capire i bisogni e trovare le soluzioni.
Ma in Calabria la sinistra deve cambiare il modo di rappresentare i problemi, le soluzioni vanno trovate elaborando una strategia, soprattutto rispetto alla criminalità organizzata, che non può più essere combattuta con la strategia militare o con i commissariamenti affidati a generali e colonnelli, la gente della Calabria ha bisogno di risposte, ha bisogno di speranza che può venire solo da una strategia seria, serve lavoro, serve sviluppo, serve cultura. Alla gioventù dei nostri paesini bisogna far sostituire la vespa rubata con un libro o con un computer, bisogna far sognare un lavoro e non una pistola. Questo deve pensare la sinistra, deve dare alla gente la giustizia giusta, non la legalità a parole, la legalità predicata, ma quella praticata. Solo così l’esempio di Mario Oliverio, trattato come un criminale qualunque, può far ribellare la gente, perché, come dice lo stesso governatore, se tutto è mafia, niente è mafia.
In ultimo voglio pure darti un consiglio per la tua proposta di legge “Fondo di solidarietà ai giornalisti vittime di intimidazioni”, che hai presentato recentemente. Fai attenzione: avanzare questa proposta rischia di portarti verso la scelta sbagliata di cui parlavamo poco fa, fatta di slogan e vittimismo. Fatta questa premessa, lavoro in questo settore da molti anni ormai, ho conosciuto molti giornalisti, ho conosciuto giornalisti che sono dei veri eroi per le condizioni in cui hanno vissuto. Gli eroi che hanno combattuto con la penna in Calabria sono gente del calibro di Pantaleone Sergi, di Pietro Melia, di Bruno Gemelli, di Paride e Paolo di Calabria Ora in passato sono stati Gigi Malafarina, Tano Santagata, Nicola Zitara e lo stesso Pasquino Crupi. Ti voglio raccontare una storia vera priva di ipocrisie. Uno di questi giornalisti mi raccontò, anni addietro, che negli anni settanta, dopo la strage di Piazza Mercato a Locri, fece un pezzo per un’importante testata del sud nel cui titolo veniva riportato il mandante di quella strage. Bene, il giornalista in questione non fu minacciato, non gli inviarono proiettili o lettere, ricevette una visita dopo qualche giorno da un avvocato che, dopo vari giri di parole, lo invitava a farsi i fatti suoi. Il giornalista in questione, che era uno di quelli con la schiena dritta, invitò l’avvocato a uscire. Tanto bastò a far capire che non si sarebbe piegato, senza clamori né auto di scorta. Se la storia insegna qualcosa, sappiamo che purtroppo il modo di operare della criminalità organizzata segue strade molto pericolose e molto più drammatiche, per questo motivo valuto con molta attenzione queste situazioni di minaccia. Oggi vedo molti sciacalli della notizia e gente che costruisce i pezzi con le veline delle procure, che guarda caso sono nelle mani sempre dei soliti noti, che ritengo illegali allo stesso modo perché sono informazioni riservate che invece hanno questi eletti. Ormai il nostro lavoro è svilito, considera che in alcuni comuni la rassegna stampa la fanno i dipendenti del comune senza nessun titolo. In giro, tra i giornalisti calabresi, con tutto il rispetto anche tra chi ha avuto la scorta, non vedo delle aquile. Anche se considero il problema serio e reale, perché purtroppo è vero che siamo una terra di ‘ndrangheta, è vero che si subiscono angherie, è vero che chi scrive in libertà da fastidio, sappi che le reazioni non vengono solo da una parte, spesso vengono da chi meno te lo aspetti, alcune volte anche dallo Stato o da tutto quello che noi definiamo Stato. Per cui ti invito, se vuoi, a un confronto, perché in Calabria serve molto di più una regolamentazione di tutto il settore, dall’editoria al giornalismo.

Autore: 
Rosario Vladimir Condarcuri
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