Pero Reginella

Lun, 19/06/2017 - 19:30
I frutti dimenticati

Alla fine di giugno si era nel pieno della mietitura ed anche i bambini, felici perché avevano terminato di soffrire sui banchi di scuola, collaboravano con i loro genitori in occupazioni più grandi di loro , costituite dal badare alle mucche che bisognava portare al pascolo o alle galline che durante tale periodo venivano trasferite in campagna dal paese e così potevano beccare le spighe che cadevano per terra durante l’operazione della falciatura del grano, mentre i padri erano impegnati nell’attività più cruciale dell’anno in quanto il grano era fondamentale nell’economia di una famiglia contadina.
I protagonisti in assoluto erano però i mietitori di San Nicola d ’Ardore, bravissimi ed infaticabili che offrivano la loro opera nei territori che andavano da Bianco a Brancaleone, mentre prima della seconda guerra mondiale addirittura raggiungevano il crotonese, il granaio della Calabria.
Le scuole nel dopoguerra chiudevano già alla fine di maggio per cui i bambini o ragazzini potevano dare il loro contributo trasferendosi con i padri in campagna ed avere quindi dei ruoli che li rendeva fieri.
Essi all’alba accompagnavano gli animali al pascolo, dopo aver velocemente mangiato in una scodella di legno il latte di capra munto dai genitori misto a pezzi di pane o a pane biscottato.
Essi ricercavano, specie per le mucche, l’erba secca “màlarta” ossia intatta, mai brucata da altri animali e bisognava ben nutrirle in quanto a breve avrebbero affrontato la terribile fatica della trebbiatura.
L’erba secca gli procurava arsura e molta sete, per cui bisognava cercare di rinfrescarle con qualcosa di fresco ed ancora poche erano le varietà di peri pronti ad offrire i loro frutti, mentre l’alternativa poteva essere costituita dalle pale di ficodindia, però quelle prive di frutti che alla fine di luglio cominciavano a maturare; esse venivano fatte a pezzi ed offerte alle mucche in ceste (cofine) basse e larghe.
I bambini anche quando andavano a portare a pascolo gli animali esploravano le Chiuse ricche di alberi da frutta, qualora non vi fossero i proprietari e sempre qualcosa di buono riuscivano a racimolare.
Tanto per cominciare i fioroni della varietà del fico Schiavo erano nel pieno della maturazione, mentre leggermente più anticipati erano quelli dei fichi Bifari, ma non mancavano altri frutti tra cui le prugne che maturavano a giugno, tra cui spiccavano per bontà quelle alla fragola, che erano dotate di una polpa amaranto.
Le pesche sanguigne sarebbero maturate in luglio, mentre erano terminate le Fior di maggio; deliziosissime erano le Marandelle bianche, le rosate e quelle amaranto, che avevano dato il nome alla varietà, in quanto originariamente le Marandelle più diffuse erano quelle color amaranto, in greco amàrantos.
La grande famiglia dei peri però, si preparava a dare il suo contributo, anzi le “Maiatiche” erano già terminate alla fine della prima quindicina di giugno e ora i frutti del pero Reginella cominciavano a maturare e di ciò se ne erano già accorti i bambini che seguivano con ansia la loro maturazione, come quella di altri frutti.
Ogni giorno andavano a verificare lo stato della loro maturazione appunto ed ancora non erano pronte le pere Melone, mentre nella prima decade di luglio sarebbero maturate le Angeliche.
Finalmente alla fine di giugno le Reginelle dalla pezzatura, medio piccola erano pronte e il loro profumo soave inebriava coloro che le mangiava, più che con il loro gusto, fortemente aromatico.
Erano leggermente croccanti, qualora non fossero perfetta ente mature e quando lo diventavano, la loro polpa si anneriva un po’.
Particolare era anche l’aspetto della buccia che sembrava essere cosparsa di efelidi e ciò gli conferiva un aspetto signorile.
Infatti erano degne di mense aristocratiche, mentre i contadini non le apprezzavano in quanto erano piccole di dimensione e poco adatte ai maiali che avrebbero avuto bisogno di frutti più consistenti.
Per essi ben presto, in agosto, però, sarebbero arrivate le pere Gentili e le pere Campanelle o Muntagnisi, che avrebbero contribuito fortemente al nutrimento dei maiali, prima come frutta fresca, poi d’inverno, sotto forma di pere secche o “cottia”.

Autore: 
Orlando Sculli e Antonino Sigilli
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