Lo “Stato” delle Mafie

Dom, 04/02/2018 - 18:40
Giudiziaria

Fra il 1990 e il 1991, alcuni vertici di Cosa Nostra, unitamente ad altri soggetti esterni, mettono a punto un progetto di destabilizzazione politica finalizzato, in ultima analisi, a ripristinare nuove e diverse “relazioni” con il mondo della politica, ritenute più vantaggiose per l’associazione criminale.
È il quadro emerso dagli esiti di una serie di indagini coordinate dalla Direzione distrettuale antimafia di Palermo che portarono ad ipotizzare una alleanza delle “mafie” per “farsi Stato”. Il progetto subisce una brusca accelerazione alla fine del 1991 - in prossimità della decisione della Corte di Cassazione sul maxiprocesso – e trova il suo incipit nel 1992 subito dopo l’emanazione della sentenza il 30 gennaio di quell’anno. Tale progetto muoveva dalla seguente diagnosi, verosimilmente prospettata ai capi di Cosa Nostra da intermediari di soggetti (aventi interessi politico-criminali in parte diversi, ma tuttavia convergenti) provenienti da “ambienti deviati”. Punto di approdo di tale strategia doveva essere la trasformazione dello Stato unitario in una nuova “forma Stato” che contemplava la rottura dell’unità nazionale, la divisione dell’Italia in più stati o macroregioni e, comunque, la secessione della Sicilia.
La clamorosa ipotesi investigativa, suffragata anche da alcune dichiarazioni di collaboratori di giustizia dell’epoca, aveva presunto che: «I nuovi soggetti politici, consistenti in varie leghe meridionali da aggregarsi poi in un’unica Lega meridionale, avrebbero dovuto agire in sinergia con la Lega Nord, movimento allora emergente e in grande crescita, che perseguiva da anni un autonomo progetto politico accentuatosi in quella fase storica in direzione del secessionismo di alcune regioni del settentrione». «La creazione di uno Stato autonomo nel Sud con prerogative di sovranità avrebbe consentito di monopolizzare la gestione politica degli interessi economici leciti e illeciti, trasformando questa parte del paese in una sorta di zona franca, governata da soggetti espressione del sistema criminale». Per utilizzare le parole di uno dei collaboratori, venuto a conoscenza di parti significative di tale progetto, sono anni in cui Cosa Nostra e i suoi referenti progettano di “farsi Stato”, ritirando la delega per la tutela dei propri interessi a settori del mondo politico rivelatisi inaffidabili, con l’intenzione di gestirli direttamente, tramite proprie creature politiche.
Tale progetto, messo a punto nel 1991, ha subìto nel corso del 1992 e del 1993 – secondo quanto emerge dalle risultanze acquisite - alcune battute di arresto ed alcune deviazioni di percorso in relazione ad eventi imprevedibili quali, ad esempio, l’arresto di S.R., capo di Cosa Nostra, il 15 gennaio 1993, arresto che ha determinato la frammentazione degli assetti di potere interni all’organizzazione e lo scompaginamento di una direzione unitaria.
Nella fase successiva, infatti, si avverte una certa disomogeneità d’azione e si verifica il progressivo disinvestimento di risorse dal progetto separatista (rilevatosi, peraltro, di difficile attuazione anche per il mancato decollo politico delle varie leghe meridionali) ed il loro progressivo dirottamento verso direzioni diverse. Il progetto di dar vita a un aggregato di leghe meridionali viveva la parabola finale nei primi mesi del 1994, declinandosi sul piano regionale soprattutto per iniziativa di L.B., del suo entourage e della famiglia mafiosa di Catania.
Il progetto tuttavia non veniva abbandonato completamente, ma si convertiva in un disegno da coltivare nel lungo periodo all’interno di strategie globali di più ampio respiro compatibili con l’evoluzione del nuovo quadro politico generale.

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