Mariateresa Fragomeni in consiglio regionale spiega i danni del federalismo

Mer, 30/01/2019 - 18:20

Il concetto di regionalismo differenziato si ricollega alla modifica che la legge costituzionale n. 3/2001 ha apportato all’art. 116 della nostra Costituzione, con l’aggiunta di un 3° comma che, dopo la previsione e la disciplina, ai primi due commi, delle 5 regioni a statuto speciale, al terzo comma prevede la possibilità di attribuire, alle regioni a statuto ordinario, delle forme particolari di autonomia relativamente a 23 delle materie indicate all’art. 117…….. in particolare:
Sulle materie indicate al 2° comma (materie di esclusiva competenza statale) quelle di cui alle lettere
l) giurisdizione e norme processuali (limitatamente all'organizzazione della giustizia di pace);
n) norme generali sull’istruzione;
s) tutela dell’ambiente, dell’ecosistema e dei beni culturali;
E..... Su tutte le materie di cui al 3° comma (ossia le materie di legislazione concorrente), vale a dire:
Rapporti internazionali e con l’Unione europea delle Regioni; commercio con l’estero; tutela e sicurezza del lavoro; istruzione, salva l’autonomia delle istituzioni scolastiche e con esclusione della istruzione e della formazione professionale; professioni; ricerca scientifica e tecnologica e sostegno all’innovazione per i settori produttivi; tutela della salute; alimentazione; ordinamento sportivo; protezione civile; governo del territorio; porti e aeroporti civili; grandi reti di trasporto e di navigazione; ordinamento della comunicazione; produzione, trasporto e distribuzione nazionale dell’energia; previdenza complementare e integrativa; coordinamento della finanza pubblica e del sistema tributario; valorizzazione dei beni culturali e ambientali e promozione e organizzazione di attività culturali; casse di risparmio, casse rurali, aziende di credito a carattere regionale; enti di credito fondiario e agrario a carattere regionale.
Ora, per riuscire a capire bene la portata del 3° comma dell’art. 116, bisogna comprendere al meglio la situazione politica che ha portato alla riforma del titolo V della Costituzione nel 2001.
La riforma del 2001, infatti, è stata il frutto “scellerato” delle spinte autonomiste da parte della Lega nord, assecondate, per esigenze di governo, a fasi alterne, sia dal centro destra (in maniera prevalente) che – (lo dico soprattutto per onestà intellettuale) dal centro sinistra.
Se si fa un’analisi geo-politica dei diversi esempi di federalismo, ci si rende subito conto di un dato peculiare del Federalismo Italiano:
Esaminando l’etimologia del termine, vediamo che federalismo deriva dal latino [Foedus: ossia patto, alleanza] e, come tale, dovrebbe essere una corrente politica tesa a favorire l'unione federale fra stati diversi aventi tradizioni e interessi comuni.
Ora, rispetto a questo concetto generale, si può vedere che il federalismo italiano è uno dei rarissimi casi in cui uno Stato già unitario ed accentrato, si vuole trasformare in senso federale.
Ma la domanda che dobbiamo farci è: a chi giova questo stato di cose?
Il federalismo, in Italia, se si guarda all’origine dei partiti che ne sono stati i principali promotori, non è altro che la malcelata intenzione di mascherare, con la parola federalismo, un intento autonomista e secessionista, basato su ragioni puramente economiche.
Storicamente non esiste nessuna prova che il decentramento di poteri e risorse si traduca (o si sia mai tradotto) in un complessivo miglioramento dei servizi all’interno di uno Stato. Anzi, è vero l’esatto contrario: Ormai, anche nel settore dell’economia pubblica, non si fa altro che cercare di esportare dei concetti presi dall’economia privata. Si parla di competitività, di performance e via dicendo. Se quindi vogliamo importare questi concetti anche all’interno del settore pubblico, non possiamo non convenire sul fatto che anche nell’erogazione dei servizi ai cittadini, solo l’accentramento e la concentrazione possono far realizzare delle economie di scala, esattamente come avviene nelle operazioni di concentrazione delle grandi multinazionali. Solo un sistema centralizzato di servizi può consentire dei considerevoli risparmi di spesa e soprattutto un livello (minimo) standard di prestazioni. La stessa unione Europea (nata come mercato unico) si basa su questo concetto. Eppure, sostenere il federalismo, significa l’esatto contrario.
Quindi qual è l’interesse che si cela dietro la spinta in senso federalista?
La motivazione è essenzialmente una: Le autonomie speciali godono di condizioni di finanziamento, e quindi di un livello di servizi per i propri cittadini, migliore rispetto al resto del paese.
E si tratta di differenze di trattamento molto rilevanti, tanto da aver provocato fenomeni di “migrazioni” non solo di singole persone o famiglie, ma addirittura di intere comunità locali da una regione ad un’altra: come nel caso del comune di Sappada, passato nel 2017 dal Veneto al Friuli Venezia Giulia.
Ma il punto qual è..... non è che il sistema a statuto speciale sia di per se più efficiente.
Le autonomie speciali hanno dei soldi in più, solo perché esistono delle regioni a statuto ordinario che complessivamente sopportano dei sacrifici (vale a dire hanno minori risorse) in modo da consentire ad altre un trattamento diverso.
In Italia vi sono (create nell’immediato secondo dopoguerra) quattro Regioni a statuto speciale e due Province autonome (che danno vita alla 5ª regione), ma è altrettanto fondamentale dire che “le cinque Regioni a statuto speciale italiane [...] erano, al momento della richiesta di autonomia, regioni periferiche (per insularità o prossimità ai confini nazionali), con un’economia debole, e la loro richiesta di forme speciali di autonomia era motivata essenzialmente dalla tutela della propria specifica identità storico/culturale e dalla preoccupazione di emarginazione rispetto al resto dello Stato centrale.
Ma soprattutto va detto che l’autonomia speciale è stata finanziata grazie al “sacrificio” del resto delle regioni a statuto ordinario, attraverso un sistema centrale di redistribuzione della ricchezza.
Il regionalismo differenziato dei giorni nostri nasce in un contesto tutto diverso e, soprattutto, “speculare” rispetto a quello che ha ispirato la previsione della costituzione:
Il regionalismo differenziato dei nostri giorni, infatti, riguarda tre regioni che sono, in termini numerici (soprattutto di ricchezza), dei veri e propri giganti e che da sole generano più del 40% del PIL nazionale.
In altri termini, il regionalismo differenziato ha delle motivazioni e delle implicazioni squisitamente economiche, e per renderci conto di ciò, ci basta leggere il testo dei quesiti referendari che la regione Veneto aveva messo sulle schede per il referendum consultivo per specificare il contenuto concreto delle forme e condizioni particolari di autonomia:
Il quesito n. 2 infatti prevedeva che una percentuale non inferiore all’80% dei tributi pagati annualmente dai cittadini veneti all’amministrazione centrale venisse utilizzata nel territorio regionale in termini di beni e servizi;
Il quesito n. 3) prevedeva che la Regione ritenesse almeno l’80% dei tributi riscossi nel territorio regionale;
Il quesito n. 4) prevedeva che le fonti di finanziamento della Regione non fossero soggette a vincoli di destinazione;
Ed infine il n. 5) che proprio palesemente, chiedeva ai cittadini se avessero voluto che la Regione Veneto diventasse “una regione a statuto speciale”.
Il quesito della legge n. 16/2014 poi era direttamente secessionista, dato che chiedeva ai veneti se volevano che il Veneto diventasse “una Repubblica indipendente e sovrana”.
La Corte Costituzionale ha dichiarato l’illegittimità costituzionale della legge 16 (referendum sull’indipendenza) e della legge 15, relativamente ai quesiti da 2 a 5, consentendo lo svolgimento del referendum solo sul primo quesito (“siano attribuite ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia”).
Il referendum si è poi tenuto il 22.10.2017; ha votato il 57,2% (quindi una percentuale abbastanza rilevante degli aventi diritto) il 98% dei quali (2.273.000 elettori) per il sì. Anche la Lombardia ha fatto la stessa cosa del Veneto, ma i quesiti erano sviluppati in maniera più diplomatica....
Venendo alla situazione più recente:
Vanno segnalate nel febbraio 2018 le pre-intese siglate, sotto il Governo Gentiloni pochi giorni prima delle elezioni politiche, da parte del Sottosegretario di Stato Gianclaudio Bressa (di Belluno)
Governo Lega – M5S: Per dare “sempre più forza al regionalismo” la delega per la materia è stata attribuita al Ministro Erika Stefani (di Vicenza, appartenente alla Lega Nord), la quale nell’autunno ha dichiarato di aver predisposto le bozze delle Intese con le tre regioni. All’esito del Consiglio dei Ministri tenutosi il 21.12.2018 è stata annunciata la firme delle Intese, da sottoporre successivamente al voto parlamentare, per il 15.2.2019.
Ora, l’analisi politica del regionalismo differenziato in Italia, si basa su alcuni punti fermi che devono farci riflettere:
In primo luogo che è una partita che finora è stata giocata quasi sempre da soggetti rappresentati del NORD: prima il Sottosegretario di Stato Gianclaudio Bressa (di Belluno) ed ora il Ministro degli Affari Regionali e delle Autonomie, Erika Stefani, (leghista di Vicenza).
E si tratta di una questione completamente trasversale rispetto alla tipica dialettica dei partiti nazionali destra – sinistra – centro.
Dunque, la questione dell'attuazione dell'art. 116 comma 3, ruota tutto intorno ad un tema centrale: quello della copertura finanziaria e del reperimento delle relative risorse.
Se come territori del SUD dobbiamo necessariamente cercare di far valere un principio fondamentale, se le risorse per attuare questo regionalismo differenziato vengono tolte dalla dotazione (diciamo così) dello Stato centrale la relativa assegnazione deve riguardare anche le altre regioni, soprattutto se si rischia di mettere in crisi anche i livelli minimi essenziali dei servizi.
Se guardiamo infatti il punto 4 dell’accordo, quello che riguarda la copertura finanziaria di queste forme particolari di autonomia, ci rendiamo subito conto di quale sia il vero obbiettivo della riforma:
L’accordo siglato dal Sottosegretario di Stato Bressa, per quanto attiene alle risorse, prevede che esse andranno determinate da un’apposita Commissione paritetica Stato-Regione, sulla base “di fabbisogni standard, che dovranno essere determinati entro un anno dall’approvazione dell’Intesa e che progressivamente, entro cinque anni, dovranno andare nell’ottica del superamento della spesa storica”.
Ora, superare la spesa storica, (a casa mia) significa avere più soldi..... soprattutto se il nuovo parametro di riferimento dovrà essere quello “della popolazione residente e del gettito dei tributi maturato nel territorio regionale in rapporto ai rispettivi valori nazionali, fatti salvi gli attuali livelli di erogazione dei servizi”: in altri termini, le variazioni saranno solo in aumento.
Ora, la domanda nasce spontanea: “da dove vanno presi questi soldi in più”? La risposta a questa domanda si trova facilmente continuando a leggere l’accordo, laddove dice, in maniera un po’ generica, che “Stato e Regione, al fine di consentire una programmazione certa dello sviluppo degli investimenti, potranno determinare congiuntamente modalità per assegnare, anche mediante forme di crediti d’imposta, risorse da attingersi da fondi finalizzati allo sviluppo infrastrutturale del Paese”.
In parole povere, i fondi per lo sviluppo infrastrutturale del Paese, quindi destinati ad investimenti per migliorare la competitività e lo sviluppo nazionale, potranno essere stornati per dare maggiori beni e servizi alle regioni che già ne hanno in abbondanza e comunque di più rispetto al resto del Paese.
E se la cosa dovesse diventare legge, approvata dall’attuale maggioranza giallo-verde, questa, sarà vincolante anche per le maggioranze di governo che verranno in futuro..... poiché, queste ultime, non potranno comunque modificare queste dotazioni per 10 anni dall’approvazione, senza il consenso delle regioni interessate..... consenso che, va da sé, non verrà mai dato!!!!!
L’analisi sin qui fatta, non nasce da una posizione di carattere ideologico o di difesa di un diritto all’assistenza a vita......
Anzi, al contrario, Credo sia giusto prevedere e riconoscere agli amministratori locali un sistema che consenta di far arrivare sul territorio maggiori risorse da destinare a servizi ed investimenti, attraverso un meccanismo premiale che dia il giusto riconoscimento alle migliori e più virtuose performance ............ solo che questo va fatto potenziando e migliorando ad esempio il sistema dell’accesso ai fondi comunitari, o attraverso la valorizzazione in senso economico dell’ambiente e delle risorse naturali.
Tutt’altra cosa è invece attingere a fondi statali come il fondo perequativo (anch’esso di rango costituzionale) o altri fondi statali per investimenti.
Su questo punto va in verità fatta una distinzione nel contenuto delle pre-intese, che credo sia opportuno segnalare, anche al fine di valutare in modo più oggettivo le diverse richieste.
Mentre il Veneto mira, in maniera neanche troppo velata, ad una sorta di autonomia di fatto in funzione della tutela della “identità e della cultura regionale”, la Lombardia, in maniera meno enfatica, punta sulla propria maggiore rilevanza economica, ma entrambe le regioni, di fatto, chiedono un tipo di autonomia che si risolverebbe in una riscrittura dello stesso art. 117, dato che sia il Veneto che la Lombardia, chiedono il trasferimento delle competenze in tutte le 23 materie previste nell’art. 117.
La Regione Emilia Romagna, invece, solo in 9: tutela e sicurezza del lavoro, istruzione tecnica e professionale; internazionalizzazione delle imprese, ricerca scientifica e tecnologica, sostegno all’innovazione; territorio e rigenerazione urbana, ambiente e infrastrutture; tutela della salute.
C’è poi un’altra importante differenza tra la richiesta di Lombardia e Veneto e quella dell’Emilia Romagna, che riguarda il residuo fiscale ossia la differenza tar le tasse raccolte sul territorio e quelle restituite in termini di beni o servizi.
Quello del residuo fiscale è in effetti il tema più spinoso ed il punto su cui Veneto e Lombardia battono maggiormente, e la valenza di questo punto di discussione è squisitamente politica, dato che non esistono indicatori certi che permettano di determinare esattamente il calcolo del residuo fiscale né Lombardia e Veneto hanno mai prodotto degli studi tecnicamente apprezzabili sui reali vantaggi (in termini di efficienza della spesa) che deriverebbero da una gestione decentrata.
Come Regione Calabria, in Commissione delle Regioni prima e in sede di Conferenza Stato Regioni poi, abbiamo preteso di inserire nel documento comune approvato in quella sede, che nella precedente versione era troppo sbilanciato in senso neo federalista, un importante correttivo che ha subordinato la previsione delle “forme particolari di autonomia” ai generali e fondamentali principi di uguaglianza sostanziale, al riconoscimento dei diritti fondamentali della persona (ivi compreso il diritto alla salute), sia come singolo sia nelle formazioni sociali, ed infine alla previsione dell’art. 119 della Costituzione, che subordina la concessione di “risorse aggiuntive ed interventi speciali” al fine di “promuovere lo sviluppo economico, la coesione e la solidarietà sociale, per rimuovere gli squilibri economici e sociali, per favorire l'effettivo esercizio dei diritti della persona,” ovvero “ per provvedere a scopi diversi dal normale esercizio delle loro funzioni”.
Mi spiego meglio..... cioè abbiamo fatto inserire nel documento, il principio che eventuali trattamenti differenziati siano concessi per rimuovere gli squilibri economico sociali e non per fare diventare i ricchi ancora più ricchi....e giocoforza i poveri ancora più poveri.
Rispetto a questa tipologia di interessi ed obbiettivi però, il contenuto degli accordi che dovrebbero diventare legge il prossimo 15 febbraio, si pongono non solo in contrasto, ma vanno addirittura nella direzione opposta.
Lo stesso documento che abbiamo approvato “unitariamente” in sede di Conferenza Stato Regioni, verrebbe completamente disatteso e, diciamo, per quanto lo si possa dire di un documento programmatico, - disapplicato – se le pre-intese del 28 febbraio 2018, venissero approvate con quel contenuto.
Ci sono poi ulteriori criticità che l’approvazione degli accordi con le tre regioni comporterebbe:
- La prima consiste nel fatto che, prima di poter attuare l’articolo 116 della Costituzione, il governo dovrebbe fissare i fabbisogni e i costi standard per garantire i livelli minimi di assistenza su tutto il territorio nazionale;
- La seconda è più rilevante delle criticità, riguarda poi il criterio che si vorrebbe adoperare per la rideterminazione dei fabbisogni standard, perché, a tal fine, è stato richiamato un principio che finora non era mai stato utilizzato: ossia il principio che le risorse nazionali da trasferire per le nuove competenze siano parametrate, dopo un primo anno di transizione (basato sul fabbisogno storico) a fabbisogni standard calcolati tenendo conto anche del gettito fiscale regionale e fatto comunque salvo l’attuale livello dei servizi (cioè prevedendo variazioni solo in aumento).
Il gettito fiscale come discriminante dei fabbisogni rappresenta una novità assoluta ed anche uno snodo cruciale nell’applicazione della riforma, dato che sinora, nei complessi calcoli dei fabbisogni standard per i Comuni, si era fatto riferimento sempre e solo alle caratteristiche territoriali e agli aspetti socio-demografici della popolazione.
Rapportare invece il finanziamento dei servizi al gettito fiscale, significa stabilire un principio diametralmente opposto rispetto ai principi di uguaglianza e parità di trattamento: e cioè che i diritti di cittadinanza, a cominciare da istruzione e salute, possono essere diversi fra i cittadini italiani; maggiori laddove il reddito pro-capite è più alto.
Appare quindi di difficile comprensione come si possano conciliare le richieste di maggiori dotazioni in termini di beni e servizi sui territori con maggior gettito fiscale (anzi, sulle poche regioni che hanno un residuo fiscale attivo) con il principio di carattere generale che tutti i cittadini hanno diritto ad ottenere pari diritti e servizi, indipendentemente dalla regione di appartenenza.
Il dato certo è che per dare attuazione all’art. 116 comma 3, soprattutto nei termini in cui vorrebbero Lombardia e Veneto, si metterebbe definitivamente in crisi tutto l’impianto unitario voluto dalla nostra Costituzione, venendo a creare quella che è stata definita come “la secessione dei ricchi”.
E ciò soprattutto se si guarda il quadro nel suo divenire e si considera che dopo le prime tre regioni che hanno già siglato le pre-intese, ce ne sono altre 7 (vale a dire Campania, Lazio, Liguria, Marche, Piemonte, Toscana ed Umbria) che hanno approvato mozioni, risoluzioni oppure o.d.g. che vanno nella direzione di concordare forme particolari di autonomia;
Il 20 marzo 2018, il Consiglio Regionale della Basilicata ha approvato la risoluzione intitolata "Autonomia Basilicata";
Mentre, in una fase diciamo....del tutto embrionale (dato che non ci sono state approvazioni né in Giunta né in Consiglio) c’è la posizione di Calabria e Puglia.
Se a queste aggiungiamo le 5 regioni già a statuto speciale, ci rendiamo conto che del sistema a statuto ordinario non rimane che il ricordo, degradato da regola ad eccezione: attualmente, infatti, solo Abruzzo e Molise non hanno assunto iniziative in proposito.
In conclusione si può certamente affermare che l’autonomia differenziata regionale, così come su esposta e voluta, può davvero profondamente modificare le modalità di funzionamento dell’Italia e l’Italia stessa, pertanto è davvero necessaria una attenta ed approfondita discussione a cui, sono certa, questo consiglio non si sottrarrà...... tenendo conto delle maggiori criticità e ponendo attenzione sulle modalità di finanziamento delle materie trasferite alle regioni, considerando che in primo luogo siano necessari le determinazioni dei LEP e poi sull’estensione delle materie coinvolte.... che non possono di certo essere della più disparata natura.

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