Nella Locride il papavero giallo e viola

Dom, 09/06/2019 - 18:00

Papaveri e papere? No! Solo papaveri. Distese infinite. Colore in abbondanza. A primeggiare il rosso. Rosso intenso. E nonostante l’uomo faccia di tutto per sopprimere questi doni della natura, esemplari di papaveri di colore diverso dal rosso fioriscono sul nostro litorale. Papaveri gialli e papaveri viola. Una primizia? Forse no. Solo una ennesima conferma della salubrità del nostro territorio. Del microclima esistente nella Locride, che dà la gioia di poter godere, chissà per quanto ancora, anche di papaveri dal colore giallo e viola. Come quelli fioriti sulla spiaggia di Caulonia e nell’entroterra del litorale ionico.
Per gli esperti, questi due generi di piante erbacee, con questi particolarissimi colori, sono a tutti i costi da difendere. Da preservare dall’azione devastatrice dell’uomo.
 “Il bellissimo papavero giallo (Glaucium flavum Crantz) detto cornuto per la caratteristica forma allungata del suo frutto, - dice Marò D’Agostino architetto, paesaggista e esperta in erbe e piante, creatrice della Casa delle Erbe e delle AgriCulture ad Antonimina e presidente dell’omonimo Circolo culturale - attecchisce bene sulle dune e sulle coste sabbiose ciottolose; quindi i nostri litorali ne sono l’ambiente ideale. Negli ultimi decenni, però, è diventata consuetudine l’insana opera di spianare il terreno con le ruspe. Tratti estesi dell’habitat naturale costiero della Locride, – afferma Marò - quello salvato dagli interventi di trasformazione dell'ambiente naturale da parte del genere umano, per far posto ad un numero spropositato -rispetto alla domanda e alla durata del flusso- di strutture balneari, ovvero per ripulire e rendere più”ordinate” le spiagge per l’agio dei turisti ferragostani e dei frequentatori di movide, di fatto ignora ogni conoscenza e rispetto di quella vegetazione amante degli ambienti sabbiosi. Questo è un dono prezioso che la natura e il clima hanno fatto al nostro territorio e come tale andrebbe protetto e tutelato”.
Un antico e atavico problema che ancora miete vittime in natura e che l’essere umano forse non risolverà mai.
“Il papavero delle sabbie, come quello trovato sulla spiaggia di Caulonia, che qui cresceva copioso quasi come in Sardegna, ora corre dei rischi. Ma ancora – dice Marò - facciamo in tempo a salvarlo dall’estinzione dai nostri litorali. Il ritrovamento su quella spiaggia ne è una preziosa testimonianza”.
Ancora più a rischio è il papavero setoloso (Papaver setigerum), dai petali rosei o violacei, quasi sparito dalle coste e che per fortuna è ancora possibile, pur se di rado, ammirarlo nell’entroterra. Fiorisce fino a 600 metri sul livello del mare. Anche di questo, giorni orsono sono stati fotografati degli esemplari.
“La fioritura del papavero setoloso è di circa un mese più precoce rispetto a quello delle sabbie, che inizia a maggio per protrarsi sino a settembre inoltrato, ma cessa già in giugno. Questi tipi di papavero (contrariamente al papavero comune, quello rosso) sono della specie officinale tossica.  Hanno la caratteristica di essere forniti di lattice. Nella medicina popolare – continua Marò D’Agostino - e in erboristeria le foglie del papavero cornuto si utilizzano come broncodilatatore e per le proprietà antinfiammatorie e sedative della tosse. Ha una decisa azione antitumorale ed antibatterica e viene usato per la produzione di creme e lozioni per la cura della pelle. Il principio attivo della pianta è la "glaucina" che, se assunta senza controllo medico, può generare effetti allucinogeni, vomito e tachicardia. Il papavero setoloso e quello sonnifero nel loro lattice (oppio, ahi-phena che significa schiuma velenosa) contengono la “morfina”, alcaloide tossico con proprietà narcotico-stupefacenti, utile in medicina come potente analgesico per il trattamento del dolore acuto e cronico, ma estremamente pericoloso in caso d’assunzione incontrollata”.
Negli usi e nei costumi delle tradizioni antiche, sembra che con esso si preparava il cosiddetto vino dei morti.  Bevanda che serviva a stordire e ad attenuare i grossi dispiaceri.
Aria pura, assenza totale di insediamenti industriali, agricoltura con piccoli appezzamenti di terreno, sole e temperature miti tutto l’anno rendono quest’area della Locride unica al mondo. Culla ideale per alcune specie di fiori, introvabili forse, al di fuori del contesto del micro-clima che questo territorio offre all’Uomo e alla Natura. I due papaveri trovati sul litorale fanno parte delle circa 125 specie che sino ad ora si sono catalogate. Normalmente il papavero tende ad autoseminarsi. Aziende specializzate lo coltivano. Viene utilizzato per ornamento o per le molteplici proprietà terapeutiche. È molto diffuso in Europa e in Asia. Per scopo ornamentale si iniziò a coltivarlo già in Mesopotamia, presso i Greci, invece, questo fiore era consacrato alla dea Demetra ed era considerato un simbolo di prosperità e di messi generose. In seguito, nella seconda metà del Settecento, il papavero venne ibridato, specialmente in Gran Bretagna, per dar vita a molte specie ornamentali che particolarmente in Calabria, su entrambi i litorali ha trovato il perfetto contesto ambientale. Nella mitologia si narra che fosse il fiore della consolazione. La pianta fiorisce da maggio a luglio. La raccolta si effettua nelle prime ore del mattino quando i fiori sono ben aperti. In genere si raccolgono i petali durante la fioritura e le capsule quando sono ancora verdi e prive di semi. Tra aprile e luglio, particolarmente in Calabria, la natura offre le sue migliori manifestazioni. I due esemplari ritrovati sono un tangibile esempio. In ogni angolo è uno incedere sempre più di colori e profumi. Un connubio del quale l’Uomo raramente sa godere. Ogni essere dovrebbe “staccare la spina”. Fermarsi. Uscire dal caos cittadino e saper godere delle bellezze naturali. Maggio è, oltre che per il papavero, per eccellenza il mese delle rose. Primeggiano su tutti gli altri fiori. La loro breve vita è intensa, come il profumo che emanano.
“Sempre più – afferma Marò D’Agostino - si stanno recuperando proprio nella Locride, i valori reali del paesaggio”.
Nei pressi di Antonimina, di anno in anno e di attività in attività si sta implementando una delle prime Case delle Erbe italiane, la Casa della Foresta, una casa che Marò, fondatrice e presidente dell’omonimo circolo culturale, ha battezzato “Casa delle Erbe e delle AgriCulture”: “Se intendiamo realmente ricollegarci alla terra, dobbiamo cambiare la nostra percezione e il nostro modo di relazionarci. La Casa delle Erbe della Locride si è sviluppata da un progetto da me ideato tanti anni fa e realizzato con l’aiuto di Maria Sonia Baldoni, la sibilla delle erbe, coordinatrice del movimento delle Case delle Erbe, che l’ha proclamata tale nel 2017.
Nelle realtà locali – conclude Marò - che si sono attivate con varie modalità ed energie con la presa di coscienza, che è proprio delle realtà territoriali, si può imbastire un modo più soddisfacente di abitare, di relazionarsi, e perfino inglobare prospettive occupazionali ed economiche”.
L’augurio è che l’essere umano si fermi un po' a riflettere sulla sua quotidianità. Riesca a trovare il tempo per pensare a come non distruggere ulteriormente la natura.

Autore: 
Pasquale Muià
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