Monasteracese scopre metodo di studio rivoluzionario per risalire all'età dei reperti

Lun, 29/10/2018 - 20:00

Una ricerca coordinata da Domenico Miriello, originario di Monasterace e docente del Dipartimento di Biologia, Ecologia e Scienze della Terra presso l’Univesità della Calabria, ha portato alla scoperta di un metodo rivoluzionario che permetterà di risalire all’età dei reperti.
Professor Miriello, come sarà possibile datare un reperto?
Vorrei precisare subito che non si tratta di un metodo di datazione assoluta; la strada che abbiamo seguito, sicuramente innovativa e proficua, vale in questo momento soltanto per il sito archeologico di Pompei e potrà essere riprodotta, attraverso studi supplementari, anche in altre importanti realtà storico-archeologiche del mondo. L’idea è che ogni area archeologica che ha conosciuto uno sviluppo architettonico progressivo, avvenuto in epoche differenti, conservi per ogni periodo una sua identità; una sorta di impronta digitale che oggi può essere letta applicando un approccio multi-analitico e multi-disciplinare. Ciò è stato possibile studiando malte di epoche conosciute, prelevate dal sito archeologico. Quello che abbiamo fatto è capire quale fosse il “DNA composizionale” caratteristico per ogni singola epoca; scoprendo, per esempio, tra le altre cose, che è sufficiente studiare la morfologia, lo stato di fratturazione e la composizione chimica di alcuni minerali presenti nelle malte dell’area vesuviana (come i pirosseni), per capire se siamo di fronte a una malta del secondo secolo a.C. o del periodo Borbonico. I risultati sono stati pubblicati sulla rivista Materials Characterization.
Quanti anni di ricerca sono stati necessari?
Il pioniere di questa idea, che noi abbiamo affinato e ricucito sul sito archeologico di Pompei, proprio come si fa per un vestito commissionato ad un sarto, è il Prof. Gino Mirocle Crisci, coautore di questa ricerca e Magnifico Rettore dell’Università della Calabria, che già negli anni ‘90, lavorando sul Castello di Santa Severina e sull’Emiciclo teatro di Sibari, aveva intuito che ciò sarebbe stato possibile per ogni sito archeologico del mondo; infatti, da allora abbiamo pubblicato altri lavori che hanno dimostrato come ciò si potesse fare per singoli edifici architettonici (es. Templo Mayor a Città del Messico; Hagia Sophia a Istanbul). Era solo una questione di tempo dimostrare che la metodologia poteva essere applicata su intere aree archeologiche. Per questo abbiamo studiato, per ben tre anni, i campioni di Pompei, analizzando decine e decine di parametri e osservando ogni singolo campione al microscopio ottico polarizzatore, grazie al quale abbiamo stimato, per la prima volta in assoluto, i rapporti tra frammenti di roccia mono-mineralici e poli-mineralici, nonché il contenuto dei frammenti di cocciopesto (ceramiche frantumate).
La scoperta è frutto dell’integrazione di diverse discipline scientifiche. Da quali esperti era formato il team?
Il lavoro è cofirmato anche da Andrea Bloise, Gino Mirocle Crisci, Raffaella De Luca, Bruno De Nigris, Alberta Martellone, Massimo Osanna, Rossella Pace, Alessandra Pecci e Nicola Ruggieri, ed è il risultato della collaborazione multidisciplinare tra l’Università della Calabria, il laboratorio di ricerche applicate del Parco Archeologico di Pompei, l’Ecole Normale Supérieure di Parigi e l’Università di Barcellona. La forza di questo gruppo sta nella fortissima integrazione tra varie discipline. Tra i membri del team ci sono, infatti, archeologi, geologi, architetti e soprattutto diagnosti; mi lasci dire a tale proposito che proprio la figura del diagnosta, che ci viene invidiata dai centri di ricerca sui Beni Culturali di tutto il mondo, proprio in Italia, non riesce a trovare una collocazione lavorativa. Ce ne dovrebbe essere uno per ogni museo e in ogni Soprintendenza. È paradossale che in Italia, dove esiste la maggiore concentrazione di Beni Culturali del mondo, questa figura non venga riconosciuta professionalmente dallo Stato. In Italia si stanno addirittura chiudendo i Corsi di Laurea in cui si diventa diagnosti; molti giovani laureati sono costretti a emigrare all’estero in centri di ricerca che fanno capo a importantissime realtà internazionali come il Getty Museum di Los Angeles o il Metropolitan Museum di New York. È come se a un certo punto, in Italia, si scegliesse di chiudere tutte le facoltà di medicina a ridosso di una pandemia. Sì, perché i diagnosti sono i medici dei Beni Culturali e i Beni Culturali sono malati cronici che necessitano di cure continue.
Per un restauratore quanto è importante capire l’età di un reperto?
Ogni epoca storica è caratterizzata dall’utilizzo di tecniche e materiali diversi; per un restauratore conoscere il periodo storico di un manufatto, i materiali che lo compongono e la tecnica utilizzata per realizzarlo, è fondamentale per eseguire un restauro funzionale con materiali compatibili.
In che modo questa scoperta riscriverà le regole delle procedure di studio utilizzate dagli esperti di beni culturali?
A Pompei, grazie ai nostri studi, sono già disponibili protocolli e linee guida che vengono suggeriti a tutti gli operatori che si trovano, per motivi di studio o di lavoro, ad aver a che fare con le malte e gli intonaci del sito.
Quanto questa scoperta permetterà di andare indietro nel tempo?
Non ci sono teoricamente limiti temporali, ma tutto dipende da che epoca, in una determinata area, le maestranze hanno cominciato a usare le malte.
L’età di quali beni archeologici e architettonici presenti in Calabria potrebbe finalmente svelare questa ricerca?
Il metodo non è applicabile nell’immediato a ogni area archeologica del mondo ma, proprio come per il caso di Pompei, è necessario per ogni sito archeologico un periodo di studio di almeno tre anni, prima di poter raggiungere gli stessi risultati che abbiamo ottenuto in Campania. Un approccio del genere potrebbe essere applicato in tutte le aree archeologiche e su tutti i principali edifici storici della Regione in cui siano presenti le malte.

Autore: 
Maria Giovanna Cogliandro
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