Pero garofano e cannella di Motticella

Lun, 09/07/2018 - 19:40
I frutti dimenticati

Il mese di giugno esordisce elargendo a piene mani tanti varietà di frutti, fra cui le pere che caratterizzano la fine della primavera, considerate nel passato un dono prelibato della natura: i frutti del pero Garofano e Cannella.
Solo che ogni territorio propone piccolissime pere, consimili, con nomi diversi che si contraddicono e di conseguenza si resta confusi e per niente convinti di quello che si sente raccontare.
Nei primissimi giorni del giugno 2018  ricevetti una foto scattata da Silvana Pizzata di Motticella di Bruzzano, inviatami però da Massimo Vigilante suo compaesano che rappresentava delle pere “maiatiche”.
Mi recai immediatamente a Motticella e, accompagnato da Orsolina Dieni, madre di Massimo, cercai di identificare le piante delle pere precoci e dopo aver visionato delle piante dentro il paese andammo a trovare Paolo Tedesco, zio di Silvana, che dopo una lunga permanenza a Torino volle ritornare nel suo paese d’origine per due motivi: badare alla madre e curare un podere ereditato dal padre.
Lo sorprendemmo mentre irrigava i fagioli “pasta“ che i “santopetroti” di Casalnuovo d’Africo coltivavano usualmente fino a qualche decennio addietro.
Casalnuovo, casale di Bruzzano, fino alle leggi eversive della feudalità, varate da Giuseppe Bonaparte, fratello di Napoleone, nell’agosto del 1806, accolse nel 1468 dei profughi albanesi, dopo la morte di Skanderbeg che morì durante l’assedio di Kruja occupata dai turchi e al tempo di Ferdinando I d’Aragona; essa fu l’unica colonia albanese in provincia di Reggio.
Tracce dell’arrivo di albanesi in provincia di Reggio vi sono a Gioiosa Marina nel cognome Musacchio e a San Giovanni di Sambatello nel cognome Araniti; infatti, sia i Musacchio che gli Araniti erano principi dell’Arbanon, regione dell’Albania prima della conquista turca; addirittura un Musacchio fu sempre accanto a Skanderbeg nella sua lotta contro i turchi.
Paolo mi fece vedere i suoi gioielli costituiti da peri, fichi, ulivi e specialmente viti, tra cui la Bianca del Pozzo, che suo padre aveva recuperato in una vecchia vigna  vicino al sito dove fino alla fine degli anni '20 del 900 sorgeva una chiesetta bizantina con abside affrescata, dedicata a S.Nicola del Prato che fu demolita dalle autorità fasciste per recuperare le pietre utili per costruire un casello della forestale.
Le uve di tale vite erano usate frammiste a quelle dei nerelli e delle inzolie perché in miscela con esse davano stabilità al vino che sarebbe stato prodotto.
Poi mi fece notare una vite d’inzolia dalle foglie molto grandi e pubescenti, naturalmente una serie di Nerelli e poi di Bagnarote dal classico peduncolo a seggiola.
Passò poi a farmi vedere i fichi, dai Dottati ai Fichi Melenzana o Schiavi, per passare in rassegna infine le varietà di peri, alcuni privi di frutti perché ormai terminati, già nella prima decade di Giugno, tra cui le "Maiatiche",  poi mi mostrò il Pero Pumu, il Moscatello di Motticella diverso da tutti gli altri, perché esso matura a giugno i suoi frutti eleganti e saporiti, caratterizzati da un giallo smagliante, mentre altrove maturano a luglio o ad agosto.
Ad un certo punto arrivammo di fronte a un albero quasi privo di frutti perché erano stati colti il giorno prima però nelle cime più alte furono recuperate alcune pere che Paolo definì Garofano e Cannella, le mitiche, denominate in tali termini perché a maturazione emanano un aroma che si accentua in bocca, che sa effettivamente di cannella, mentre effondono un profumo delizioso che si diffondeva negli ambienti in cui venivano riposte, specie nei bassi (catoi) freschi, che comunicavano con l’esterno solo con minuscole finestre, generalmente socchiuse, protette all’esterno da una grata che in basso e al centro era dotata di una gattaiola ossia un’apertura ricurva a forma semiellittica, attraverso cui entravano i gatti che davano la caccia ai topi che erano attratti dalle provviste custodite dentro.
Scegliemmo una manciata di piccole pere e prima di fotografarle, riposte su una piccola roccia di arenaria, volli misurarle con un metro che mi ero portato dietro.
Lo spessore di ognuna era di 1,6 centimetri, la lunghezza due e il peduncolo apparve spropositato rispetto al piccolo frutto stesso; risultò lungo quattro centimetri.
Una parte delle piccole pere erano rosseggianti nella parte orientata verso il sole per buona parte della giornata e notammo, mangiandone alcune, che nemmeno una era stata punta dalla mosca della frutta.
Essa è presente nelle aree circonvicine come Bruzzano, Staiti, Brancaleone e Ferruzzano, dove sono denominate in modo analogo, mentre in qualche altra area sono chiamate Moscarelle.
Prima di salutarci Paolo mi fece dono di alcuni semi del fagiolo Pasta di Casalnuovo e io lo ricambiai con altri, tra cui alcuni semi di Lab-Lab Albiflorus, o Zoiaro, che mi erano stati donati alcuni giorni prima da Valentino Santagati di San Lorenzo; le varietà Lab-Lab erano conosciute dagli egiziani già nel terzo millennio a.C.

Autore: 
Orlando Sculli
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