Pisello zuccarignu

Lun, 01/07/2019 - 11:40
I frutti dimenticati

Fino agli inizi degli anni 50 del 900, la civiltà contadina sopravviveva quasi intatta nei nostri territori, anche se i primi segnali della fine imminente erano arrivati con le prime trebbiatrici e con i rari trattori che cominciarono a fare timidamente la loro comparsa.
Ancora le mucche sopportavano l’immane fatica dell’aratura che cominciava agli inizi di ottobre dopo che la terra era pronta a farsi arare dopo le prime piogge e terminava a novembre inoltrato.
I contadini più bravi si costruivano l’aratro di legno fornito da un vomere di ferro costruito da un fabbro del territorio stesso e coloro che rispettavano le bestie, quando cominciavano l’aratura usavano utilizzare “versure” (lunghezze dei solchi) brevi per evitare che le mucche si affaticassero più del dovuto.
Infatti i solchi  venivano tracciati solo in un verso, per cui gli animali al ritorno  tiravano l’aratro alzato e non immerso nella terra e quindi si riposavano.
Finito il periodo dello “sporo” semina del grano (greco speiro-seminare), il più importante, tanti lavori attendevano ancora i contadini, tra cui quelli riferiti alla semina delle fave, delle favette e dei piselli che avveniva subito dopo quello del grano, mentre nella vigna già ad ottobre, negli spazi consentiti dalla semina del grano, era già avvenuto lo scalzo della vigna, dove attorno ad ogni vite veniva praticata una fossetta circolare o conca  che serviva a trattenere la pioggia.
In riferimento ai semi, a partire da quello del grano, ricavate dalle spighe migliori scelte nell’aia, quando venivano tagliati i legamenti delle gregne ossia dei covoni (latino, gremia), tutti gli altri erano accuratamente selezionati per varietà di piante e per gli ortaggi venivano ricavati dai primi frutti delle  piante di pomidori, peperoni, melenzane ecc.
Persino venivano conservati accuratamente i semi del lino che veniva seminati nei terreni sciolti ben  letamati.
Il lino già a giugno veniva mietuto e i suoi steli, contenenti la preziosa fibra che serviva per i corredi più preziosi delle spose, erano raccolti in fascetti, ben legati e portati poi alle fiumare  a macerare in acqua non stagnante, trattenuti da una notevole quantità di pietre per otto giorni.
Alla fine di tale periodo veniva trasportato con gli asini in un campo vicino ai paesi e steso al sole perché asciugasse accuratamente e poi veniva sfibrato da esperti con il mangano, ossia la gramola o maciulla (greco magganon) e da tale operazione la fibra più pura veniva raccolta in fascetti che poi veniva filata, mentre quella di scarto si trasformava in stoppa.
In riferimento ai semi di piselli essi nel circondario di Bianco erano rappresentati da tre varietà, la più importante era quella “ zuccarigna “ ossia dolce come lo zucchero e da due altre meno preziose, i cui baccelli in esubero venivano seccati e i semi ricavati venivano usati come legumi, previo l’ammollo la sera prima di essere cucinati; essi erano due varietà “ nguatti “ ossia nane: la prima produceva baccelli medi dai semi abbastanza dolci e l’altra baccelli molto grandi per cui erano chiamata “piselloni “.
Invece era sublime la varietà zuccarigna per cui  si prestava la massima attenzione nel preparare il terreno alla linarica ossia ben zappato e ben letamato come si era soliti fare con il lino.
Già verso la metà degli anni 50 del 900, qualche contadino più “intraprendente” usava concimare il terreno per i piselli con il perfosfato in quanto le piante sarebbero cresciute meglio di quelle letamate, ma i più anziani li criticavano severamente in quanto quella polvere infame veniva ricavata dalle “ossa dei morti macinati”.
I piselli zuccarigni, seminati alla fine di novembre, cominciavano a produrre ai primi di aprile e i semi dei baccelli, erano veramente dolcissimi, nati da piante rampicanti che venivano fatti inerpicare su rami di ulivo conficcati nel terreno.
Nella maggioranza dei casi i baccelli erano ricurvi dotati da cinque-sei semi, che potevano essere snocciolati, ma l’uso più diffuso era quello di utilizzarli interi con la buccia stessa dei baccelli, prima che i semi fossero pronti a essere snocciolati ed essi davano un sapore sublime alla pietanza preparata.
In tutto il circondario di Bianco nessuno li coltiva più da quando è diventato più comodo comprare i semi nei consorzi, ma a Ferruzzano resistono per amore della tradizione, due persone: Domenico Stilo e Vincenzo  Tallarita che in maniera rituale ogni anno seminano i piselli zuccarigni, che sono ormai al limite dell’estinzione; la terza persona che usava seminarli tardivamente in vigna, era il defunto Giovanni Nocera.
Chissà se a Bianco Totò Spanò che ha conservato con amore alcune varietà estinte in tanti altri paesi del circondario usa seminarli ancora?
Nel caso desiderasse mantenere i semi per un po' di tempo ancora, lo rifornirei io facendomeli dare (pochi) dal mio parente Domenico Stilo, nel cui campo ho scattato la foto.

Autore: 
Orlando Sculli
Rubrica: 
Tags: