Non solo negoziante…

Dom, 10/02/2019 - 17:00

Una combinazione di tradizione e di modernità, una mescolanza di industriosità e di prudenza, una fusione di abilità e di scaltrezza, avverate in un uomo che rappresentava il paradigma del negoziante di successo. L'evoluzione calabrese in genere si misura sulla intraprendenza di caratteri all'apparenza semplici, come quello del commerciante Ciccio Diano, congedatosi per sempre dal suo esercizio un mese fa, sulla soglia dei novant'anni, in una naturale uscita di scena. Ne scriviamo non soltanto per vecchia amicizia, poiché la sua figura rappresentava un modello esemplare di self-made man che ha lasciato una impronta nella nostra città.
Era nato a Siderno il 18 settembre del 1929, giorno antecedente la luna piena. La sua famiglia numerosa era originaria di contrada Arona.
Un giorno ci raccontò alcuni episodi gustosi dei suoi anni adolescenziali, trascorsi aiutando il padre nella bottega di vino e girandolando con i suoi compagni di birichinate alla scoperta del paese e sulla spiaggia fra i pescatori. Si era divertito a far arrabbiare il possidente Giovanni Albanese appoggiandosi con le scarpe agli sbalzi del lindo muro di cinta della sua villa tardo-liberty: il proprietario, geloso della sua magione, agitava il bastone da passeggio per scacciare il piccolo profanatore in "sosta abusiva".
Nel 1951, quando aveva superato da poco i vent'anni, Ciccio Diano prese in fitto un magazzino del Palazzo Caridi sul Corso Vittorio Emanuele II, poi Corso della Repubblica, per commerciare in calzature, cogliendo al volo il suggerimento di uno zio paterno. Diano ricordava sorridendo l'anziana proprietaria dell'immobile che ogni mese batteva tre colpi sul pavimento dell'appartamento sovrastante, per rammentargli il giorno di scadenza del pagamento della locazione. Non si era più mosso da quel posto, lasciando intatta l'antica porta di legno dell'ingresso e tenendo pressoché modesti gli arredi: un locale senza sfarzo per non mettere in soggezione i clienti. In un angolo un angusto tavolino, per scrittoio e per cassa. (Per la quantità di merce trattata, molti anni più tardi il negozio si è dotato nelle vicinanze di due depositi accessori.)
Era molto oculato nei suoi affari, sicché non temette gli assalti della concorrenza né le fasi di recessione. Patì una grande afflizione per la morte del figlio Filippo, al quale aveva trasmesso la sapienza del mestiere e alla cui memoria dedicò una manifestazione podistica molto partecipata dai ragazzini.
Benché avesse passato ormai le consegne alla estrosa e dinamica figlia Teresa, continuava a recarsi ogni giorno in negozio, spesso con l'adorata moglie Raffaella Staibano, per accogliere acquirenti e visitatori.
Aveva un modo sublime di trasformare una banale vendita di un paio di scarpe in un'arte di relazione. Possedeva altresì una inclinazione naturale ad interessarsi delle situazioni di amici e conoscenti, addirittura fino a commuoversi per le loro sfortune o a gioire per i loro successi. Quanta formalità e quanta sincerità ci fosse nel suo porgere, non si sa: in entrambi i casi era molto apprezzato il suo interessamento. Autodidatta, si esprimeva con giudizi equilibrati e con ironia (la stessa attitudine ha il figlio Antonio, apprezzato veterinario), alternando serie riflessioni a canzonature, sicché parlare con lui di personaggi, situazioni, usi e costumi locali, era uno spasso. Una volta, conversando, cedette alla debolezza di vantarsi per la sua carta di credito con plafond illimitato. Un altro raro esempio della sua vanità di longevo: il numero 1 inglobato nella D della rinnovata insegna del negozio, per rivendicare la primazia rispetto ai concorrenti. Era diventato ricco con il suo tocco geniale di proposta che fidelizzava la clientela media, anche forestiera. Viveva agiato ma senza eccessi. Forte della sua solida reputazione, trattò senza intermediari con alcuni rinomati calzaturifici che lo annoveravano appunto tra i migliori venditori. Utilizzò il suo nome e cognome in ogni forma di pubblicità, nella promozione dei marchi, nella sponsorizzazione di eventi sportivi e sociali, diffondendo fuori del paese la sua straordinaria réclame. Memorabile la sua presentazione in uno spazio pubblicitario televisivo di una calzatura per i "piedi a pagnottella". La sua tecnica di offerta non aveva avuto bisogno di studi per risultare efficace, perché le sue intuizioni avevano precorso le strategie della moderna marchetistica e della comunicazione d'impresa.
Per il resto, rimangono proverbiali le sue passioni per la barca da pesca e per il calcio (nelle stagioni gloriose dell'Inter finanziò e diresse uno dei più dinamici club di tifosi), e l'impegno generoso verso le iniziative solidali.
Fino a pochi anni fa Ciccio Diano coltivava ancora l'abitudine salutista per le svelte passeggiate all'alba sul lungomare, rimirando il pèlago. Adesso anche il suono della risacca spande mestizia per la sua assenza.

Autore: 
F.D.C.
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