Pino Mammoliti: "Il capo della Polizia chieda scusa ai calabresi"

Dom, 23/10/2016 - 15:48

Domenica scorsa a Locri ha avuto luogo la solenne commemorazione di Francesco Fortugno, ucciso il 16 ottobre 2005 a Locri, presso il palazzo Nieddu del Rio. Durante la commemorazione il capo della Polizia Gabrielli ha dichiarato: «Franco Fortugno è stato un calabrese perbene ucciso da altri calabresi. Lo Stato ha fatto la sua parte individuando i responsabili, adesso chiediamo anche ai calabresi di esserci cambiando approccio”. A questa dichiarazione l’avvocato Pino Mammoliti è andato su tutte le furie. Riportiamo integralmente il suo discorso tenuto durante la conferenza stampa organizzata il lunedì successivo presso il suo studio.
"A seguito di questa manifestazione che sta diventando una pantomima rispetto all'iniziale portata che ha visto coinvolta non solo la Calabria ma l'Italia intera, registriamo un forte dissenso da parte dell'opinione pubblica locale. Il primo anno di commemorazione ha registrato la presenza di quasi 5 mila persone, con le massime autorità dello Stato. A undici anni di distanza ci ritroviamo con manifestazioni che registrano solo le reazioni di giovani balilla e dei figli della lupa, costretti a stare al chiuso per supplire al vuoto di orario scolastico e non certo perchè interessati alle tematiche che dovrebbero essere affrontate in modo più serio e più organico. Conosciamo perfettamente quella che è la difficoltà del vivere civile in Calabria ma non possiamo accettare che il capo della Polizia dica che vi siano ancora oggi delle complicità da parte dei calabresi nell'omicidio Fortugno e non solo. Questo noi non possiamo accettarlo. Forse i gemelli Kessler - il presidente della Regione Calabria e il sindaco di Locri - non si saranno resi conto o non hanno avuto modo di ribattere a un'affermazione così grave. La nostra non è una terra di rassegnati o di fiaccolatori. È terra di gente che si è indignata e che ha sacrificato la propria vita per dire No alla criminalità organizzata, è terra di gente che si costituisce parte civile nei processi contro la criminalità organizzata. Questo è il primo motivo serio della mia convocazione.
Secondo motivo. Il processo Fortugno ha segnato un passaggio fondamentale nella storia processuale e civile italiana, però non ha ancora, a mio modesto parere, individuato i veri responsabili di tale fatto di sangue. Sono pienamente convinto che la direzione distrettuale antimafia con il dottore Cafiero De Raho stia conducendo delle indagini molto più serie e più elaborate di quelle condotte in un momento in cui l'opinione pubblica cercava un colpevole e non il colpevole, tant'è vero  che i risultati successivi a queste operazioni hanno dimostrato l'insipienza e l'incapacità di alcuni investigatori che sono stati retrocessi a gestire il traffico ferroviario. Detto questo, non è solo un problema di incapacità investigativa; io chiedo che lo Stato non venga qui a manifestare con ipocrisia questa dimensione di solidarietà cercando di ridicolizzare i cittadini della Locride e della Calabria intera. Se è vero che vogliono fare qualcosa di serio e di concreto nella vicenda Fortugno, è bene che ripartano dalla necessità di avviare il processo nei confronti di Spatari Domenico. Dopo circa un anno e mezzo dalla richiesta fatta all'ufficio di procura, ancora nulla si è mosso. Spatari Domenico era il testimone chiave della vicenda Fortugno del primo troncone, è diventato un falso testimone successivamente quando libero da ogni preoccupazione, è venuto in aula a dire che è stato costretto a segnalare la presenza del mio assistito (Marcianò Giuseppe) in orari diversi da quelli che realmente erano, invece, da registrare, proprio perchè c'erano delle forti sollecitazioni che giungevano da apparati dello Stato.
La figura di Francesco Fortugno, dal punto di vista umano, merita il massimo rispetto, dal punto di vista politico sta diventando una pantomima: è come se dovessimo chiedere ai contemporanei un giorno di scrivere il pensiero e l'azione politica dell'onorevole Mario e dell'onorevole Maria Grazia Laganà. Bisognerebbe scriverla su una lastra di ghiaccio il 15 di agosto.
C'è tutta una condizione che sta neutralizzando e drogando l'opinione pubblica che sempre più registra questa forma di lontananza da parte dello Stato, e questa ipocrisia. Noi vogliamo - o per lo meno lo voglio io, anche se sono convinto che il mio pensiero sia diffusamente condiviso dalla comunità - che venga celebrato il giorno della memoria per tutti i cittadini che sono caduti per mano mafiosa, senza riservare commerazioni di Stato per alcuni e indifferenza per altri. Il conto in sospeso con lo Stato va retrodato all'omicidio del professore Pansera, passando da Rocco Zoccali, Stefano Canuccio, Massimiliano Carbone, il dottore La Rosa, Gianluca Congiusta e tanti altri. Chiedo che venga organizzato in un solo giorno una commemorazione collettiva per tutte le vittime di mafia. Chiedo pure che non ci sia questo sfogio di ipocrisia sociale perchè la gente si allontana sempre più dalle istituzioni. Dinanzi a queste parate, che sono solo passerelle che non danno nulla di concreto nel vivere quotidiano, noi non possiamo ammainare la bandiera, noi dobbiamo tenere alta la nostra dignità e difesa sociale, credere che lo Stato sappia ancora essere autoritario e sia in grado di risolvere quesiti che tuttora sembrano aggrovigliarsi volutamente per non sciogliere nodi fondamentali.
Vorrei che qualcuno chiedesse scusa ai calabresi per le parole dette. È inaccettabile che venga criminalizzata l'intera Calabria solo perchè non ci sono gli strumenti adeguati per poter migliorare la qualità di difesa dei diritti dei cittadini. L'amara considerazione che faccio è questa: non è possibile che la nostra terra e la nostra comunità siano solo una massa inerme e indifesa soggetta a giudizi molto approssimativi da parte di alti rappresentanti dello Stato. È compito oggi di ciascuno ritrovare il senso di responsabilità, capace  di armonizzare il vivere civile. Non ha senso il processo di deresponsabilizzazione, non ha senso dire che nulla cambierà nella nostra regione, è insensato dire che i cittadini calabresi siano complici di omicidi. Ancora più schizofrenico è il ruolo di chi, dovendo difendere questa Regione, questa comunità, riesce a fare il giullare dinanzi al capo della polizia per convenienze - non certo per amicizia e cortesie istituzionali - per poi improvvisarsi sceriffo durante la quotidianità, andando a colpire i cittadini su vicende che possono essere gestite con molto buon senso. Spero che il presidente della Regione Calabria e il sindaco di Locri abbiano nei giorni a seguire un metabolismo intellettivo capace di realizzare ciò che è stato detto e predisporre strumenti di difesa che non siano solo passerelle o atti inconcludenti di protocolli che da dieci anni vengono proposti, modificati, rettificati e mai ratificati.
La vera scommessa: dimostrare che la magistratura è capace di individuare i veri responsabili dei fatti di sangue, dare risposte a chi da anni le attende - penso alle mamme di tanti ragazzi morti, penso alle mogli di tanti professionisti uccisi, penso ai figli che non debbono mai abdicare alle proprie speranze. Credo che il procuratore De Raho con gli investigatori sapranno dare le giuste risposte entro breve tempo. I cittadini calabresi hanno già iniziato a dare segnali concreti della loro voglia di riscatto civile".

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