Nerello di Caraffa del Bianco

Lun, 08/04/2019 - 19:00
I Frutti Dimenticati

Alla fine degli anni 80 del novecento, iniziai il percorso che mi avrebbe portato a salvare più di trecento viti di alcune enclaves marginali e non della provincia di Reggio e di qualcuna della provincia di Catanzaro.
Allora sarebbe stato possibile salvare dalla scomparsa definitiva di migliaia di viti che rappresentavano il retaggio dei greci, dei romani e dei bizantini e di chissà quanti altri popoli in fuga dalle tragedie dei loro paesi di origine.
Dell’arrivo di profughi dall’Egitto abbiamo tante prove, tra cui la testimonianza cancellata della chiesa copta di Santa Maria Egiziaca a Gerace o delle numerose chiese in Calabria dedicate a Santa Caterina d’Alessandria (d’Egitto naturalmente), mentre la prova riferita alla viticoltura è rappresentata, non solo in Calabria, della diffusione del Moscato d’Alessandria (zibibbo).
Dei siriani in fuga dalla loro terra, abbiamo la prova nel nobile Codice Purpureo di Rossano e poi nella definizione del baco da sete, in buona parte della provincia di Catanzaro, denominato appunto “sirico”, ossia proveniente dalla Siria.
Certamente tantissime varietà di viti che costituivano il ricchissimo patrimonio calabrese, erano frutto della domesticazione delle viti silvestri di cui era ricca La Calabria.
Esse amavano le aree ripariali e spesso s’inerpicavano sui pioppi delle nostre fiumare ed offrivano i loro grappoli agli uccelli in quanto erano praticamente irraggiungibili.
Persino le macchie mediterranee, specie quelle orientate a nord, quindi più umide, erano dotate d’ingenti quantità di viti silvestri e spesso in esse, sono riscontrabili dei palmenti rupestri, che indicano che nell’antichità venivano vinificate le uve proprio di esse.
Fino alla fine degli anni 90 del 900, i pioppi della destra idrografica dell’Allaro, la più importante delle tre fiumare di Caulonia, erano abbelliti da centinaia di viti silvestri che producevano uve bianche e nere che si inerpicavano fino alla cima delle piante, per un tratto di circa due chilometri, ma successivamente un incendio furibondo incenerì le viti assieme al loro sostegno vivo, ossia i pioppi.
Nella prima decade degli anni 2000 il professore Attilio Scienza, ordinario di Scienze Arboree della statale di Milano, diede l’incarico ad una sua ricercatrice, la dott. essa Barbara Biagini, che adesso vive in Calabria, di censire il numero più alto possibile di viti silvestri in tutta Italia ed allora ella esplorò anche la Calabria e per Caulonia seguì le indicazioni di Santo Strati sulle viti silvestri  che impreziosivano la parte finale della destra idrografica dell’Allaro; l’incendio ne aveva però ridotto drasticamente il numero.
Infatti, la dottoressa Biagini aveva censito solo quattro.
Per quanto riguarda il nerello di Caraffa, che ormai non abbellisce più neppure i vigneti ormai poco numerosi del suo territorio d’origine, personalmente l’avevo prelevato in un vigneto marginale della contrada Badie di Caraffa, alla fine degli anni 80 del 900, assieme alla pizzuta nera che era stata persa nel comune di Ferruzzano, dove tentavo di costituire un campo di conservazione di viti.
Non possiamo sapere ancora a quale tipo di uva esso corrisponde o se possiede un profilo molecolare unico, fino a quando di esso non sarà estratto il DNA.
Fatto sta che nell’agosto del 2002 il prof. Attilio Scienza della statale di Milano, visitando una mia piccola vigna dove avevo immesso alcune varietà di viti in estinzione del nostro territorio e facendo le prove sensoriali delle uve del nerello di Caraffa (si tratta semplicemente di masticare con attenzione degli acini di uva, badando anche a schiacciare i vinaccioli, per sentire gli aromi e le sensazioni che si provano; di tali prove si possono effettuare solo sette otto al giorno, in quanto il palato può rimanere impegnato dalle sensazioni degli acini delle uve precedentemente assaggiate) .
Risultò in assoluto, il nerello dalle migliori qualità delle sette varietà di cui aveva fatto le prove sensoriali.
Il suo grappolo è molto elegante e si propone con una forma conica piramidale, con gli acini quasi omogenei che si presentano con regolarità, perfettamente sferici e ricchi di pruina (la pruina è la patina biancastra che ricopre gli acini ed è sinonimo di qualità).
Il peduncolo, legnoso, abbastanza sviluppato scende in diagonale per buona parte, per poi disporsi in verticale nella parte finale.
Di tale varietà possiedo solo cinque viti in tutto e bisognerebbe verificare se negli ultimi vigneti marginali di Caraffa, esistano altri esemplari.

Autore: 
Orlando Sculli
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