Mario Congiusta, un padre che ha tentato di cambiare lo sfondo

Dom, 26/08/2018 - 11:00

Negli ultimi tredici anni ho avuto il privilegio di un regolare colloquio con Mario Congiusta. A lui piaceva il modo in cui lo prendevo in giro, un po’ per lo stile farfallino, ancor di più per i cappelli a falda ridotta e per quella claustrofobia che si materializzava nella camminata felpata, dove un piede marcava l’altro impedendo il passaggio di luce e aria tra i polpacci, come se Mario temesse un altro tunnel dietro l’angolo. Io, né guardia né ladro, ero semplicemente uno delle Sbarre, che nella malinconia di Mario rappresentava una sorta di chiringuito, quel molo sidernese de San Blas da cui, sotto la luna crudele e indifferente, che ritorna puntualmente alla stalla e s’indi strafutti, si aspetta per anni, come nei versi del grande poeta spagnolo Antonio Machado, il ritorno del feretro leggero di bagaglio che mai più ritornerà.
E Gianluca non è ritornato, e neppure la giustizia è comparsa all’orizzonte. La giustizia ha lasciato Mario da solo, e Mario, in esilio, ha smesso di sguainare la rubata giovinezza del figlio, il suo talento, che per tanti anni aveva illuso una città fottuta di poter cambiare la direzione dei venti.
La sua lotta ci ha insegnato a non rimpicciolire la bestia immonda, neppure nella statura più bassa dei comparucci, nei loro giubbotti di renna corti, negli anelli sul mignolo, nelle entrate gratis al circo e alle feste, nelle matrici abrase, nel classico “passo dopo”, nei cocktail di gamberi, nelle bottiglie di Veuve Cliquot, nelle Golf turbo ritirate direttamente dalla casa madre tedesca; ce l’ha gridato con estrema sofferenza, quella che gli fuoriusciva dai pori e si invetrava nell’aria diventando sostanza granulare, nonostante lui tentasse di cambiare lo sfondo con un sorriso ironico e un tono pacifico.

Autore: 
Ercole Macrì
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