Pero di S. Vito o maiatico

Mar, 25/06/2019 - 11:40
I Frutti dimenticati

Pochi giorni addietro, su sollecitazione di Totò Pellegrino, presidente dell’associazione escursionistica Gente in Aspromonte, e di Santino Panzera mi recai a visitare nel comune di Ciminà tre palmenti ossia vasche di vinificazione scavati nella roccia.
Eravamo invitati da due cugini, Pasquale Polifroni e Filippo Zucco, che da anni si battono, assieme ad altri cittadini per lo sviluppo della loro comunità, basando la loro attività imprenditoriale sui piccoli frutti, condotta in maniera altamente professionale, immettendo sul mercato nazionale ed internazionale prodotti biologici  che derivano dall’assoluto utilizzo di prodotti naturali e dall’uso solo di insetti antagonisti nella lotta antiparassitaria; sono collegati assieme ad altri produttori ad una società del Trentino, leader nel settore che specie d’inverno commercializza i piccoli frutti nei paesi della C.E.E.
Ciminà da anni cerca una propria strada per il suo sviluppo economico e sociale puntando sull’estrema serietà della sua popolazione e su alcuni prodotti d’eccellenza e tra di essi spicca il caciocavallo, che onora la Calabria per la sua altissima qualità e che è tutelato da Slow Food; esso è prodotto con il latte dell’antica razza bovina della Podolica e ha trovato sbocco commerciale in tante parti d’Italia e all’estero.
Fummo accolti con cordialità da Filippo che intende puntare in prospettiva sui piccoli frutti e da Pasquale che avrebbe potuto avere successo nella vita altrove, grazie alla sua laurea, ma legatissimo al territorio, come del resto il cugino, vuole scommettere sul vino in maniera professionale in futuro dopo aver impiantato per il momento due ettari di vigna.
Egli da alcuni anni osserva un campetto sperimentale, utilizzando le tecniche d’avanguardia nell’allevamento della vite e spera nel vino per Ciminà, considerando che ci sono delle testimonianze fisiche su un passato vinicolo dell’area rappresentate dai palmenti, di conseguenza già si è preparato organizzando la cantina in tutto il piano terra della sua abitazione, divisa nell’area di vinificazione ed addirittura in un settore d’accoglienza per i visitatori.
All’arrivo cominciammo a visitare il primo palmento in contrada Vignale, ricadente nella proprietà di Filippo che l’ha salvato dalla ruspa che operava sul terreno circostante.
Esso è d’ispirazione romana considerando che è fornito di “consu” (strettoia in greco di Calabria) ossia dalle due scanalature ricavate nel “buttiscu” (da vuttizo, gocciolare, in greco di Calabria; il termine però è di origine latina) dentro cui veniva calata la “forata”, un tavolone dotato di fori, da cui defluiva il mosto durante la premitura.
Un’altra prova che il manufatto sia d’origine romana è costituita da un intervento con la pozzolana (la calce insuperabile usata dai romani appunto), usata per restringere il foro di comunicazione tra il “buttiscu” e il “pinaci” (greco scodella), la seconda vasca più piccola dentro cui defluiva il mosto dopo la pigiatura, fornito anche di “ fundellu”, la minuscola cavità che serviva a prelevare fino alla fine il mosto.
Non molto distante dal primo palmento intatto, nella stessa proprietà di Pasquale esiste un secondo da scavare, vicino a una quercia e di fronte a un pero in estinzione denominato “Muzzica e mbivi”, a cui da anni davo la caccia su invito di Sebastiano Strangio di San Luca, a cui lo ricordava la madre.
Un solo esemplare esiste nel comune di Ardore in contrada Notaro nella proprietà di Natalino Zuccalà, che è stato danneggiato da un incendio, mentre un altro è stato divorato da un incendio in contrada Potito dello stesso comune di Ardore; le pere prodotte sono di media pezzatura e maturano ai primi di agosto.
La nostra indagine condotta sul crepuscolo è proseguita in contrada Santa Marina, sempre nel comune di Ciminà, nella proprietà Dattilo-Zucco, appartenente al dott. Dattilo, per visitare un terzo palmento.
Per potere accedere al campo recintato siamo passati attraverso l’azienda Siciliano che produce un ottimo caciocavallo e ci siamo trovati di fronte ad un palmento monumentale, inserito in un contesto fantastico con alle spalle il Tre Pizzi, il vulcano spento da millenni.
Esso sorge in un terreno sciolto molto adatto alla viticoltura, sopra un imponente masso di arenaria e per potere accedere sulla sommità siamo passati attraverso una scalinata predisposta con muri a secco dal dott. Dattilo che ha voluto “onorare “ con tale azione un palmento spettacolare ed insolito costituito da un “buttiscu” di forma circolare, profondo circa un metro e mezzo, dal diametro di circa un metro.
Il manufatto è “firmato” da una bella e notevole croce giustinianea, formata da una croce greca poggiante su una sfera, che indicava la prevalenza del potere spirituale della chiesa greco-ortodossa sul potere temporale, costituito dall’imperatore di Costantinopoli.
In cima alla roccia c’è una depressione ricoperta di terra che costituiva l’area dove veniva calcata l’uva prima che fosse scavato il palmento.
Ai margini della roccia ci sono delle buche poco profonde atte a ricevere dei pali per una copertura mobile al tempo della vendemmia o addirittura sono i segni di una capanna del neolitico.
A qualche centinaio di metri dal palmento avevo adocchiato un pero, denominato a Ferruzzano generalmente “maiatico”, che produce invece dei frutti a grappoli piccoli e tondeggianti dal peduncolo lungo, maturi ai primi di giugno.
Esso ormai è in via di estinzione e rappresentava nel passato la gioia dei piccoli monelli che davano la caccia ai suoi frutti al tempo della mietitura.
Bisogna conoscere il tempo dell’uso dei frutti, in quanto se essi sono raccolti quando sono di un giallo carico sono sciapi, mentre sono eccellenti quando appena virano a tale colore.
Nell’area di Ferruzzano venivano definiti “maiatici” ma il vero nome l’ha rivelato Totò Pellegrino in quanto a Careri vengono chiamati S. Vito e infatti essi arrivano a maturazione a ridosso della ricorrenza religiosa dedicata a S.Vito che ricade il 15 giugno.

Autore: 
Orlando Sculli
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