Marianna Oliverio, la brigantessa calabrese che si macchiò del sangue della sorella

Dom, 28/07/2019 - 17:20

Marianna Oliviero, detta Ciccilla, una bella ragazza dai capelli corvini e dagli occhi di fuoco, sposò giovanissima Pietro Monaco, ex soldato borbonico ed ex garibaldino dal carattere irascibile e insofferente, datosi alla macchia dopo un efferato omicidio.
Rimasta sola, Ciccilla continuò la vita di sempre e sembrava accontentarsi dei rari incontri furtivi con il marito che nottetempo la raggiungeva nella loro casa alla periferia del paese. Conduceva vita semplice e ritirata e le uniche persone con le quali trascorreva qualche ora del giorno erano la madre e la sorella, anche lei molto bella e di carattere vivace, che spesso le chiedeva notizie del marito.
Un giorno di tarda estate Ciccilla ricevette la visita di una comare e, tra un pettegolezzo e l’altro, la loquace donna si fece scappare di bocca qualcosa che colpì duramente al cuore l’orgogliosa “vedova bianca”, o presunta tale, e per questo commiserata dalle donne del luogo.
Insomma, Ciccilla venne a sapere che Pietro aveva avuto una breve e fugace relazione con la sorella e ostentando incredulità e indifferenza, non batté ciglio e sorrise tristemente per “la cattiveria della gente”. Così disse alla comare mentre l’accompagnava garbatamente alla porta.
“Ciccilla, viditi ca’ è vero e u sannu tutti! Possibile ca sulu vui non sapiti nenti?”
“Arrivederci, cummari, e non criditi a chillu chi dici cu non ndavi nenti da fare!”

Accomiatatasi dalla comare, Ciccilla rientrò in casa e cominciò a meditare la vendetta.
Sul far della sera, indossò il vestito per la messa della domenica, mise sulle spalle uno scialle con le frange, si ravviò i capelli e uscì per recarsi a casa dei suoi.
La madre era intenta a preparare qualcosa per la cena e la sorella a fare la calza con i ferri. Chiacchierarono del più e del meno, come al solito, e la sorella le chiese notizie di Pietro.
“È da giorni che non ho notizie, ma, sai com’è? Nessuna nuova, buona nuova!”
“Già, già!”
“Senti, perché non vieni a dormire da me stanotte? Oggi mi sento un po’ così e non voglio stare sola!”.
La sorella acconsentì volentieri, ma non era nemmeno la prima volta.
Dopo una frugale cena a base di soppressata e pecorino, Ciccilla disse che aveva mal di testa e se ne andò a letto. La sorella la raggiunse qualche minuto più tardi, ma fu la prima ad addormentarsi.
Poco prima della mezzanotte, Ciccilla si alzò silenziosamente, si recò in cucina e dal cassetto della credenza tirò fuori un lungo coltello. Ritornò nella camera da letto, si avventò sulla sorella e la sgozzò con furia selvaggia. Non ancora appagata, corse a prendere un’ascia e le martoriò il corpo con 30 colpi terrificanti.
Soddisfatta della vendetta consumata, alle prime luci dell’alba raggiunse a dorso di mulo la banda del marito e in poco tempo ne divenne il capo di fatto.
Dopo appena pochi mesi di attività brigantesca, il raccapriccio e l’orrore per le sue gesta si diffuse in tutta la regione e anche oltre e perfino gli stessi briganti cominciarono a temerla e a disprezzarla per come infieriva sui cadaveri dei nemici, mutilandoli selvaggiamente con coltelli e rasoi.
Dopo la morte del marito, però, la sorte, fino allora favorevole, le voltò le spalle e Ciccilla, caduta in una imboscata, fu catturata.
I suoi familiari non vollero nemmeno riconoscerla e perfino la madre si rifiutò di andare a trovarla in carcere.
Al processo, celebrato a Catanzaro con grande partecipazione di pubblico, come testimoni a carico si schierarono anche i parenti suoi e del marito e la sentenza fu di condanna a morte, caso rarissimo di condanna a morte di una donna.
La sentenza, però, non fu mai eseguita e fu tramutata in ergastolo, ma dopo qualche anno nessuno parlò più di Ciccilla la brigantessa.

Autore: 
Enzo Movilia
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