Pietro Sergi: “Adesso vi dico perché io sono tornato qui”

Lun, 15/07/2019 - 12:00

In questi giorni impazza, giustamente, un post di Gioacchino Criaco, che condivido in buona parte. Non mi piace, però, il solito limite degli intellettuali Calabresi, sempre voltati con lo sguardo al passato e senza la ben che minima idea di uno straccio di futuro. Sì, certo, le bellezze della Calabria, uniche al mondo. Ma non è opera mia, Gioacchino, né tua, né nostra. La parte che manca[U1] , che manca ai nostri figli che partono, era quella che spettava a noi. A me, a te, a tutti quanti i Calabresi che hanno in testa un’idea diversa di quello che, in definitiva, piaccia o non piaccia siamo voluti diventare. E allora, dobbiamo avere il coraggio e l’onestà intellettuale di ammetterlo: siamo noi ad aver fallito. Noi e non l’altra parte, in questa battaglia di contraddizioni che ci attanagliano. Qui vedo solo nicchie di Intellettuali che si fanno le citazioni a vicenda e a rotazione. Sempre gli stessi dovunque. Circoli e circoletti autoreferenziali nel quale affacciarsi è difficile per chiunque non parli un linguaggio che piaccia ai pochi affermati nella Cultura. Chi non scrive per lamentarsi dei torti subiti dai Piemontesi e chi non scrive volutamente di ‘Ndrangheta è emarginato, accantonato, perché non ha capito niente e non si vuole uniformare al mantra del vittimismo congenito e scrivere delle nostre grandi doti Culturali e delle bellezze paesaggistiche che, vorrei ricordare a me stesso, prima che a tutti gli altri, e ribadire: non sono merito nostro. Vedo solo fiumare bellissime infestate di materassi ed elettrodomestici; vedo solo consumismo sfrenato, sfoggio di lusso, disoccupazione alle stelle e chi potrebbe dare un apporto qualitativo andarsene…adesso neanche sognando, come direbbe Eugenio Marino. Magari ascoltando musica fuori moda, non sempre ragazzetti napoletani coi loro 1000 e passa CD di lagna neomelodica. Quelle bellezze paesaggistiche che da uomini di penna e sensibilità abbiamo iniziato tardi a raccontare, perché Corrado Alvaro ed altri illustri scrittori, allora, scrivevano e potevano scrivere di noi Calabresi, della nostra Cultura, di ciò che, bene o male, eravamo. Ora cosa potremmo dire di noi? Che in un Battesimo o Cresima vediamo parcheggiate fuori 20 macchine uguali, con quaranta ragazzi vestiti con le stesse scarpe griffate della stessa marca, quaranta paia di Jeans squartati e magliette simili come il taglio dei capelli e con spari d’artificio mandati al cielo ormai anche quando prendiamo a casa un cane?
La Cultura Calabrese è razzista. Non ammette variazioni sul tema imperante, non vuole che al suo interno vi siano slanci di fantasia o che vengano trattati temi differenti. Nell’ODG della Cultura Calabrese la voce “varie ed eventuali” non esiste, non viene mai contemplata. Oppure dove chi rinuncia a stare vicino alla famiglia per tentare di costruire qualcosa, con rinunce economiche importanti per qualcosa in cui crede non dovrebbe avere ambizioni personali. Che siano sane o malate, il perbenismo e il moralismo di una fetta di popolo Calabrese non trova le differenze. In una Regione dove il Nemo Profeta viene aggirato dall’autocelebrazione, dove l’impegno genuino viene guardato con sospetto e complottismo, dove noi stessi non abbiamo neppure una flebile idea di come poter andare avanti. Mai il cuore oltre l’ostacolo del piagnisteo congenito, per quanto suffragato dalla Storia, che da sempre ci contraddistingue. Siamo sempre pronti a giudicare, ignorare chi parla in modo leggermente diverso. Chi ogni tanto ricorda, oltre alle cose buone della nostra terra e della nostra gastronomia, che in definitiva siamo sempre stati un Popolo di “tocchimi gnura ca mi piaci”. In una Regione dove i Politici che contano non hanno mai valso un decimo del consenso preso. Dove si ciancia di cambiamento mentre ognuno tenta di costruirsi una nicchia, Cultura in primis e Politica subito a ruota con sfumature e connotati diversi. No, cari Intellettuali di quel che fu, non ci siamo. “Io sono qui” di ritorno, convinto che la prima cosa da fare è mollare la necessità di costruire nicchie. Sono qui e vedo benissimo come la lontananza degli uomini di Cultura dal Popolo sia maggiore di quanto lo siano i politici e la Politica. Io sono il “colibrì”…in Politica e in Cultura; e sono certo che gli uomini di Cultura conoscano la metafora dell’uccellino più piccolo esistente in natura. Non vidi nessuno stracciarsi le vesti quanto un uomo delle Istituzioni ebbe a dire che in Calabria non si deve prendere il caffè neppure con gli onesti. Fui io, scrittore di scarso successo con l’aggravante dell’impegno in politica a rispondere, non vidi levarsi altre indignazioni. E’ vero, non siamo stati abituati alla bellezza, ma nessuno ci ha neppure impedito di vederla e custodirla. Fate questo nuovo Movimento Politico, così magari per prendere qualche voto dovrete iniziare a parlare anche del futuro. Io l’ho già fatto.

Pietro Sergi
Presidente del Movimento Politico Uniti Per Crescere

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