L'eremita De Raho

Dom, 24/09/2017 - 16:00
Secondo Federico Cafiero De Raho frequentare e vivere la città immergendosi in essa non sarebbe - per un procuratore della Repubblica (e non solo) - né consigliato, né consentito. In una specie di alternarsi di “corsi” e “ricorsi” storici, le “caste” (tutte le caste) continuano a marcare la propria distanza dal popolo che viene considerato contaminato e contaminante, e in Calabria, portatore del virus colerico della 'ndrangheta.

Il procuratore di Reggio Federico Cafiero De Raho ritiene che la delicatezza del suo incarico non gli consenta di frequentare nessuno in città. Ha deciso così di non giocare più a tennis e di astenersi dal far vita sociale fatta eccezione per il questore, il prefetto, il comandante provinciale dei carabinieri e quello della guardia di finanza, e, immagino, di qualche suo collega. La toga o la divisa sarebbero garanzia di rettitudine e di non permeabilità alle forze del “male”.
Ovviamente ognuno è libero di frequentare chi vuole e di vivere come meglio ritiene, ma quando si sente il bisogno di esternare il proprio pensiero, come in questo caso, vuol dire che si intende provocare un confronto che va al di là delle frasi di circostanza.
Il procuratore di Reggio ha inteso porre un problema politico e noi su questo terreno ci attesteremo.
Sintetizzo in poche parole il pensiero di De Raho: frequentare e vivere la città immergendosi in essa non sarebbe - per un procuratore della Repubblica (e non solo) - né consigliato, né consentito.
Le motivazioni?
In Calabria non sai mai chi ti trovi di fronte!
Quindi - e per non sbagliare - ci si ritira in una specie di “volontario esilio” dal quale osservare con distacco l’incomprensibile formicolio della gente comune.
Ovviamente rispetto il pensiero di De Raho anche se ho l’impressione che ribalti il dettato costituzionale sulla presunzione di innocenza attribuita a ogni cittadino.
In questo caso e fuor di metafora siamo tutti potenziali colpevoli: il contadino che si spacca la schiena per rifornirci di ortaggi o l’idraulico che ci consente di avere l’acqua a casa.
Meglio non fidarsi!
Quindi un buon PM chiederà arresti e condanne in nome di un popolo che non conosce se non tramite i rapporti della polizia giudiziaria.
Dubito possa essere questa la democrazia delineata dalla Costituzione.
Inoltre, sia detto per inciso, né la toga, né la divisa, né la tonaca sono garanzie di rettitudine.
La storia passata e recente ci fornisce in tal senso prove in abbondanza.
Ma veniamo al cuore della questione posta dal procuratore di Reggio con solare chiarezza riconoscendo a Lui il merito di dire senza infingimenti ciò che le classi dominanti mettono in pratica: la propria separatezza dalla gente comune.
Ai miei occhi, non più giovani, si tratta di un ritorno al passato quando gli “ngnuri”, residuo medioevale sopravvissuto in Calabria sino a metà del secolo scorso, marcavano la propria distanza siderale dalla plebaglia.
I “Costituenti” hanno attribuito al Popolo la SOVRANITÀ. Non è stato un caso. Loro vivevano immersi nel popolo ricevendo da esso legittimità, linfa, passione, entusiasmo e vigore. Molti di loro hanno frequentato non solo i caffè, le associazioni, i quartieri e i paesi più a rischio di devianza criminale ma hanno trascorso nelle patrie galere, insieme e accanto a delinquenti comuni, parte della loro vita. Chi ha letto qualche biografia sa che con i compagni di cella hanno intessuto rapporti di amicizia che sono continuati anche dopo il carcere.
Da tale esperienza sono usciti più forti, più temprati, più umani e non condizionabili da nessuno se non dalla propria coscienza e dai propri Ideali.
Sia detto per inciso - e non a caso - il giudice che condannò Antonio Gramsci, finì la sua carriera nel 1964 come procuratore generale. Ovviamente “omnia munda mundis”.
Oggi, in una specie di alternarsi di “corsi” e “ricorsi” storici, le “caste” (tutte le caste) tendono a marcare la propria distanza dal popolo che viene considerato contaminato e contaminante, e in Calabria, portatore del virus colerico della ‘ndrangheta.
Il popolo è ancora formalmente il “sovrano” ma come un re dei pagliacci la corona è sinonimo di scherno.
Non è un caso!
La criminalizzazione del popolo - soprattutto in Calabria - è stata ed è funzionale all’oggettivo trasferimento della “sovranità” nelle mani delle peggiori oligarchie.
Non è il caso di De Raho ma è sicuramente quello che sta avvenendo sotto i nostri occhi.
La forma ha mangiato la sostanza. Il morto ha divorato il vivo.
Il parlamentare, il politico, il magistrato si tengono a debita distanza dal popolo così non “rischiano” e non sono “chiacchierati”. Altri “meriti” non hanno!
Considero questo modo di operare il frutto del pensiero unico che ci introduce in un regime di dittatura mascherata.
Concludo.
Il pensiero di De Raho non mi sorprende né mi indigna, anzi lo considero sostanzialmente egemone nel momento attuale.
Semmai mi avvilisce il sostanziale silenzio dell’intera classe “dirigente”. Nessuno di loro, salvo qualche rara eccezione, ha sentito il bisogno di confrontarsi civilmente con le cose dette da De Raho.
Perché?
Forse ce lo potrebbe spiegare Anna Arendt quando, con estremo coraggio, ha parlato di un possibile concorso di responsabilità tra i dirigenti ebrei e i loro persecutori. E ancor più nel momento in cui elaborerà l’idea che il “male”, più che all’indole maligna dei singoli, possa essere attribuito alla mancanza di coraggio che, a volte, fa abdicare alla facoltà di pensare. E il sonno della ragione genera mostri.

Autore: 
Ilario Ammendolia
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