Pero di S. Anna

Lun, 31/07/2017 - 18:35
I frutti dimenticati

Agli inizi degli anni 80 del 900, lo scrivente ebbe la fortuna d’incontrare a Bova Marina Bruno Casile, l’ultimo degli ellenofoni veri  di Bova ,nel senso che  denominava con la lingua  degli antenati persino il respiro delle piante. Egli aveva  abitato  sin dalla nascita a  Cavalli , contrada impervia e isolatissima ai piedi dei Campi, incassata tra Licofosso ( la valle del lupo ) e Vardar, con sullo sfondo la cima del monte   Cerasìa.
Tutto attorno sapeva di vicende del passato legate a mondi lontani , tra cui la fuga di abitanti dall’isola di kasos, per cui il cognome Casile tanto presente a Bova, ma ancora più significativo il toponimo Vardar , che ricorda il fiume Vardar, che nasce dai monti della repubblica della Macedonia, ne attraversa il territorio e poi si butta nell’Egeo dopo aver attraversato, nell’ultima sua parte, il territorio greco.
Egli aveva dedicato tutta la sua vita alla salvaguardia della lingua degli antenati e cercava in tutti i modi di perpetuarla, ma non aveva capito che ogni cosa, ogni essenza vegetale, ogni strumento,  in ogni contesto geografico deve essere funzionale, altrimenti muore.
E così nella memoria della gente stava morendo il nome di ogni cosa, di ogni pianta, di ogni insetto, di ogni animale, di ogni strumento, per cui stava morendo la lingua poco alla volta.
Cercava le tracce sulla  sua terra, esplorava gli anfratti, le grotte per poter definire meglio il passato ed aveva avuto anche fortuna in questa ricerca, perché aveva trovato un tesoretto di monete bizantine che non tenne per  sé oppure in una gotta alcune asce del neolitico  che consegnò ad un museo locale.
Si recava al  suo lavoro di operaio  forestale, a piedi,  seguendo un viottolo che s’inerpicava verso i Campi di  Bova nel costone verso Vardar  ed aveva esplorato tutta la pianura dei Campi stessi , trovando qualche  manufatto emergente sull’altura che sovrastava Pedimpiso , San Salvatore,  ipotizzando che lì ci poteva essere qualcosa d’importante dal punto di vista archeologico.
Aveva comunicato le sue impressioni ai suoi amici che in seguito avrebbero indirizzato gli archeologi, John Robbe dell’università di Cambridge  e Lin Foxhall dell’università di Leicester a scavare in quel punto, dove emerse una fortezza reggina  che era stata costruita per difendere il territorio della città calcidese dello stretto contro le mire espansioniste dell’achea Locri Epizephiri.
Al ritorno  dal suo  lavoro di operaio  forestale , che assolveva con assoluta onestà, spronando gli altri a fare altrettanto, egli si dedicava al lavoro di agricoltore, cercando di mantenere nel suo campo il germoplasma avuto in eredità dagli antenati.
Aveva omesso , solo verso la metà degli anni 70, di coltivare il Triminì, il grano strategico delle annate piovose, ma  fino all’ultimo, assieme alla sorella Giuseppa ed al cognato aveva coltivato la bellissima melenzana di Bova, candida come la neve, ora estinta e  fino all’ultimo anno della sua esistenza nel 1996, la lenticchia nera di Bova, che in effetti era la Vicia Ersilia.
Manteneva in vita i ciliegi che producevano frutti neri a forma di cuore, i meli di Xjarvu i cui frutti servivano a profumare  il corredo delle spose e gli abitini dei bambini, le figure più preziose della comunità, i meli di Grasta  che maturavano i frutti ai primi di giugno, forse le mele cidonie dell’antichità,  tante varietà di fichi, tra cui le Bifare bianche e quelle nere, numerose  varietà di peri, tra cui i Basilicuzzi, le Filippariche, Le Lisciandruni, le Tampanariche, le Romane, che nel significato delle tradizione indicavano una varietà tipicamente bizantina, che egli aveva riscontrato nelle campagne della città di Heraclion, a Creta, la sua meta preferita, nella madrepatria perduta.
Sopra la vigna il  piccolo castagneto era costituito da  castagni da frutto i cui innesti  erano stati portati  nell’800 dalla Marinella , contrada all’incrocio dei comuni di Bova, Staiti e Palizzi, in area demaniale, dove esistevano castagni  enormi, dal tronca cavo, dove la notte dormivano coloro che vi si recavano per la raccolta delle castagne, che erano molto grandi e “ mundalori “, ossia con facilità venivano private delle pellicina interna che le ricopriva.
Numerose erano le varietà di viti che impreziosivano la sua vigna, tra cui il Castiglione, la Lacrima , la Nucillarica ecc.
Non lontano dalla casa, vicino ad un pianoro , nei pressi del quale da un masso sgorgava una piccola sorgente o “pigàdi” c’erano due piante di pero rigogliose della varietà S. Anna.
Il  nome  derivava dalla  particolarità che i frutti giungono  a maturazione il giorno 26 di luglio, la ricorrenza di S. Anna.
Naturalmente questo non significa che le pere maturano  tutte in quel giorno, ma gradualmente a partire dai giorni gravitanti a quella data fissa.
I frutti sono scarsamente soggetti a malattie,  molto eleganti , poco affusolati, quasi  rotondeggianti, dal peduncolo non molto lungo e dal colore giallo intenso a maturazione; la pasta è gialla, soda, compatta, succosa e leggermente acidula.

Autore: 
Orlando Sculli e Antonino Sigilli
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