Piru Sordittèllu Di Motticella di Bruzzano

Lun, 16/07/2018 - 16:00
I frutti dementicati

Evidenziare la biodiversità a rischio d’estinzione è un dovere fondamentale per evitare che delle varietà che si basano su pochi esemplari o talvolta su uno solo, possano sopravvivere per coloro che verranno dopo, ma che possano avere almeno delle notizie riferite al mondo degli antenati e alla civiltà contadina che ormai non c’è più.
Già negli anni trenta del 900 erano comparse delle varietà nuove di pero che cominciavano ad attirare l’attenzione dei contadini, ma ancora non l’interesse e la fiducia di essi per nuove varietà, tanto più che esse avevano un preciso ruolo all’interno delle varie comunità.
La funzione di proporre delle novità l’avevano avuta alcuni vivaisti siciliani dell’area di Milazzo che spedivano in Calabria, attraverso delle persone di fiducia portainnesti di viti, che in seguito venivano  innestati nei campi dopo essere stati messi a dimora e fondamentalmente essi si dividevano all’epoca in tre varietà: Riparia, Berlandieri e Rupestris, talvolta incrociate tra loro per definire meglio l’affinità negli innesti.
Costoro erano soliti regalare una pianta di pero per ogni mille portainnesti di viti che venivano comprati e io mi ricordo di una pianta di pero messa a dimora da mio padre in una vigna impiantata nel 1933 ed era un pero della varietà Coscia e naturalmente in ogni vigna cominciò ad essere presente tale varietà che produce dei frutti grossi, dalla buccia giallastra e dalla polpa candida e liquescente a maturazione.
Piacque abbastanza alla gente e cominciò a diffondersi tale varietà negli anni sessanta del 900 a discapito di quelle locali; essa offrì un sapore banale, indefinito non aromatico, ma che incontrò il favore di coloro che l’assaggiavano.
Al contrario le antiche varietà, che venivano innestate prevalentemente sui perastri, cominciarono a perdere terreno e si cominciò a dimenticare persino il nome di alcune di esse.
Alcuni giorni addietro, alla fine di giugno, Massimo Vigilante dottore in Scienze Forestali e dirigente dell’AFOR, impegnato sul fronte del recupero della biodiversità a rischio d’estinzione, ebbe l’opportunità di osservare una pianta di pero vicina a un suo pezzo di terra in contrada Scrisà del comune di Bruzzano, innestata su un perastro almeno un centinaio di anni fa, in quanto il tronco ha il diametro di circa quaranta centimetri e si sa che i perastri appunto crescono lentamente.
L’osservazione è avvenuta nel periodo più opportuno per il riconoscimento della varietà di cui egli non conosceva il nome in quanto la pianta era carica di frutti in fase di maturazione.
Pochissimi erano maturi, per cui assaggiò uno ed ebbe modo di scoprire che erano buoni; ne prese qualcun altro e lo portò a sua madre, espertissima del suo territorio, dotata di una conoscenza approfondita di tutte le piante fruttifere della sua zona e non solo, in quanto ella conosce i nomi dialettali e talvolta anche nel corrispondente italiano, di piante boschive, di arbusti ed erbe che erano utilizzate anche nella medicina popolare.
Guardò attentamente il frutto, ma non l’assaggiò, in quanto suo figlio lo doveva portare in giro nel paese  per farlo osservare da altri anziani, ma non lo riconobbe perché non l’aveva mai visto prima, data la sua rarità.
Massimo lo fece vedere a tutti gli anziani del paese ma nessuno lo identificò, per cui mi spedì l’immagine in una e-mail, nella speranza che io lo riconoscessi.
Dapprima io ebbi l’impressione che fosse un frutto del pero Pumu, ma l’ipotesi fu scartata quando aggiunse che le dimensioni di ogni pera erano molto piccole e che l’apparenza evidenziata dalla foto era stata falsata dal fatto che egli aveva effettuato gli scatti a distanza ravvicinatissima ed era stato utilizzato forse la posizione macro.
Bisognava trovare una persona esperta del territorio, con un’esperienza maturata tra i vecchi di quarant’anni addietro e allora io pensai a Giuseppe Palamara di Ferruzzano, ma nativo di Motticella che aveva trascorso la sua infanzia e la sua giovinezza fino a 25 anni tra gli anziani e i vecchi del suo paese, coltivando un campo non distante da quello dove sorgeva il pero di cui si era perso il nome.
Andai a trovarlo e gli illustrai le caratteristiche delle pere, secondo le spiegazioni di Massimo, che l’aveva descritte come piccole, dal diametro e dalla lunghezza di circa 2 cm, dolci, pastose, leggermente granulose e lievemente aromatiche, che diventano gialle a maturazione e ciò avviene tra gli ultimissimi giorni di giugno e la prima decina di luglio.
Giuseppe non ebbe esitazioni e immediatamente descrisse i frutti e la descrizione corrispondeva a quella di Massimo e alla fine li definì con il loro nome: Sordittèlli, ossia monetine, perché piccoli come lo sono le monetine e rotondeggianti come esse.
Egli aveva avuto un dubbio in quanto potevano essere anche le Pere Picciuli, di cui si sono perse le tracce, ma aggiunse che esse erano un po' allungate e maturavano invece verso la metà di luglio

Autore: 
Orlando Sculli
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